Recensionando / Il cosmonauta di Jaroslav Kalfař

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Se uno dei più affascinanti e oscuri titoli candidati quest’anno all’Arthur C. Clarke Award 2018 al momento dell’annuncio della cinquina era già stato pubblicato in Italia da una casa editrice “tradizionale” come Guanda un motivo c’è: Il cosmonauta è un sorprendente romanzo d’esordio che afferisce alla sfera fantascientifica, certo, ma nella sua accezione più contemporanea.
Ci sono le astronavi, le solitarie missioni nello spazio e persino un alieno curioso, però il punto di ancoraggio dell’intero romanzo di di Jaroslav Kalfař è ben piantato sulla terra, in una piccola nazione nel cuore della vecchia Europa, sospesa tra un passato di velluto e l’affannosa ricerca di una nuova immagine ed identità: la Repubblica Ceca.

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Recensionando / Resto qui di Marco Balzano

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Quello di Marco Balzano – insegnante di liceo, saggista e firma del Corriere della Sera – è l’unico romanzo che è stato in grado di impensierire il vincitore del Premio Strega 2018, La ragazza con la Leica di Helena Janeczek. Arrivato secondo con Resto qui, Balzano potrebbe essere ritratto come il grande sconfitto dell’edizione, per quanto possa essere considerato “perdente” uno scrittore approdato a un gigante come Einaudi, con già in tasca il Premio Campiello 2015.
Il suo romanzo agile e dalle sfumature storiche aveva l’identikit ideale per l’ennesima vittoria di un uomo e di un potere editoriale forte in un premio storicamente dominato da logiche spartitorie e non certo letterarie.
Dopo anni di dissidi, polemiche e una profonda revisione del regolamento, lo Strega è andato però in una direzione diversa, moderatamente nuova. Quando una copia del romanzo si è palesata nelle mie vicinanze, complice l’agilità estrema dello stile e la lunghezza più che contenuta, ho deciso di farmi un’idea sul secondo classificato, che in altri anni si sarebbe scolato senza colpo ferire la tradizionale bottiglia di Strega.
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Recensionando / Hereditary – Le radici del male

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Almeno un paio di volte l’anno tocca anche ai cinefili paurosi come la sottoscritta arrendersi alla necessità di andare in sala e soffrire le pene dell’inferno orrorifico per merito e colpa di pellicole di paura che hanno riscosso il plauso della critica e del pubblico oltreoceano. È successo con It Follows, The VVitch, Get Out e quest’anno è già capitato di parlare (e bene) di Un posto tranquillo. La premessa di Hereditary – Le radici del male avrebbe dovuto essere sempre quella di horror ottimamente diretto da un esordiente o poco più che si fa notare e che vale la pena vedere in senso cinematografico e cinefilo. Ecco, stavolta per me questa premessa è stata tradita, perché per perdonare a questo film i suoi scivoloni bisogna essere quantomeno appassionati del genere e affamati di nuove pellicole orrorifiche.
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Recensionando / Binti di Nnedi Okorafor

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La rabbia è un’arma pericolosa in campo letterario: può amplificare la tua voce letteraria, può donare al tuo racconto la forza di superare i tuoi stessi limiti di scrittore, ma può finire per farti urlare addosso a quel lettore a cui stai disperatamente cercando di raccontare la tua storia.
I primi scritti di Nnedi Okorafor, la quarantaquattrenne scrittrice statunitense regina della scena letteraria di genere negli ultimi anni, sono letteralmente divorati dalla smania di denunciare la sistematica cancellazione della voce delle minoranze etniche dalla vita sociale e culturale degli Stati Uniti.
Con la premiatissima trilogia di Binti (che presto arriverà anche in Italia) qualcosa sembra finalmente essere cambiato. 

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Recensionando / Ocean’s 8

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La “cosa femminile” è esplosa a Hollywood, o quantomeno gli studios si cominciano a porre il problema di quando, come e dove tentare di applicare un intento parificatore a lungo richiesto dall’opinione pubblica.
Non sorprende poi tanto scoprire che la prima reazione in questo senso venga piazzata nella stagione meno rischiosa (quella estiva) e con un’operazione usato sicuro: quella della riscrittura di franchise già collaudati in chiave femminile, talvolta femminista.
Difficile però biasimare gli studios nella loro eccessiva prudenza quando il primo esperimento in questo senso – Ghostbusters – per quanto non riuscito ha attirato una mole di odio e violenza ingiustificabile, che molto racconta della resistenza che una certa fetta di pubblico tira fuori quando vede corrodersi il granitico totem dell’assoluto protagonismo maschile. Stavolta tocca alle star più glamour tentare la medesima mossa, con la versione in gonnella della saga del colpo grosso per eccellenza: ecco Ocean’s 8.
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Recensionando / Un bosco di pecore e acciaio di Natsu Miyashita

