Recensionando / Petit Paysan

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Alle volte seguire le regole del manuale paga, e molto. Lo sceneggiatore e regista Hubert Charuel per il suo esordio registico si è attenuto alla prima raccomandazione che viene rivolta ai neofiti cinematografici e non: parla di ciò che conosci. Così il suo sorprendente primo lungometraggio Petit Paysan è ambientato nella campagna rurale francese in cui è cresciuto, girato proprio nella fattoria della sua famiglia, quella che ha deciso di abbandonare per tentare la fortuna nel mondo del cinema.
L’ambiente e la cultura agreste non sono certo un setting inconsueto per il cinema francese, espressione di una nazione che – al di fuori della capitale parigina – preserva con orgoglio una fortissima tradizionale agricola e pastorizia, una cultura della produzione e del godimento del buon cibo e del buon vino che forse non raggiungiamo nemmeno nel Bel Paese. In molti sono partiti da questo incipit bucolico, ma nessuno di aveva ancora regalato un angosciante, ansiogeno thriller in cui il corpo del reato è quello di una vacca da latte. 
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Recensionando / Tonya

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[Stavolta è un filo più spoiler del solito, quindi occhio.]
Non importa quante nomination e Oscar abbia portato a casa il film di Craig Gillespie se poi mi sento tradita come spettatrice e cinefila di fronte a Tonya. Non dal film, che è portentoso almeno il doppio di quanto si sia detto in giro, ma dall’incapacità di chi lo promuove e di ne scrive a riguardo di far capire sul serio che film si vedrà in sala.
La banda che ha messo su questo piccolo miracolo è scapestrata e reietta almeno quanto la protagonista che va a raccontare: lo sceneggiatore Steven Rogers ha un curriculum farcito di cinemozioni5 più o meno stucchevoli, Craig Gillespie ha una filmografia che rende davvero difficile capire come all’improvviso sfoderi questo piglio sicuro e smargiasso e la produttrice e protagonista Margot Robbie si è dovuta presentare come la bionda mozzafiato per anni nella speranza di mettere insieme l’influenza e il denaro necessario per ritagliarsi un ruolo per sé, che prevedesse una sua propria attorialità.
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Recensionando / Nelle pieghe del tempo

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Il peggior risultato possibile guidato dalle miglior intenzioni immaginabili, questo è Nelle pieghe del tempo. Il blockbuster pasquale di Disney ci ricorda che, di tanto in tanto, anche la Casa del Topo sbaglia clamorosamente.
L’ambizioso progetto con un budget da 100 milioni di dollari vorrebbe portare in sala l’adattamento filmico del celebre (almeno negli Stati Uniti) romanzo fantastico per ragazzi scritto da Madeleine L’Engle negli anni ’50, con l’intento di produrre un film tutto al femminile.
La mossa è coraggiosa, per numerosi motivi: nonostante gli incassi stratosferici dei film su e con donne protagoniste visti nella scorsa annata, non è comunque un azzardo da poco portare al cinema uno progetto con un budget del genere, scontrandosi con la diffidenza ancora forte sulla monetizzabilità di una storia “al femminile”. Il plauso per Disney dovrebbe essere doppio, perché tra i grandi studios è l’unico che continui a produrre lungometraggi chiaramente destinati al pubblico più giovane, tenendo in vita il desolante panorama del cinema per ragazzi.

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Recensionando / Ready Player One di Steven Spielberg

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…e poi arriva Steven Spielberg, che all’età di 71 anni ancora ancora è costretto a mettere le pezze ai limiti del lavoro altrui, tra l’altro derivativo dalla propria carriera.
È un processo di maturazione davvero invidiabile quello del regista statunitense. Da una parte rifiuta il ruolo dell’eterno giovane che ripete a pappagallo schemi e temi che gli hanno donato la celebrità 40 anni fa. Dall’altra però è un processo di maturazione e non d’invecchiamento, perché lungi dal ripiegarsi su sé stesso o dal perdere progressivamente contatto con la realtà contemporanea, Spielberg rimane un acuto e irriverente osservatore del mondo che gli si evolve attorno, dentro e fuori la sala cinematografica.
Un regista di questo calibro, dopo un paio di prove serie e importanti, avrebbe meritato un ritorno alla leggerezza e all’avventurosa commerciabilità meno impegnativo di Ready Player OneContinua a leggere

Recensionando / Ready Player One di Ernest Cline

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C’è qualcosa di sconcertante nel sentirsi sminuiti a ciclo continuo in quanto lettori di fantascienza, genere che tra coloro che fieramente dichiarano di non praticarlo viene concepito – con l’ausilio di misteriose proprietà divinatorie – come la cosa non letteraria del gran circo dei generi letterari, giusto un gradino sopra del vituperatissimo romance.
Il palato fantascientifico sarebbe quindi una bocca buona, che si accontenta di sapori rozzi e basilari, insensibile alle prelibatezze della letteratura alta.
Leggendo Ready Player One viene da chiedersi dove sia tutto questo acume letterario dei di sopra scettici, che quando devono salvare un romanzo del comparto non solo incoronano un’opera la cui pochezza letteraria è palese, ma che è così problematica che si ha solo l’imbarazzo della scelta del punto debole da evidenziare impietosamente.
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Recensionando / Kissing Candice [Irish Film Festa 2018]

