Commentando / Le nomination ai Golden Globe Awards 2020

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Secondo Variety, un eminente testata di spettacolo capace in poche ore di tirar fuori editoriali di tutto rispetto sulle nomination ai Globes e vaccate immonde tipo la mappatura dei nominati in base al segno zodiacale, le nomination ai Golden Globe Awards 2020 hanno dato una ripulita alla proverbiale faciloneria con cui il primo appuntamento della lunghissima stagione che porta agli Oscar seleziona le sue cinquine di finalisti. Sarà davvero così? Scorrendo la lista delle categorie cinematografiche, mi verrebbe da dire sì, anche se qualche perplessità permane. Dove sono finite le donne, di grazia? Tutte quelle nomination a Piccole Donne e 1917 sono figlie del hype o di una valutazione oggettiva? The Farewell sarebbe un film cinese? Quindi sì, qualche perplessità, qualche plauso e un paio di sorprese non mancano, quindi perché non metterci qui tutti attorno a un post a discuterne?

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Recensione / Grazie a Dio di François Ozon

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Non è un mistero che François Ozon sia tra i miei registi preferiti e non è tanto una questione di livelli qualitativi, fama o allure festivaliera. Ci sono là fuori registi migliori? Sì, ma davvero pochi combinano la prolificità, il trasformismo e l’estrema fruibilità narrativa del regista francese.
È uno di quei nomi che suscita sempre la mia curiosità e di cui vedo le novità più volentieri (e anche con una certa impazienza) e il mondo sa se il Cinema non sarebbe migliore se questa qualità non fosse più diffusa tra i grandi cineasti. Non è che François Ozon sia meno intelligente, acuto o acculturato dei suoi colleghi festivalieri, è che da tempo ha messo da parte l’urgenza di impressionare o primeggiare, mentre rimane una sua priorità quella di raccontare con estrema chiarezza e accoglienza le sue storie. Da un regista così finisci per voler vedere anche un titolo come Grazie a Dio, incentrato sullo scandalo pedofilia nella diocesi di Lione e sull’affaire Barbarin.
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Recensione / La memoria di Babel [L’attraversaspecchi #3]

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Sono due gli elementi letterari a lungo termine che trovo più interessanti nei romanzi di Christelle Dabos. Nell’atto piuttosto forsennato di leggerli a prevalere su tutto è la sua capacità di scrittrice, dato un certo numero di capitoli introduttivi, di far scattare una trappola in cui il lettore cade e, in un continuo gioco di rilanci e colpi di scena a fine capitolo, il poveretto è costretto a leggere senza pause, fino a giungere inesorabile a fine volume e a fine nottata.
Questa qualità rende molto piacevole la lettura di un romanzo che si divora a grandi tocchi, senza processarlo e analizzarlo nelle sue sfumature di sapori e profumi. A rendere l’esperienza di lettura in qualche modo persistente e duratura intervengono le due qualità a cui accennavo all’inizio, che permettono anche a La memoria di Babel di lasciare dietro di sé una scia abbastanza persistente nel pensiero, oltre al bisogno spasmodico di leggere il volume successivo.
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Recensione / Joker di Todd Phillips

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Joker è un gran bel film? Sì. Joker è un film molto furbo, molto piacione, assai calcolatore, un filo mercenario, che sotto la sua patina di tinte forti e toni duri di rischi veri ne prende pochissimi? Sì, ancor di più.Joker è un gran bel film? Sì. Joker è un film molto furbo, molto piacione, assai calcolatore, un filo mercenario, che sotto la sua patina di tinte forti e toni duri di rischi veri ne prende pochissimi? Sì, ancor di più.
Inutile negare tutta una serie di meriti oggettivi che vanno attribuiti a Todd Phillips, uno con all’attivo la trilogia di Una notte da leoni e Parto col folle, a cui fino a un annetto fa in pochi, anzi pochissimi, sarebbero stati disposti a prendere davvero sul serio. Tra questo ristretto novero di persone, dopo qualche anno di corteggiamento e suppliche, sono entrati anche gli uomini forti di Warner Bros, alle prese con l’eterna domanda: come rilanciare il marchio DC quando la concorrenza Marvel non solo vince su tutta la linea, ma riesce a imporre un modello cinecomics che sembra destinare al fallimento commerciale e artistico chiunque tenti di sovvertire?
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Commentando / Il traditore è la scelta migliore per rappresentare l’Italia agli Oscar 2020?

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Come da previsioni, Il Traditore di Marco Bellocchio sarà il film italiano che rappresenterà il nostro Paese nella corsa agli Oscar 2020, nella categoria dedicata ai film in lingua non inglese che si contendono una statuetta apposita e per cui ogni nazione è chiamata a eleggere anualmente il proprio candidato.
La scelta era nell’aria da tempo, dato che sin dal suo passaggio a Cannes la critica italiana e il sistema cinema del nostro paese avevano fatto fronte comune per sostenere le ambizioni del film, ricoperto entro i confini nostrani di calorosissimi apprezzamenti.

Nella cinquina di film italiani selezionati come rosa di candidati da cui selezionare il nostro rappresentante agli Oscar però non mancavano concorrenti di pregio e non solo per la qualità intrinseca delle pellicole. Come infatti è risaputo, la vittoria di una statuetta è un risultato ottenibile attraverso molte variabili – alcune fisse, altre specifiche per una singola categoria in base al regolamento e alla platea di votanti effettivi tra i membri dell’Academy – e la qualità del film è solo una di queste, talvolta nemmeno la più rilevante.
Per amor di chiacchiera e con un filo di vena polemica esaminiamo quindi i cinque candidati italiani e facciamo qualche considerazione sulla loro “oscarabilità”: il Traditore di Marco Bellocchio è davvero il candidato più forte, posto che quest’anno ci sono già almeno (almeno) un paio di pellicole che hanno ipotecato la vittoria di categoria, vedi Parasite e Dolor y gloria?

