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2021 – un anno al cinema

207 scandisce il contatore su Letterboxd e qualcuno potrebbe anche essersi perso per strada. È stata un’annata di cinema davvero soddisfacente a livello quantitativo e qualitativo, nonostante si sia sviluppata in un momento personale e globale davvero caotico. Il 2021 mi ha regalato almeno due pellicole pronte ad entrare nel mio pantheon cinematografico e a fregiarsi del titolo di I bellissimi di Gardy. Nella memoria sarà sempre l’anno della mia prima, strana, emozionante Cannes, del trionfo di Venezia sulla storica rivale, del ritorno in sale vuote e malinconiche.

Rivedere ben cinque film di Wong Kar-wai in sala nella magica estate italiana dello sport è stata un’esperienza preziosa e indimenticabile, nell’anno in cui mi sono finalmente decisa a familiarizzare un po’ come la MIC Cineteca milanese (scema io ad aver aspettato tanto). Pochi gli eventi, giocoforza, poche le interviste, ma di una vado molto fiera.

Professionalmente è stata un’altra annata molto impegnativa e burrascosa, con collaborazioni nate per caso che mi hanno dato tantissimo, in primis quella con The Film Experience. La mancanza di un pubblico reagente è qualcosa che sottrae energia e sprone, ma lo si capisce solo una volta che si incontra una reazione.

Scrivere di cinema è impegnativo in un mondo in cui le persone (legittimamente) cercano più spiegazioni che recensioni, più rinforzi positivi o rassicurazioni che analisi o riflessioni che mettano in crisi i loro assunti. È un orizzonte in cui lo scrivere è piegato alla matematica degli algoritmi, ai desiderata già prevedibili e previsti, minuziosamente calcolati. Tentare di anticipare questi bisogni o di stimolarne di nuovi è antieconomico e deleterio. Ci si abitua in fretta a rispondere a domande e ad aderire a parametri, ma quando poi ci si ritrova a scrivere di nuovo qualcosa di intelligente, complesso, sregolato, si fa una fatica enorme.

Se scrivere di cinema oggi è così complicato e risponde a certe logiche, posso solo tentare d’immaginare cosa implichi crearlo, girando un film, con quali palette, con quali richieste, con quali restrizioni tecniche e artistiche. 

Honorable mentions – i facilmente recuperabili

Cliccando sui titoli dei film troverete le rispettive recensioni

Passing di Rebecca Hall – Una volta che un film sulla questione raziale statunitense non è tagliato con l’accetta nei suoi giudizi morali…non se lo fila nessuno. Il film “nero” più bello del 2021, un esordio registico da parte di un’attrice che mi ha convinto ben più più di quello di Maggie Gyllenhall con The Last Daughter. Se ne sta lì dimenticato da tutti nel catalogo Netflix, invece se la N rossa ci avesse creduto un po’ d più avrebbe di certo fatto una discreta raccolta di statuette. Vale la visione solo per le interpretazioni notevoli del duo Negga/Thompson. Fun fact: è di gran lunga la rece meno vista sul canale dell’anno, una sorta di mio “Premio CIAK bello e invisibile”

West Side Story di Steven Spielberg – Qualche giorno fa su Twitter qualcuno commentava stupito che trattiamo come un film minore una delle migliori regie in assoluto mai tirate fuori da Steven Spielberg. Mi ha fatto pensare, perché in fondo è vero. Anche l’approccio e il confronto con un scomodo predecessore è ardito e riuscito. Forse nel giro di qualche anno ci pentiremo di averlo snobbato così, troppo influenzati dagli scandali, dai contorni, da un nuovo malfatto da prediligere a un vintage scintillante. Il musical che più mi ha convinto in un anno insolitamente ricco di pellicole canterine.

Illusioni perdute di Xavier Giannoli – I francesi sanno fare pure i costume drama tratti dai loro romanzoni ottocenteschi, trasformandoli in film in cui pulsa la contemporaneità. Da persona che di lavoro scrive e riporta notizie, l’ho trovato a tratti nauseante per quanto il suo cinismo colpisca il centro del bersaglio. Probabilmente suscita qualche esame di coscienza anche a chi non fa questo di mestiere, di certo è un film con un solidissimo cast composto da vecchia guardia e facce nuove, brillante e seducente. 

