Il Listone / Tutti i film di Venezia 78

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In rigoroso ordine di visione, con tanto di voto in stellette, pagelle e recensioni lampo, scritte all’uscita dalle proiezioni, dei film visti di Venezia 78. Quali film mi sono piaciuti e quali, il concorso, qualche incursione tra Giornate degli Autori, sezione Orizzonti e Fuori concorso, al netto di un paio di film in cui ero presente ma il sonno mi ha vinto.

[AGGIORNATO AL 31 AGOSTO 2021]

Il manifesto della Mostra del cinema
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Il Giappone squallido di Haruki Murakami

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la copertina dell'assassinio del commendatore volume 1

È opinione diffusa che L’assassinio del commendatore sia un libro ricolmo di passaggi accessori. L’ultimo romanzo di Murakami, uscito in due volumi nel 2017 e nel 2018 in Italia, veleggia con agio verso le 800 pagine. Uno dei motivi per cui risulta poco riuscito è proprio la continua alternanza tra passaggi splendidamente eseguiti e scene la cui utilità è da cercarsi solo in faccende egoriferite in cui il lettore ha poco a che fare e ancor meno da ricavarne.
A voler essere spietati, il primo centinaio di pagine si potrebbe tagliare con un preciso colpo di taglierino e la vicenda successiva continuerebbe a stare in piedi, richiedendo solo minimi aggiustamenti. Tanto che ****qualche lettore terribilmente tendenzioso (tra cui la sottoscritta) ha avanzato il dubbio che questo primo nucleo narrativo vivesse da tempo in qualche cassetto di legno o cartella virtuale dello scrittore giapponese più venduto, tradotto e letto al mondo, prima di venire ripescato e accorpato senza troppe cerimonie ad altri spunti per tirar fuori un possibile erede del suo ultimo grande successo, 1Q84.

A dispetto di quanto possa suggerire il titolo e questa premessa, sono qui per tessere le lodi di questo primo centinaio di pagine sostanzialmente inutile all’economia di L’assassinio del commendatore, che ha il raro pregio di gettare la luce su un Giappone quasi mai raccontato nella narrativa nipponica che i nostri editori selezionano e traducono: quello in cui a regnare è lo squallore.

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First Cow: la svolta gentile della selvaggia frontiera americana

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La locandina di First Cow

La frontiera americana, come ogni genesi, esercita un’influenza sostanziale rispetto a ciò di cui racconta le origini. Ogni grande impero ha bisogno di un mito fondativo, da riscrivere ogni volta che si presenti la necessità di cambiare la sua natura e allo stesso tempo affermare che è sempre stata quella, immutabile, sin dalle origini.
È da qualche tempo che c’è voglia di cambiare gli Stati Uniti, soprattutto nel genere western. Per cambiare ciò che l’America è oggi, bisogna inevitabilmente tornare ai cercatori d’oro, agli indiani, ai bisonti e agli avamposti di frontiera.
First Cow cerca le radici dell’America a partire dal presente, da una piccola rimanenza storica scoperta per caso da un cagnolino. Ci costruisce sopra una storia grandiosa ma di magnitudo irrilevante, perché il nuovo film della regista Kelly Reichardt si occupa di personaggi ai margini della Storia, almeno per chi l’ha scritta in precedenza.


Oltre alla mucca protagonista titolare del film – anche lei avventuriera a modo suo, dato che è il primo bovino a mettere zoccolo in Oregon – al centro della scena ci sono due figure che solitamente rimarrebbe ai margini. Una per i tratti somatici cinesi, l’altra per una fisicità e un’indole all’opposto di quella richiesta agli spregiudicati cacciatori di pelli e scalpi che spostano verso Ovest la “civiltà”.

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The Calculating Stars: vecchia fantascienza, nuova sensibilità

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Era da parecchio che non mi imbattevo in un recente romanzo fantascientifico così autenticamente fantascientifico. Bastano infatti un paio di capitoli di The Calculating Stars per intuire che Mary Robinette Kowal è una conoscitrice e frequentatrice abituale del genere in cui si cimenta e non un autore che sceglie di calarvisi per necessità narrative o di target.
Prima segretaria e poi presidente della Science Fiction and Fantasy Writers of America (l’associazione/sindacato degli scrittori di genere professionisti che assegna ogni anno il premio Nebula), Kowal è un membro attivo della comunità SFF statunitense e internazionale, la cui attività si espande dalla scrittura al dibattito critico sul genere, grazie allo scanzonato podcast tematico Writing Excuses, che conduce con i colleghi e amici Dan Wells e Brandon Sanderson. Pare che sia stato proprio quest’ultimo a convincerla che la sua alternative history su cui era al lavoro da tempo meritasse di diventare una duologia o una serie. Opinione nemmeno troppo sorprendente, considerando l’approccio di Sanderson alla sua produzione.

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A Quiet Place II: oltre l’ambizione, la qualità da franchise

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La locandina di A Quiet Place II

Oggigiorno praticamente ogni film autoconclusivo cova l’ambizione non troppo segreta di trasformarsi in un prolifico franchise. In parecchi avevano storto il naso all’annuncio del sequel di A Quiet Place proprio perché ormai godersi un film in quanto autoconclusivo fino a portarlo al successo significa decretarne la fine repentina dell’autoconclusività, specie se tra i produttori c’è un esperto di universi espansi come Michael Bay.

