Recensionando / L’ultima ora

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È statisticamente certo che anche riuscendo a centrare la visione ogni singolo film del concorso principale del Festival di Venezia, si finisca per scoprire quasi un anno dopo qualche chicca passata sotto il naso al Lido. Matematicamente certo, sia perché ancora non ci è stato fatto dopo dell’ubiquità o di una sfera di cristallo (per divinare dove essere a vedere cosa di davvero meritevole), sia perché in estate tutti i rimasugli, i peccati, gli avanzi e gli esperimenti rimasti nascosti o dimenticati nei cassetti dei distributori italiani vedono la luce, anzi, il buio della sala.
Nel caso di L’ultima ora (L’Heure de la sortie) si tratta di un colpo di fortuna, perché è un discreto filmone che vale davvero la pena di recuperare in sala e che da solo rialza e di parecchio le sorti di questa settimana cinematografica di uscite altrimenti mediocri. E se vi dico che a girare questo ottimo film c’è Sébastien Marnier, ovvero un francese e un regista al suo secondo film, vi stupite? Dato l’andazzo recente su questo blog, dove siamo settimanalmente costretti a constatare che esordienti di pregio abbiano Oltralpe, direi non troppo.
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Recensionando / The Monster Baru Cormorant

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C’è un tocco di ingenuità o inesperienza dietro certe affermazioni e frasi fatte che colpiscono la narrativa di genere con particolare frequenza, soprattutto da parte dei frequentatori occasionali. Una di quelle che mi incuriosisce di più riguarda la costruzione del mondo fantastico o fantascientifico (il cosiddetto world building). Posto che immaginare una realtà differente da quella di cui si ha esperienza richiede una certa dose d’immaginazione, concesso che rendere un mondo fittizio abbastanza coerente e organico richiede un quantitativo di talento letterario non scontato, rimango sempre basita quando sento dire frasi come “è un bel romanzo fantastico è perché ha un world-building incredibilmente complesso”.
Forse però non dovrei stupirmi, considerando quanti e quali best seller fantasy dominano le classifiche. Romanzoni affetti da cronico ipertrofismo geografico e dall’ossessione per il dettaglio genealogico, topografico e modaiolo, che fanno levitare il conto pagine ben oltre le 500 o 600. Eppure sembra che proprio grazie a questa formula abbiano parecchia presa su un certo tipo di pubblico. Io stessa ho una predizione particolare per tutta una serie di autori (da Richard Morgan a Ian McDonald) proprio per la loro capacità di costruire una realtà altra che sembri innanzitutto organica e complessa, con una quantità di ricadute sociali, politiche ed economiche che vanno oltre una trasformazione cosmetica della nostra, scavando a fondo e a lungo.
A mio modo di vedere però ciò che distingue una cerchia di onesti scribacchini dalla buona resa dagli autori davvero talentuosi non è la capacità di creare complessità, ma quella di gestirla e dominarla, riducendola a una forma che appaia così semplice e immediata da risultare naturale. Esempio perfetto di cosa succede quando un narratore ha per le mani un mondo di grandissima potenzialità ma fatica a tenergli testa è The Monster Baru Cormorant di Seth Dickinson, il sequel del qui amatissimo The Traitor Baru Cormorant.

[RECE PRIMO VOLUME] [INTERVISTA A SETH DICKINSON]

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Recensionando / Wolf Call – Minaccia in alto mare