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Recensione / Burning di Lee Chang-dong

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Il 2019 sarà l’anno in cui quasi certamente la Corea del Sud riuscirà finalmente a strappare la prima, agognatissima, meritatissima nomination nella categoria Miglior film in lingua straniera agli Oscar. Sembra incredibile che una nazione che negli ultimi 20 anni ha espresso una così alta qualità cinematografica non sia riuscita ancora ad entrare nella cinquina finale agli Academy Awards. Basterà la Palma d’Oro di Parasite, in un anno che si preannuncia già affollatissimo di grandi film in categoria? Lo scopriremo tra qualche mese, mentre grazie a Tucker Film possiamo finalmente goderci in sala Burning di Lee Chang-dong, il film coreano che nel 2018 sbarcò nella long list della categoria e rimase fuori dalla cinquina finale per una manciata di voti. In molti sostengono immeritatamente: in effetti quello che sbarca nelle sale oggi è un grande film, uno dei migliori visti nel 2018 e uno dei più amati da Cannes 72. Burning è un film a combustione lenta, certo, ma che marchia a fuoco la mente e gli occhi dello spettatore.

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Recensione / C’era una volta a… Hollywood di Quentin Tarantino

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C’era una volta la Hollywood d’oro e c’era una volta Quentin Tarantino geniale iconocasta e rielaboratore del pulp in pop: entrambi non ci sono più. A porre fine a un certo tipo di Hollywood e a una certa percezione d’America non è stato l’omicidio di Sharon Tate, anche se poi quella mattanza è diventata il perno della svolta, il punto cronologico a cui appuntare il cambiamento, un’icona e un’ossessione. La storia però è un fluire lento e inesorabile, così come la filmografia di Tarantino: già da qualche tempo il suoi film davano segnali di evoluzione, anche se il punto di svolta verso un domani tutto da definire è proprio C’era una volta a… Hollywood, un film destinato a disintegrare le aspettative cinefile rispetto al cineasta e deludere quella parte del pubblico che non saprà riprendersi dal disorientamento generato dal cambiamento.

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Recensione / Il rilegatore di Bridget Collins

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Ci sono romanzi che, dopo essere entrati nel tuo panorama visivo, finisci per leggere, altri che continui a ignorare. Il rilegatore si è fatto strada tra le mie letture per caso, dopo aver visto in giro per casa una copia della biblioteca comunale, solo qualche giorno dopo averne sentito parlare in termini entusiasti da Federica Frezza. Sono ben consapevole della distanza tra le mie scelte di lettura quelle di quella che è una delle antesignane del concetto stesso di Booktube Italia (ancora ampiamente sottovalutata), ma il momento era propizio e tutto sommato quanto poteva costarmi una deviazione dalle letture stabilite a monte, per lavoro o aggiornamento, quando il soggetto della stessa era un romanzo di natura commerciale e ben accolto da pubblico e critica inglese anche grazie al suo elemento fantasy?

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Recensione / La rivincita delle sfigate di Olivia Wilde

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Gli esami non finiscono mai, così come è inestinguibile la passione di talune persone (vedi la sottoscritta) per le commedie più o meno romantiche e più o meno scolastiche. Una volta ci si sarebbe dovuti imbarazzare di fronte a simili trastulli, ma in anni recenti qualcuno è giunto in soccorso mio e degli insospettabili amanti del genere coniando il termine guilty pleasure. La verità è che a me questi i film e i loro passaggi obbligati e rituali (il ballo di fine anno, la litigata cosmica con i genitori e/o amici, il momento in cui la protagonista si rende conto di essere una stronza e che x figo è una merda e y meno figo e suo migliore amico le vuole bene) piacciono, punto.
Non sono stati anni facili perché il genere ha conosciuto una crisi quantitativa ma soprattutto creativa e di film davvero esaltanti se ne sono visti pochi (il migliore degli ultimi anni rimane The Edge of Seventeen) e persino la qualità delle ciofeche è diventata così infima da mettere a dura prova la sopportazione dello spettatore. Grande salvatrice del genere ma anche grande dispensatrice di sordide cazzate è stata Netflix, che a quanto pare conoscendo bene le mie e vostre visioni ritiene che sia commercialmente producente sfornare una commedia scolastica ogni quadrimestre, in un eterno tentativo di imbroccare quella giusta. Sembra una missione impossibile fino all’arrivo di La rivincita delle sfigate (Booksmart) in uscita questa settimana in Italia dopo aver conquistato i cinefili di mezzo mondo. Bello sì, ma rimango scettica.
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Recensione / Il re leone di Jon Favreau

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Ormai l’abbiamo capito: ci toccherà sorbirci, volenti o nolenti, il remake live action / generato digitalmente di qualsiasi titolo appetibile tra i classici Disney, canone più o meno ufficiale che racchiude tutte le grandi produzioni animate tradizionalmente da Walt Disney persona prima e studios poi. Dopo il successo di Il libro della Giungla non è nemmeno tanto sorprendente che ci si sia rivolti a Jon Favreau per portare su grande schermo in versione digitale un altro grande classico animalesco, un assoluto punto fermo dell’animazione Disney negli anni ’90, un’epoca fertile d’idee che diede nuova giovinezza e nuovi classici a uno studio appena uscito da una crisi creativa prolungata.
Con tutte le premesse del caso, con l’uscita estiva sinonimo di leggerezza e anticamera di permissività cinefila per eccellenza, anche considerando tutto questo io questo Il re leone 2019 non solo non l’ho gradito, ma l’ho trovato sconfinatamente irritante.

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