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Era da parecchio che non mi imbattevo in un recente romanzo fantascientifico così autenticamente fantascientifico. Bastano infatti un paio di capitoli di The Calculating Stars per intuire che Mary Robinette Kowal è una conoscitrice e frequentatrice abituale del genere in cui si cimenta e non un autore che sceglie di calarvisi per necessità narrative o di target.
Prima segretaria e poi presidente della Science Fiction and Fantasy Writers of America (l’associazione/sindacato degli scrittori di genere professionisti che assegna ogni anno il premio Nebula), Kowal è un membro attivo della comunità SFF statunitense e internazionale, la cui attività si espande dalla scrittura al dibattito critico sul genere, grazie allo scanzonato podcast tematico Writing Excuses, che conduce con i colleghi e amici Dan Wells e Brandon Sanderson. Pare che sia stato proprio quest’ultimo a convincerla che la sua alternative history su cui era al lavoro da tempo meritasse di diventare una duologia o una serie. Opinione nemmeno troppo sorprendente, considerando l’approccio di Sanderson alla sua produzione.

L’aspetto affascinante di The Calculating Stars è proprio questo suo fondere mondi impossibili: nelle sue pagine si respirano tutti i pregi e i difetti della fantascienza di vecchio stampo (ovvero uno scritto in cui a farla da padrone è un verosimile approccio scientifico e storico), sposati però alla sensibilità progressista ormai preponderante nel panorama SFF statunitense contemporaneo. Una sorta di duplice invito alla lettura per le sue sponde in cui sembra diviso (spaccato?) il bacino di lettori di SFF: comincia da territorio familiare per ritrovarti in una narrazione con tutti gli elementi che a cui non sei abituato o magari che respingi attivamente. Da ambo le parti.

Difficile non pensare al film Hidden Figures (Il diritto di contare) immergendosi nella vita di Elma York e delle sue colleghe e amiche alla NACA (la versione alternativa della NASA). D’altronde The Calculating Stars e il film candidato all’Oscar di Theodore Melfi hanno entrambi come stella polare il saggio Hidden Figures: The American Dream and the Untold Story of the Black Women Who Helped Win the Space Race di Margot Lee Shetterly, ovvero la prima pubblicazione non fiction di successo a scoperchiare il contributo femminile e non caucasico alla corsa allo spazio e alla Luna statunitense.

L’apocalisse lenta di Kowal

Laddove Hidden Figures adatta la vera storia per il grande schermo, Kowal la mescola a una sua storia breve di successo intitolata The Lady Astronaut of Mars, realizzandone un prequel e fondendo uno scenario apocalittico “lento” all’ucronia. Thomas Dewey vince contro Harry Truman nelle elezioni statunitensi e dà impulso alla corsa allo spazio contro i russi subito dopo la fine del secondo conflitto mondiale. È il 3 marzo 1952 quando un meteorite si schianta nell’oceano al largo di Washington DC: tra impatto, onda d’urto, tsunami, terremoti e incendi immediatamente successivi, mezza costa orientale degli Stati Uniti viene rasa al suolo. La catastrofe è indescrivibile, ma è solo il preludio alla quasi matematica certezza dell’estinzione del genere umano. Schiantandosi in acqua, il meteorite ha generato una quantità di ceneri e vapore acqueo tale da alterare il clima a livello globale fino a rendere la Terra inadatta alla vita.

Elma York, ex pilota di guerra e calcolatore dell’equivalente della NASA nel romanzo, è riuscita per pura causalità a scampare alla catastrofe e a trovare riparo a Kansas City, destinata a diventare la nuova capitale. Le tensioni con i russi e il problema dei profughi nascondono la vera insidia: i meteorologi e gli scienziati prevedono una simil glaciazione seguita da un aumento inesorabile delle temperature causate dal conseguente effetto serra, che trasformerà il pianeta in una trappola mortale. L’umanità rischia di fare la fine della proverbiale rana immersa nella pentola d’acqua scaldata a fuoco lento, ma il raziocinio riesce a prevalere. La cooperazione internazionale fonde i suoi sforzi nel tentativo di portare il più velocemente possibile l’uomo nello spazio, per poi colonizzare la Luna e Marte, dando una nuova casa all’umanità. L’uomo, non la donna.