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Nell’insolito marasma di uscite di alto profilo e alto livello c’è un film notevole che rischia di rimanere fuori dai vostri radar, se non fosse per me, la vostra inviata dal fronte del cinema francese. Oltre che ad essere un gran bel film action che stupisce per opulenza produttiva e per la capacità che il cinema francese dimostra di avere nel mettere insieme un film che non ha niente – ripeto, niente – da invidiare alle operazioni blockbuster statunitensi antiche e recenti, Wolf Call – Minaccia in alto mare ha un’avvincentissima storia dietro le quinte e dietro la cinepresa che merita di essere raccontata e conosciuta.
Una storia che racconta tanto di cosa significhi fare cinema Oltralpe, di quale fiducia si abbia in autori esordienti con buone idee da portare su grande schermo, ma anche sull’importanza di conoscere le persone giuste, nel mondo del cinema e dell’esercito. Stavolta non arriverà il solito piagnisteo stile “una cosa così avremmo potuto farla anche noi” perché no, non riesco ad immaginare un altro paese europeo con la volontà, i soldi o la spregiudicatezza necessarie a mettere in piedi un’operazione simile e con così ottimi risultati.
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Recensionando / La mia vita con John F. Donovan

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Non è un mistero che La mia vita con John F. Donovan sia un’opera travagliata, rimandata a lungo e uscita in sordina (tranne in Italia, con una inconscia rivalsa sadica Dolan ottiene la sua miglior distribuzione con il suo film peggiore), dopo un supplizio in fase di montaggio che è facile immaginare. La discrepanza tra le foto di scena e il prodotto finito, tra le trama annunciata all’inizio del progetto su Instagram e quello che vedrete in sala, tra il ruolo da protagonista iniziale di Jessica Chastain e la sua totale assenza nel montaggio finale è tale che da far venire quasi il sospetto che il primo film di Xavier Dolan in lingua inglese e con attori internazionali sia stato fortemente condizionato dalle pressioni delle major.
Non fosse che lo stesso Dolan, dopo mesi di silenzio a riguardo e un’impietosa carrelata di stroncature (meritatissime) seguite alle poche proiezioni organizzate, ha ammesso di aver sottovalutato la sfida di un film non più indie, non più con un cast e una troupe fatta di conoscenti, non più tra le pieghe del cinema canadese. Un mea culpa che, dopo le reazioni emotivamente orgogliose a le prime critiche della sua intera carriera raccolte con È solo la fine del mondo, preannunciano forse una nuova fase, più matura e si spera ancora più feconda. Per ora tocca abbracciare serenamente il fatto che questo film è il primo disastro irredimibile del prodigio canadese.
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Recensionando / Toy Story 4

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Scalda il cuore Toy Story 4, ancor prima di scomodare la delicata questione di quanto fosse conveniente o lecito mettere di nuovo mano a forse l’unica trilogia del recente passato cinematografico americano ad essere cresciuta film dopo film, riuscendo sempre a trovare la chiusa giusta e il messaggio importante per essere rilevante per il proprio pubblico, allargatosi fino a comprendere varie generazioni. Scalda il cuore non solo perché si tratta di personaggi con cui abbiamo riso e pianto negli ultimi 23 anni, ma perché dietro la narrazione ammodernata e lo stupefacente livello tecnico raggiunto si sente l’affetto e la riverenza con cui i giocattoli di Pixar sono ancora trattati dai loro creatori. In una Pixar post Disney, costretta in più frangenti a scendere a patti con il marketing e l’ansia da sequel, talvolta svendendo e mortificando il proprio bagaglio pregresso creativo con sequel davvero non all’altezza, Toy Story 4 esce indenne dalla visione corporate che ha toccato – poco o tanto, nel bene o nel male – tutti i fratelli e le sorelle di casa Pixar, regalandoci una storia dal sapore antico e contemporaneo, in perfetto bilanciamento.
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Recensionando / X-Men: Dark Phoenix