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Sbagliare per troppa ambizione e eccessiva voglia di dimostrare le proprie capacità è decisamente il modo migliore per esordire e farsi notare, anche con un film riuscito solo in parte.
Inoltre in questo caso specifico (arrivato in Italia con l’Irish Film Festa e passato anche a Toronto e alla Berlinale) stiamo parlando di un’esordiente donna, irlandese, con una comprovata esperienza nel comparto dei videoclip e una fascinazione palese per le contraddizioni fantastiche e cupe dell’adolescenza.
Sono queste le passioni e le influenze che si agitanotumultuose e sensuali in Kissing Candice, un lungometraggio che in soli 95 minuti tenta di essere formalmente e visivamente molto più di quel che contiene a livello narrativo. Aoife McArdle insomma mette a segno quella falsa partenza che fa venire voglia di tenerla d’occhio, in attesa di vederla quando riuscirà a correggere il tiro.
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Recensionando / Pacific Rim: La Rivolta

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Il tempo ha dato ragione a Guillermo Del Toro e alle sue defezioni tanto celebri quanto ricorrenti. Lasciare un nascente franchise originale così spettacolarmente avviato sembrava una mossa avventata, e invece a un quinquennio di distanza eccolo che cerca spazio sulle mensole di case per un Leone d’Oro e due Oscar, vinti in un’annata ricca di film notevoli con una pellicola tutt’altro che incontestabile.
A tentare di raccogliere la sua identità e consolidare il franchise con l’invitabile e non richiesto sequel ecco che Hollywood chiama uno sceneggiatore/produttore di successo (vedi Spartacus su Startz) e onesto regista mestierante, Steven S. DeKnight.
Bastano le poche scene iniziali di Pacific Rim: La Rivolta per constatare che DeKnight abbia ben chiaro quanto sia necessario distanziarsi dal modello originario per far funzionare il film.
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Recensione / Un sogno chiamato Florida

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Pur avendo già visto parecchie delle uscite di questa ricca settimana, non ho dubbi su quale sia la pellicola con cui aprire questa tornata di recensioni del fine settimana.
Il nuovo film di Sean Baker che approda finalmente nei nostri cinema dopo un anno festivaliero vissuto intensamente è una spanna superiore al resto della concorrenza per qualità, forte del suo status di principale snobbato agli Oscar 2018.
Dopo l’acclamazione seguita al passaggio in Quinzaine des Réalisateurs a Cannes 70, la mancata nomination di Un sogno chiamato Florida ha fatto particolarmente male a una pellicola non solo tra quelle che più lasciano il segno dell’annata, ma anche la migliore del gruppo di quante avrebbero beneficiato della mezza verità e mezza scaramanzia che a contare davvero sia esserci e non vincere.

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Recensionando / Oltre la notte

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Dopo l’Oscar a magnifico Le vite degli altri, alla Germania in piena rinascita cinematografica e fermento creativo proprio non riesce di entrare nella cinquina finale di Miglior film straniero e vincere la statuetta. Dopo aver provato ad attirare l’Academy con alcuni dei film più belli visti in Europa negli ultimi anni (solo un anno fa fu la volta di Toni Erdmann), col pragmatismo che li contraddistingue i tedeschi hanno deciso di giocarsi la carta della diva.
In effetti sarebbe stato un delitto non farsi rappresentare dalla lodatissima performance di Diane Kruger, che di fatto è il motivo principale per cui si è parlato di Oltre la notte. L’attrice – la cosa più vicina a una diva hollywoodiana che abbiano a disposizione sotto il cielo di Berlino – recita qui in tedesco e piange davvero tutte le sue lacrime, in un ruolo ad altissimo voltaggio emotivo. Il mancato sbarco in cinquina prova però che non basta né la bella prova di una famosa attrice né la carta facile dei (neo)nazisti per approdare al tanto agognato risultato.
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Recensionando / Maria Maddalena

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Forse Garth Davis sperava davvero di fare il salto di qualità girando un film a tematica religiosa con tanto di crocifissione del Cristo, scenario che da sempre si accompagna a grandi dibattiti e facili controversie. Dopo la regia di alcuni episodi di Top of the Lake e di Lion, Davis si prende l’incarico di portare ancora una volta la vita e la morte del fondatore del Cristianesimo su grande schermo, anche se il focus del film è chiaramente un altro.
La figura da analizzare e valutare qui è quella di Maria Maddalena, protagonista silenziosa di alcuni momenti chiave della vita di Cristo, che però non ha avuto alcun impatto nella costituzione della Chiesa nata all’indomani della sua morte.
L’aspetto più sorprendente di un film di cui si parla davvero pochissimo e che rischia di non uscire negli Stati Uniti è però l’anonimato e il distacco con cui presenta la sua storia, proprio quella storia che ha finito per far sbilanciare alcuni dei cineasti più acclamati dell’ultimo secolo.

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