Il primo livello narrativo di The Calculating Star si aggira nei territori della fantascienza dura fusa con una ricostruzione storica molto dettagliata. Il romanzo spiega molto efficacemente come gli umani rischino di fare la fine dei dinosauri, interessandosi in ugual modo al risvolto scientifico della catastrofe e alla ricostruzione storica (sebbene alternativa) del dietro le quinte cancellato in quanto femminile e afroamericano della corsa allo spazio statunitense. Kowal ha un dono: riesce a spiegare dinamiche scientifiche complesse (che padroneggia o che le sono state illustrate da persone competenti) in maniera immediata e comprensibile, senza perdere mai l’estrema facilità di lettura che caratterizza il romanzo.

Il presidente Regan e gli astronauti dell'Apollo 11 dentro la Hornet 3
Il presidente Regan e gli astronauti dell’Apollo 11

Meteorite, non meteora

Il puntiglio con cui illustra lo sconforto di Elma di fronte al diffondersi del termine “meteora” rispetto al più corretto meteorite, l’agilità con cui presenta l’informazione corretta senza scadere nel pedante nozionismo, le contraddistinguono la scrittura. Gestisce molto bene anche l’alternativa storia manipolata del romanzo, utilizzando un evento impattante (pun intended) quanto il meteorite che annienta una bella fetta degli Stati Uniti per accelerare una serie di dinamiche sociali che costruiscono il secondo livello narrativo del romanzo, quello che le sta altrettanto a cuore.

Per rendere credibile questa riscossa femminile ed etnica nel pieno degli anni ’50 statunitensi Kowal sfrutta il meteorite come acceleratore di cambiamento sociale. Così la segregazione razziale e Martin Luther King trovano la strada meno irta di ostacoli, perché la necessità di accelerare la corsa nello spazio facilità anche l’avanzamento sociale. Non è tutto rose e fiori, anzi: Elma e il suo gruppo di ex pilote della WASP (Women Airforce Service Pilots) reduci dalle missioni della Seconda guerra mondiale saranno impegnate per gran parte del romanzo a sostenere la l’urgenza di un concetto basilare: per colonizzare lo spazio servono anche donne astronaute, sin dalle prime fasi del progetto.

Qui torna utile un paragone piuttosto azzardato che mi è venuto in mente durante la lettura del primo romanzo di quella che è ormai avviata a essere una serie di lungo corso (seguono The Fate Sky, The Relentless Moon e The Martian Contingency in arrivo nel 2022). Kowal si legge come un Arthur C. Clarke al netto del sessismo. Le argomentazioni della protagonista York sul perché una donna potrebbe essere persino più tagliata per lo spazio di un uomo (subendo meno la gravità, consumando meno ossigeno e via dicendo) sembrano quasi una diretta risposta ai favolosi passaggi tra il sessista e l’inqualificabile che costellano i capolavori di Clarke come Incontro con Rama. Ah che idea assurda le donne nello spazio con quel loro ballonzolar di seni a gravità zero che distraggano i maschi, loro sì nati per stare tra le stelle, asseriva uno dei protagonisti del romanzo pubblicato quasi mezzo secolo fa.

Clarke e Kowal: figli del proprio tempo

Kowal con Clarke condivide almeno tre caratteristiche: una narrazione la cui forza motrice è una grande idea, il cui carburante è l’approccio scientificamente e storicamente puntuale e il cui sentito è prettamente figlio del suo tempo. I due similmente non sono delle penne così sofisticate. Tuttavia Kowal ha uno stile così privo attrito, asperità o ricercatezza linguistica che fa sembrare Clarke un fine utilizzatore della lingua inglese. Raramente ho letto qualcosa che mi ha ricordato più da vicino l’aggettivo plain accoppiato alla lingua inglese. Kowal ha uno stile votato alla spiegazione e alla narrazione, il cui massimo della letterarietà è la neve “argentea”. Clarke aveva dalla sua una fascinazione per la spiritualità e la riflessione sul divino che mascherava con una malinconica ricerca della fede una lingua piuttosto semplice.