Quella di A Quiet Place però non è mera presunzione: questo secondo capitolo prova che oltre l’ambizione c’è la qualità necessaria a proseguire una semplice storia horror d’invasione aliena, fornendo quel tanto di sviluppo richiesto a non trascinarsi stancamente al capitolo successivo, senza però strafare in senso opposto.

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Maschile singolare: l’orgoglio, il romanticismo e il diritto ai cliché

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Perché mo’ ci stanno pure i divorzi gay? Che ci volete rubare ancora, i mercoledì di Champions? sbotta Michela Giraud nei panni di sé stessa in un passaggio di Maschile singolare.
Una battuta che contiene in maniera inconsapevole la principale colpa del film e un sintomo dilagante nella rappresentazione queer su grande e piccolo schermo: la voglia di appropriarsi di un immaginario finora appioppato al femminile eterosessuale cisgender riguardante la sfera emotiva e romantica.
Se il traguardo è la parità di rappresentazione in quel romanticismo stereotipato e irreale da commedia romantica per donne (immaginario costruito da uomini), allora forse è il caso di rivedere il tragitto fatto sin qui.
Da donna eterosessuale amante del genere ma con una certa voglia di sbarazzarmi io stessa dei cliché della commedia romantica, mi viene da chiedermi: siete sicuri di volerle? Commedie dagli stilemi così duri a morire che il genere stesso è imploso su sé stesso per incapacità di rinnovarsi?

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Rifkin’s Festival: è l’ora di dire addio ai classici?

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Il nuovo film di Woody Allen ha il grande merito di avermi portato da tutt’altra parte, a riflettere ancora una volta su una delle Grandi Domande Cinematografiche. Il che vi dice già tutto quello che c’è da sapere su un film che ripete un copione che sappiamo a memoria, con minime varianti. Un critico va al Festival di San Sebastian con la moglie: lei spasima per un giovane regista, lui s’invaghisce di una bella dottoressa. Non siamo a New York ma si parla di New York, siamo in vacanza ma si parla di medici e strizza-cervelli, siamo a un Festival ma non si parla di cinema del presente, perché né il cinema né i Festival sono più quelli di una volta. C’è il momento Woody troll con la pseudo minorenne sgallettatata che si scopa il vecchio artista maniaco e panzone, perché sia mai che Allen ci risparmi. Si ride? Ogni tanto. Non è un picco nemmeno per il tardo Allen, che i suoi picchi (comunque lontanissimi dai film di due o tre decadi fa) li ha. Non qui. Nota positiva: Wallace Shawn è un ottimo alter ego alleniano, bravo a incarnare le sue nevrosi e fisicamente più credibile di altri tentativi recenti di trasfigurarsi su schermo.
Nel film il protagonista Mort rimpiange così tanto i bei film di una volta da finire per sognarli, in versione autobiografica e parodica. Questo è l’aspetto più interessante e non tanto per l’esecuzione, quanto per la scelta dei classici omaggiati e delle iconiche scene ricreate. Con tanto di risata sottolineata della platea dei proiezioni che ci tengono a far sapere che loro, che apprezzano Allen, hanno capito il riferimento.

Prima di continuare vi propongo un piccolo quiz, anonimo: qui trovate un form con le descrizioni delle scene parodiate.

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Your Name Engraved Herein e il queer universale

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È la confusione e la superficialità che circondano Your Name Engraved Herein ad aver reso interessante ai miei occhi questo lungometraggio queer, a cui sono arrivata grazie a una cortese segnalazione. Presentato qua e là come il primo film apertamente queer della storia cinematografica taiwanese, mi ha da subito generato qualche perplessità. Film compatrioti che si muovono su registri simili ne ricordavo pure io, che di cinema del sud est asiatico so pochissimo (Wikipedia conferma che ci sono parecchi precedenti).
L’arcano lo risolve il comunicato stampa di fine novembre di Netflix, che si è aggiudicata i diritti di distribuzione internazionali e presenta il film come “il maggiore incasso di sempre per un lungometraggio queer a Taiwan”. Campione d’incassi nel 2020 – anno in cui Taiwan è la prima tra le nazioni della regione a legalizzare i matrimoni tra persone dello stesso sesso – e una delle due pellicole di quell’annata a sfondare la soglia psicologia dei 100 milioni in valuta locale d’incasso. Forse pecco un po’ di dietrologia, ma trovo abbastanza significativo che, quando si parla di una piccola nazione asiatica (specie una con una tradizione cinematografica nazionale ben delineata come Taiwan), si dia per assodato che si possa arrivare al 2020 sfornando il primo film LGBTQ+ in assoluto.

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Conferenza stampa / We Are Who We Are

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A inizio ottobre si è svolta la conferenza stampa italiana ufficiale di presentazione di We Are Who We Are, la prima serie televisiva diretta da Luca Guadagnino e prodotta da Sky e HBO, ambientata tra i soldati di stanza in una base americana a Chioggia e le loro famiglie.
Per un sunto organico ed essenziale di quanto raccontato dal regista e dal cast potete dare un’occhiata a questo pezzo.
A seguire invece trovare la trascrizione integrale di quanto detto dai partecipanti. 

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Il Listone / Tutti i film di Venezia 77

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In rigoroso ordine di visione, con tanto di voto in stellette, riporto gli appunti volanti presi a caldo al Lido, all’uscita dalle proiezioni dei film di Venezia 77. Quali film mi sono piaciuti e quali, tutto il concorso (Leone d’Oro incluso), qualche incursione tra Giornate degli Autori, sezione Orizzonti e Fuori concorso, al netto di un paio di film in cui ero presente ma il sonno mi ha vinto.

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