Parallel Mothers di Pedro Almodóvar – Dirò una cosa terribile: non amo il Pedro felice e in salute, che fa film luminosi e battaglieri come questo. Mi piace l’Almodóvar morboso e cupissimo, controverso, violento, scandaloso. Dopo quel testamento (quel capolavoro) di Dolor y Gloria ho seriamente temuto che l’avremmo perso presto. Invece non solo è vivo e lotta tra noi, ma non ha proprio perso il suo smalto. Anzi. Pazienza se io non amo il suo desiderio narrativo di maternità. Una delle scene finali più graffianti e memorabili dell’annata. 

The White Tiger di Ramin Bahrani – Un film indiano che non ha Dev Patel nel cast è già sinonimo di una certa autenticità. Quando poi ti accorgi che è la versione indiana ironica e forse ancora più cattiva di Parasite, beh, ti viene da chiederti com’è che stia lì ignorato nel catalogo di Netflix. Un vero gioiellino, guidato da un notevole Adarsh Gourav nei panni del lato oscuro dell’Indiano dal cuore d’oro. 

Honorable mentions – i festivalieri ancora introvabili 

Captain Volkonogov Escaped di Natalya Merkulova e Alexey Chupov   Tentatissima di metterlo in classifica, non lo faccio solo perché è di difficile reperibilità e non voglio infierire. I film russi ai Festival europei raramente sbagliano, ma questo è di una bellezza mozzafiato, unita a una durezza che fa male nel raccontare (tenetevi forte) le atrocità della guerra e la paranoia ai vertici del potere russo, trasformando un militare che fino a poche ore prima non si faceva problemi a torturare la gente in un eroe fuggitivo. Natalya Merkulova e Alexey Chupov compongono ogni singola scena (spesso corale) come se fosse un tableau. Sembra un dipinto di Caillebotte, un pittore che guarda caso io amo molto. Bellissimo, per quanto possa esserlo uno schiaffo. Contiene l’ennesima interpretazione superlativa di Yurly Borisov, la vera superstar attoriale del 2021. 

Inu-Oh di Masaaki Yuasa – Una frase che mi capita spesso di dire parlando di film che vedo in una cornice festivaliera è “spero di rivederlo presto, perché ero troppo stanca per apprezzarlo davvero”. Di questo proiezione veneziana ricordo il freddo siderale che al solito tira in sala Perla e la fatica provata dal mio cervello a star dietro a una storia a cavallo tra folklore, mondo onirico e guizzo psichedelico. Nonostante sia arrivata alla fine imponendomi di stare sveglia, è già la miglior cosa animata vista nel 2021. Yuasa è uno di quei folli che prendono il folklore nipponico e lo turn up to eleven. Inoltre nessun altro prodotto animato quest’anno mi ha dato la distinta impressione che Inu-Oh trasmette di essere guidato da un regista e un autore di razza, con un vero senso della composizione e del movimento della cinepresa. 

O Marinheiro das Montanhas di Karim Aïnouz – Entrata in sala a Cannes come puro riempitivo (lo so, ho un problema), convinta che mi sarei annoiata a morte con un film ombelicale fatto con i videini girati con l’iPhone del regista di La vita invisibile di Euridice Gusmao che torna al suo paese alla ricerca delle sue radici e del ricordo della madre. È esattamente quella roba lì, più autoreferenziale e autodidatta di così si muore, ma alla fine singhiozzavo. 

Mad God di Phil Tippett – Un fottuto capolavoro sc-fi in cui, tra un frame in stop motion e l’altro, sono rimasti intrappolati 30 anni di vita di un autentico artista del cinema e degli effetti speciali. Chi dice che la trama non ha senso guarda la propria falange senza vedere una gigantesca luna piena. Il piano sequenza iniziale è una roba fuori dalla grazia di Dio. Folle e sinistro nel senso migliore possibile dei due termini. 