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Se non fosse un film deludente e incapace di suggerire la benché minima ragione che ne giustifichi l’esistenza, X-Men: Dark Phoenix sarebbe un soggetto di studio estremamente affascinante. Il merito è del suo travagliatissimo dietro le quinte e di una serie di contraddizioni che rendono il dodicesimo film sui mutanti ad arrivare sul grande schermo un assoluto unicum, pur essendo un sostanziale remake nel contenuto e nello scopo.
Già la prima trilogia mutante – a cui aveva dato il via Bryan Singer – aveva optato per la saga della Fenice Nera come chiusa di alto valore drammatico. D’altronde stiamo parlando una lunga run iniziata nel 1980 e divenuta tra le più celebri e influenti dell’intera galassia mutante. Innanzitutto perché racconta di un potere illimitato e assoluto, che rende una perfettina come Jean Grey uno dei personaggi più sinistri dell’universo mutante, senza dimenticare che proprio questo arco narrativo è già stato benedetto da una trasposizione animata negli anni ’90 (da noi nota come Gli Insuperabili X-Men), considerata tra i migliori prodotti d’animazione americani di sempre. Al cinema invece non c’è proprio verso che la Fenice riesca a spiccare il volo.
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Recensionando / Dolor y gloria

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Dolor y Gloria è il vincitore di Cannes 2019. La Palma d’Oro è andata a un altro film, certo. È molto probabile che con queste ennesima vittoria sfumata, per ragioni anagrafiche e creative, Pedro Almodovar abbia detto addio per sempre alla possibilità di vincere sulla Croisette.
Tuttavia non c’è altro film passato a Cannes altrettanto ammirato e osannato. Il vincitore annunciato, il vincitore mancato, il vincitore morale di Cannes è Dolor y gloria, in perfetto equilibrio tra film testamento e film confessione.
A rendere amarissimo questo risultato è anche il dato matematico della vicenda. C’è innanzitutto il coefficiente sorpresa di un regista che in fase calante ha tirato fuori un film di una qualità che davvero nessuno si aspettava. Per arrivare a questo livello però Almodovar spende tanto, tantissimo, presentandosi con un film sostanzialmente irreplicabile.
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Recensionando / L’angelo del crimine

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Segnalo un piccolo miracolo in apertura del mese del Pride: è finalmente sbarcato nelle sale italiane uno dei più promettenti titoli della selezione Un Certain Regard di Cannes 2018, uno di quelli che con la sua tematica queer è semplicemente perfetto per aprire il mese dell’onda arcobaleno.
Non solo: con la sua produzione rifinitissima, la regia accattivante e la sceneggiatura sempre precisa nella sua ricchezza narrativa, L’angelo del crimine è il film perfetto per lavare via la delusione lasciata da quello che dovrebbe essere il suo epigono hollywoodiano ma si è rivelato la sua brutta copia. Se Zac Efron vi ha delusi nei panni del famigerato killer Ted Bundy in un film sciapo e insulso (talvolta persino problematico), lasciate che ci penso l’Angelo nero dell’Argentina degli anni ’70 a riparare a questo torto, con un film che è migliore del cugino hollywoodiano sotto ogni punto di vista.
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Cineriassuntone mensile / I film di maggio 2019

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Terzo appuntamento mensile del cineriassuntone sett…mensile, un po’ perché di certi film voglio continuare a parlarvi in post dedicati, un po’ perché so che da qualche parte qui c’è un format perfetto ma c’è ancora da sperimentare. Quindi ecco a seguire tutti i film usciti a maggio 2019 che ho visto ma non ho avuto tempo, voglia o sbatta di recensirvi.

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Recensionando / Rocketman

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La vera sorpresa di Rocketman è che per raccontare una leggenda del rock sceglie uno dei generi considerati più antitetici al genere musicale trasgressivo per antonomasia: il musical.
Non si tratta solo di strizzare un quantitativo congruo di canzoni iconiche di Elton John in un film, ripercorrendone l’ascesa e la caduta (nella cocaina) di un’icona della musica inglese del Novecento. Si tratterebbe di un semplice biopic musicale sulla falsa riga di Bohemian Rhapsody. Invece, pur essendo un progetto figlio di quell’esperienza e con lo stesso regista, Rocketman rivela ben presto di essere fatto di ben altra pasta e di fare giustizia al suo protagonista in maniera umanamente e cinematograficamente più soddisfacente.

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