l'illustrazione di un'astronauta che fluttua nel vuoto
Portare l’uomo nello spazio, tenendo le donne ancorate a Terra

Kowal sceglie invece di puntare tutto sulle sue eroine e le loro battaglie che si incrociano e talvolta si scontrano. Prevedibilmente il team di persone che lottano per portare l’uomo nello spazio fa di tutto per tenere le donne ancorate a terra insieme a chiunque non sia caucasico. Kowal è figlia del suo tempo ed espressione dello stesso, esattamente come il film Hidden Figures e come Arthur C. Clarke. Di sfidante e iconoclasta nel suo libro non ho trovato nulla, anzi: la trattazione è educatissima, misurata al millimetro nel territorio della correttezza. La protagonista, ebrea di famiglia e bianca di privilegio, si scontra con il maschilismo dei colleghi (irredimibile solo nei personaggi momentaneamente ancorati nel ruolo di cattivi) scusandosi profusamente per la sua inconsapevolezza della lotta afroamericana.

La condanna dell’eroina senza macchia

Così come Elma ci spiega la differenza tra meteora e meteorite, si prodiga mostrare tutti i segnali del razzismo interiorizzato che porta con sé più o meno inconsapevolmente. Lodevole l’intento, ma come scrittrice Kowal aveva molto più spazio di manovra per costruirci sopra qualcosa di più complesso di una spiegazione basilare. Il tutto coronato da un marito capo ingegnere in territorio di santità, che la ama moltissimo (in ogni senso) e non sbaglia mai una parola, sostenendola incondizionatamente e peccando solo di sconfinata fiducia in lei.

Curioso che a metà degli anni ’50 un sistema sociale ancora oggi profondamente interiorizzato di discriminazione razziale si cancelli con qualche scusa, imparando che la comunità nera ha la soluzione che quella bianca sull’elenco del telefono non offre, senza rigurgiti o attriti di sorta. Guardando alla cronaca di 50 anni dopo, serve una buona dose di ottimismo per accettare che una minaccia di estinzione possa cambiare così repentinamente una stortura sistemica così radicata. È il solito terrore di “macchiare” un’eroina di attributi sgradevoli, di farle commettere un errore grave che cancelli il suo status positivo e propositivo. Una condanna che condividono le protagoniste dei romanzi e le icone attiviste del nostro tempo.
Per Kowal insomma di donne amanti dei cocktail e del volo riusciranno a mettere all’angolo ogni resistenza maschilista e razzista, penando il minimo richiesto. Con il risultato che – al solito – il parterre non caucasico del romanzo rimane sottoutilizzato (quando sei sempre nel giusto e sempre discriminato è dura costruirti un bel ruolo sopra) e le carogne come Stetson Parker (di cui già intuiamo il risvolto drammatico e potenzialmente risolutore in arrivo nel secondo libro) e la collega giornalista Betty si ritagliano spazi ben più interessanti e immeritati…l’amara ironia della letteratura.

The Calculating Stars mi ha dato quello che cercavo in questo periodo: un libro fantascientifico puro, non ibridato ad altri generi o superficiale nell’approccio, senza dover ricorrere a titoli d’antan e affrontare la frizione quasi inevitabile della sensibilità di un’altra epoca. La sorpresa (o no?) é che anche l’essere così aderenti al sentito attuale ha i suoi svantaggi. Non che Kowal abbia nulla per cui impensierirsi in merito: il romanzo le ha fruttato il premio Nebula, lo Hugo e il Locus nel 2019, battendo colleghe che si cimentano con generi e approccio ben più popolari del suo. Ben fatto.

The Calculating Stars di Mary Robinette Kowal, Oscar Vault, 2018, 375 pp., 16 euro. Traduzione di Stefano Giorgianni.

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