Vengeance Is Mine, All Others Pay Cash di Edwin – Un lettore mi aveva consigliato di recuperare questo film a Locarno, che poi ha vinto passeggiando il Pardo d’Oro come miglior film. Edwin prima o poi succederà e sarà bellissimo e pazzesco, perché questo regista indonesiano è sfrontato e geniale dal punto di vista visivo e narrativo. È odioso paragonarlo a Tarantino, perché Quentin più che altro va a pescare a piene mani da un a tradizione orientale e b-movie che Edwin porta avanti con grande smalto. 

Honorable mentions – a volte ritornano 

As Tears Goes By di Wong Kar-wai – Di recente mi hanno scritto un commento sotto una recensione di YouTube accusandomi di non capire “il senso iniziatico e profondo del cinema”. Mi sento di smentire perché questo film acerbo ma già strepitoso di Wong Kar-wai, visto in una sala deserta di periferia in una caldissima notte d’estate, mi ha commosso così nel profondo e istillato un senso di malinconia tale per un’epoca che ho vissuto solo attraverso lo schermo (dato che io negli anni narrati qui poppavo il latte di mamma) che andava parecchio vicina a un’iniziazione. Un’emozione di una potenza tale che ho provato poche volte nella vita e pochissime in sala. Come vi sentireste voi sfiorando forse per l’ultima volta qualcosa che è già morto? 

La pelle che abito di Pedro Almodóvar – Una delle rivisivioni al cinema che più mi hanno colpito (diciamo pure stregato) in quest’annata. Questo film non ha paura di niente, non si nega nulla, ma viene da una zona chiaramente oscura,  da un periodo chiaramente doloroso. Mi si stringe il cuore al pensiero di quanto sarà difficile, per tanti motivi diversi, vedere film così in futuro. 

Still waiting – Ancora colpevolmente non visti 

A Chiara – C’mon C’mon – Green Knight – Luca – Pig – Shiva Baby – Swallow – The Kid Detective –  The Souvenir 

Serialità – qualche titolo da ricordare

Midnight Mass – Mare of Easton  – L’attacco dei giganti 


 

10 – Benedetta di Paul Verhoeven

Vedere Benedetta è un’esperienza che non ha pari per il livello di sfrontatezza con cui Paul Verhoeven demolisce ogni limite, ogni buon senso, ogni decenza. Non semplicissimo vedere oltre quel suo gusto iconoclasta verso ciò che è bello, ordinato e conforme, non è davvero semplice discernere tra ciò che è cult e scult, ciò che è sublime e ciò che è trash. Quel riso che ti tira fuori, imbarazzato, è sintomo di tutto quel disagio che si prova vedendo certi paletti tirati fuori dal nostro terreno morale e ideologico e spazzati via. Non è un esercizio semplice, o almeno non lo è quanto per esempio lo è stato con Elle. Io stessa confesso di essere un po’ imbarazzata da quello che ci ho visto dentro, a posteriori, andando oltre la giocosa boutade alla base dell’operazione. Non biasimo chi lo getterà nel cestino come una sonora oscenità, ma è un tipo di operazione sempre più rara e più preziosa. Con Virgine Efira il caro Paul conferma di avere un occhio infallibile per le bionde portentose.

9 – È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino

Chiaramente a me i film confessione, i film testamento smuovono qualcosa nel profondo. Questo titolo è bellissimo, ma nello specifico lo è nella sua intertestualità con il resto del cinema di Sorrentino. Solleva il velo su un autore che dentro i suoi film si era nascosto piuttosto bene e si lascia vedere, nudo, in tutto il suo dolore e il suo rimpianto. Fabietto è lo specchio attraverso cui l’iconico Jep Gambardella diventa molto più di una posa. Filippo Scotti è una grande scoperta, Teresa Saponangelo avrebbe meritato molto, molto di più. È stata una grande soddisfazione spiegarlo un po’ agli amici americani.

