Tag

, , , , , ,

Un po’ di giorni fa ho avuto l’occasione di fare una visita fugace a Ginevra, una delle più pasciute città svizzere.
Purtroppo si è trattato veramente di una toccata e fuga, ma ho comunque voglia di mettervi a parte di un paio di angolature interessanti che ho scoperto.

Quello che vedete qui sopra è lo Jet d’Eau, il simbolo più riconoscibile e visibile della città. Un getto d’acqua sparato nel punto in cui il fiume Rodano entra nel lago cittadino, ad un’altezza di 140 metri. Il bello è che questo bizzarro monumento a una città fondata sull’acqua e sulle vie fluviali rimane senza paternità ufficiale: pare sia impossibile capire a chi sia venuta questa brillante idea.

Tornando più sul canonico, avendo pochissimo tempo a disposizione si è deciso di visitare la Cattedrale di Saint-Pierre.  Culla della Riforma, al suo interno conserva il classico oggetto defilato che attrae attenzioni e foto perché un grande della storia vi ha appoggiato le proprie terga. Nella fattispecie, sto parlando de la sedia di Calvino. Adesso, sedia. Seggiola. Sediolina. Quant’è piccola! Uomo dall’altezza morale encomiabile, ma dallo scranno davvero minuscolo!
Escluso questa sorta di memorabilia del periodo in cui la Chiesa, che già aveva tanti problemi suoi, si divise in pezzetti moltiplicando le sue anime e i problemi annessi, il monumento non è troppo imponente, ma si fa ricordare per quell’atmosfera di sobrietà e raccoglimento spirituale che in Italia diametralmente opposta all’opulenza delle chiese cattoliche ed ortodosse. Anche se io per indole non mi lamento mai, per quante cesellature d’oro tu aggiunga.

L’interno è quindi sobrio, silenzioso, gli spazi controllati. E’ bellissimo l’accostamento tra la prevalenza di superfici di pietra e alcuni complementi d’arredo lavorati in legno, come il bellissimo coro dei 12 apostoli. Vi avrei anche fatto una foto ma il custode ci stava praticamente chiudendo dentro.
Le panche per le persone comuni poi erano stupende, con una bella decorazione sui lati che si intonava al patrimonio artistico, mica con le quattro assi in legno che noi riserviamo alle nostre terga.
La facciata e la parte esteriore invece presentano una problematica accozzaglia di stili completamente diversi tra loro, con parti letteralmente ficcate ad incastro una accanto all’altra, come questa torre che nella mia ignoranza mi fa molto Notre Dame. Ovviamente non vi lascio senza foto della sediolina di Calvino, ci mancherebbe altro.

L’aspetto bello della città è che, nonostante si trovi in Svizzera, fa più Francia della Francia circostante. Anzi, la Francia circostante vista dall’autostrada è costituita più o meno dal nulla cosmico. Ginevra invece per quel poco che ho visto è una cittadina per nababbi, specie sulle rive del lago, che incrocia quell’aria da gita al lago (appunto) con i vialoni e i palazzi tipici della capitale francese. Tra i negozi da ricconi che affollano le strade, ci sono un sacco di orologiai. Sapete com’e’, c’e’ la sede della Rolex.

Per la sfortuna di chi vive con me, anche questa volta il Destino mi ha condotto di fronte al (probabilmente) unico rivenditore di tea sfuso di tutta la città. Momento di grande emozione, ma c’e’ da rilevare che, proprio come nella capitale parigina, c’e’ una zona con netta prevalenza di esercizi nippocinesi.

Per ristabilire un po’ l’Elveticità del post, ecco la foto del negozio monomarca della Caran d’Ache, sogno proibito di chiunque abbia frequentato la quinta elementare. L’attenzione maniacale alla disposizione dei colori e alle tinte cromatiche, una parete divisa a riquadri in cui venivano raggruppati tutti i prodotti della stessa nuances, un bouquet di matite ben temperate (cit.); la tentazione di comprare un pastello verde veronese è stata altissima. L’azienda, fondata nel 1924, deve il suo nome ad un vignettista francese e all’assonanza con il termine russo di matita: adoro questi giochetti di parole come manco il più inglese degli inglesi.

Qui dovrei inserire la foto di me stessa che mangia la fonduta, ma ho un’espressione troppo soddisfatta per non vergognarmene. Quindi mettiamo il sobrio interno della Cattedrale e il classico turista che non si leva dalla foto.

Forse dovrei accludere anche la mia faccia sconvolta alla notizia che per attraversare il traforo del Monte Bianco con una semplice utilitaria ci vogliono 38 euro e qualche spicciolo. Andata e ritorno 49,10. Per 11 km e rotti di tunnel stretto e asfaltato pessimamente nella parte italiana, fate due conti. Che di notte spesso funziona solo a direzioni alternate perchè sì, inchiodandoti in mezzo al nulla ad osservare il pellegrinaggio degli automobilisti verso l’unico bagno disponibile. Una vera esperienza di truffa gestita da un’apposita SpA, di cui Autostrade a cui avete pagato il pedaggio qualche km prima possiede il 51% e l’Anas un buon 32%. Come star seduti sopra un cuscino di soldi.

Piccola curiosità dal palaghiaccio locale; i lavabo per veri tifosi che condividono tutto, anche il lavandino.

Annunci