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Da recensore professionista e da appassionata lettrice mai capirò le strategie commerciali di Mondadori, conglomerato editoriale tanto enorme quanto irraggiungibile. Nell’era in cui bastano un paio di click e due righe via messaggio privato su un social network qualunque per far sapere anche all’ultima casa editrice che esisti, scrivi per tal dei tali testata e vorresti essere inclusa nei loro contatti stampa, la virginale reticenza con cui Mondadori si nega a ogni contatto ha un sapore quasi démodé.
Gli effetti sulle vendite di tale strategia incurante del mercato sono immaginabili, eppure si assiste stagionalmente a qualche tesoro abbandonato a sé stesso tra gli scaffali delle librerie. Stiamo pur sempre parlando di chi aveva lasciato andare fuori stampa Le Cronache del ghiaccio e del fuoco a pochi mesi dall’approdo in TV, pubblicandone i tomi discontinuamente e con una pessima traduzione su Urania. Di chi ha buttato sul mercato Cuore Oscuro di Naomi Novik come se fosse l’ultimo degli young adult a sfondo fantastico e non il tomo fantastico vincitore del Nebula 2016 e tra i più chiacchierati dell’annata.
Date le premesse, non dovrei stupirmi se solo per pura casualità sono venuta a conoscenza della pubblicazione di una delle autrici contemporanee più amate dalla popolazione giapponese, quando l’ultimo degli esordienti pescati fuori da edizioni e/o gode di una copertura capillare sulla Rete. Non dovrei, ma è più forte di me. Oh, è uscito in Italia Un bosco di pecore e acciaio, romanzo vincitore del Japanese Bookseller Award e nominato al prestigioso premio Naoki, di cui meno di un mese fa in Giappone è stato commercializzato il film, tra il solito, assordante silenzio generale.
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Cannes 70 / Una luna chiamata Europa

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Kornél Mundruczó è tornato e chi ha già avuto modo di entrare in contatto con il suo cinema sa che non è certo il tipo da girare un film che lascia indifferenti. D’altronde stiamo parlando di un cineasta così matto e così geniale da presentare qualche anno fa a Cannes White God, ovvero un film che racconta l’apocalisse canina generata dalla malvagità umana. Ovvero un film in cui Kornél Mundruczó ha girato decine di scene lavorando con quasi un centinaio di cani contemporaneamente.
Il sospetto è che è guidare il suo percorso creativo non sia tanto una narrazione, quanto la voglia di porsi una sfida tecnica per altri semplicemente inimmaginabile, all’intero dello scenario non certo florido di risorse economiche e tecniche del cinema ungherese. Con Una luna chiamata Europa il regista (insieme al suo malcapitato attore protagonista Zsombor Jéger) affronta una serie di stunt al limite dell’incredibile.

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Recensionando / Unsane

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Da quanto non parliamo di un film di Steven Soderbergh, due settimane? Se il nostro riprende davvero il suo solito ritmo bisognerà farci il callo e dunque eccoci qui a parlare di Unsane e a chiederci quando il regista tuttologo ci farà un corso su come organizzare il nostro tempo ed essere multitasking come lui.
L’ex pupillo degli studios continua la sua strada di volontario esilio dal giro conformista di Hollywood, sperimentando ogni via alternativa che gli passi per la testa, tanto che l’intera promozione di Unsane si basa su un assunto: è un film girato con il solo ausilio di un Iphone. Il che non è nulla di nuovo (vedi Tangerine) né rivoluzionario, soprattutto considerando che con Logan Lucky Soderbergh ha ampiamente dimostrato di poter mettere insieme il denaro necessario per una produzione più che dignitosa. Il fatto che si sia molto più parlato di questa che di quella pellicola (la migliore delle due) porta a farsi due domande non solo sul sistema di Hollywood, ma anche su quello dei media cinematografici. Continua a leggere

Letture per il Tanabata / Arrivederci arancione e Nipponia nippon

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Il settimo giorno del settimo mese del calendario lunare è – secondo la tradizione giapponese – l’unico giorno dell’anno solare in cui gli amanti Orihime e Hikoboshi possono ricongiungersi, così come le costellazioni Vega e Altair che rappresentano. Sebbene vari di anno in anno in base al calendario, tradizionalmente i festeggiamenti del Tanabata cominciano il 7 luglio 2018.
Quale migliore occasione di una delle cinque maggiori festività del calendario giapponese (gosekku) per parlare un po’ di letteratura giapponese?


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Cannes 70 / Il sacrificio del cervo sacro

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Viene da chiedersi quale torto abbia mai compiuto l’umanità contro Yorgos Lanthimos, il regista greco che forse più di chiunque altro sa giocare ad armi pari con un certo Michael Haneke sul terreno di cinismo e pessimismo universale. Se avevate trovato inutilmente cinico e crudelmente sadico The Lobster (definito da Luca Guadagnino per questi motivi come “un film orrendo e senza speranza”), vi conviene stare alla larga da Il sacrificio del cervo sacro. Il vincitore del premio alla miglior sceneggiatura al Festival di Cannes 70 fa sembrare tutto sommato speranzoso e possibilista il suo predecessore.
Haneke e Lanthimos spartiscono un interesse cinematografico comune: quello per una clinica dissezione del comportamento umano e delle emozioni più universali (anche le più positive), alla ricerca delle loro radici più profondi e non particolarmente nobili. Il sacrificio del cervo sacro è proprio questo: un asfissiante thriller che, strato dopo strato, spoglia un nucleo famigliare amorevole e unito, fino ad arrivare al cuore delle loro relazioni e guardare su cosa davvero poggino.

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