8 – The Worst Person in the World di Joachim Trier

Qui c’è un profumo generazionale nell’aria a cui risponde positivamente la mia anagrafica, più quella punta di snobismo cinefilo che ti fa sentire più intelligente e arrapato mentre lo vedi e ti convince. Ognuno ha quel qualcosa che lo fa sentire capito, raccontato e – parola chiave – speciale. Joaquim Trier qui parla d’immaturità generazionale con grande acume e un sufficiente distacco ironico da conquistare, salvo poi tenersi un paio di stilettate per il gran finale.
Come Julia spesso ti senti speciale e specialmente incompreso, galleggiando sopra quella sensazione appena subconscia di essere la persona peggiore del mondo, superficiale e inconcludente. Trier non è l’unico a provare questo approccio e affrontare questi temi, ma rispetto a una Sally Rooney o una tarda Greta Gerwig, qui c’è una lezione oltre la goduria masturbatoria di raccontarsi. Renate Reinsve ha il grande merito di far funzionare tutto al miglior livello possibile.

7 – Competencia Oficial di Gastón Duprat e Mariano Cohn

In un anno amarissimo di cinema sudamericano questo film è stato la mia ancora di salvezza. Gastón Duprat e Mariano Cohn alla fine fanno sempre lo stesso lungometraggio che irride e sbeffeggia una certa elite culturale e snob, ma qui si muovono a dei livelli d’ironia e di cinismo che cancellano tutto il resto. Oltre a essere ironico e sofisticato, oltre che a raccontare un mondo che ancora una volta sento abbastanza vicino, Competecia Oficial ha forse il miglior terzetto di protagonisti visto quest’anno su grande schermo: Oscar Martínez, Antonio Banderas e Penélope Cruz qui giganteggiano. In più, particolare non da poco, il film ha una dimensione visiva stilosissima, muovendosi in ambienti e tra guardaroba che lasciano il segno. Mai vista una Cruz così bella e così brava, non me ne voglia Pedro.

The Matrix.

6 – Drive My Car di Ryusuke Hamaguchi

Sostengo da tempo che Hamaguchi sia soprattutto uno scrittore impareggiabile. Darei di tutto per leggere un suo romanzo. Dentro Drive My Car in effetti c’è un racconto (nemmeno troppo brillante) di Haruki Murakami, ma il regista lo sviluppa così a fondo e così acutamente da renderlo al contempo un adattamento fedele allo spirito dello scritto originale e qualcosa in intrinsecamente figlio del suo cinema e del suo gusto. Sono meno convinta dalla sua comunque notevole regia, che pure dà spessore e intensità che nessuno era ancora riuscito a tirar fuori da attori senza grandi curricula.

Drive My Car è stato un po’ pompato dalla critica? È una miniserie che finge di essere un film? Sì a entrambe, ma è uno di quei lavori che con un ritmo impercettibile ma costante, che scava intorno e dentro i suoi protagonisti, tirando fuori quegli attimi di umanità che ci aiutano a vederci riflessi nel grande schermo, a credere che anche noi possiamo superare il dolore, ritrovare se non la nostra parte migliore, quella che ancora individua un senso nel vivere.

5 – Scompartimento N.6 di Juho Kuosmanen

Juho Kuosmanen è un altro di quei registi il cui timer è già avviato: un paio di date differenti, un colpo fortunato in più e avrebbe potuto esplodere lui nel 2021, magari al posto di Hamaguchi. Scompartimento N.6 è a sua volta un adattamento capace di mantenere nell’essenza del romanzo a cui s’ispira e al contempo rendere il film figlio dell’autore che lo costruisce. 

Una storia sentimentale che trova l’amore e il romanticismo sotto la dura scorza del carattere nazionale russo, della fiera indipendenza nordica, in una ricostruzione degli anni ’90 mai trasformata in un’arma nostalgica. Nel raccontare il sentimento d’amore che ha al centro è così diretto e potente da far sembrare semplicissimo quello che fa quando – dal punto di vista tecnico e umano – è proprio tutto l’opposto. 

4 – Red Rocket di Sean Baker

In un’edizione di Cannes particolarmente disinibita e svestita, Sean Baker mi ha intrigato con un film che ancora una volta racconta le nuove e vecchie povertà statunitensi, il maschilismo pedratorio e l’immaturità di una nazione che crede nella sua capacità infinita di rigenerazione e ritrovare il trionfo ma fatica a stare in piedi. 

Lo fa però non puntando sulla commozione o sul dramma, bensì sulla commedia e sul sesso: si parla di sesso, sì, ma se ne fa anche tanto, perché se Hollywood è un sogno ormai inarrivabile, almeno l’industria dei film hard è ancora a portata di mano. In un mondo un po’ meno bacchettone e più attento, Simon Rex avrebbe una nomination e forse una statuetta. Suzanna Son è una rivelazione, attoriale e visiva: una dea maliziosa e innocente, quello da cui il femminismo ti mette in guardia, ma da cui gli occhi non riescono davvero a staccarsi. 

3- Petite Maman di Céline Sciamma

Cosa si dice di quelli davvero bravi? Che fanno un film con niente e senza farlo durare tre ore? Con cinque attori e poco più di settanta minuti, la francese Céline Sciamma tira fuori dal cappello una sorta di versione cinematografica di quel quadro di Klimt che ritrae le tre età della donna. È impressionante la potenza narrativa di un film veramente fatto con nulla, ma capace di catturare sentimenti universali e momenti spartiacque che definiscono la vita di ogni donna ed essere umano. Considerando che ha co-scritto pure Paris 13Arr, il nuovo film di Jacques Audiard che si è giocato la quarta posizione con Red Rocket nella prestigiosa categoria di “film arrapato e vitale”, direi che qui qualcuno non ne sbaglia una.

2 – Dune di Denis Villeneuve

Queste due posizioni le affronto insieme, perché ho passato settimane a tentare di decidere chi avrebbe prevalso. Entrambi questi titoli li ho visti molte volte e in sala, entrambi hanno quella qualità che solo il grande, grandissimo cinema ha: quella di nascondere nelle proprie pieghe sempre qualcosa di nuovo. Più diventi intimo con il film e più ti rivela qualcosa. Sono pellicole gigantesche, che fanno cose strepitose nei reciproci ambiti. Dune prova che il cinema mainstream e di genere può ambire all’assoluta qualità e a una narrazione complessa, senza perdere per strada il pubblico: è il tipo di pellicola figlia dell’approccio da studios e del circuito delle sale, è il tipo di cinema a cui diremo addio se lo streaming ucciderà la sala. Sono stata tentata di dare la vittoria a Campion perché – condanna di questo film – “tanto ci sarà una seconda parte”. No invece, perché Dune è già completo in questo primo film, anzi, l’unico difetto che gli trovo è che aggiunga qualche minuto di troppo a quello che sarebbe stato il suo naturale finale: il risveglio del messia dopo la sua visione, la definitiva perdita della sua innocenza e di suo padre. Chi dice che questo film è una lunga introduzione forse dovrebbe rivalutare le 24 ore più travagliate di un personaggio quest’anno al cinema, la storia di un figlio che si risveglia duca, leader e messia e di tutto quello che ha perso nel sogno della sua infanzia.

1 – Il potere del cane di Jane Campion

Quindi perché The Power of the Dog è il miglior film dell’anno? Perché è un classico, lo è già, il tempo si limiterà a confermarne lo status. È un film di una ricchezza espressiva e simbolica che quest’anno non ha semplicemente paragoni, di una complessità tale che ha un unico, grosso limite: in una prima visione non puoi che assorbirne una frazione. La sua ambiguità non è confusione né imprecisione, ma quella ricchezza inafferrabile che la realtà ci mette davanti ogni giorno. A differenza della vita, Il potere del cane possiamo riavvolgerlo, rivederlo, cogliere ogni volta una sfumatura differente, trarre ogni volta una conclusione. Non tutti scorgono il cane nella collina, ma più si osserva, più lo si rivede, più si legge e ascolta a riguardo di questo film e più il profilo dell’animale si staglia sulla roccia. Un’ombra appena, che trasforma la natura in arte, l’immagine in significato, il girato in cinema.