Raccontando / Luca Guadagnino e André Aciman: incontro a Milano

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Il 21 giugno 2018 si è tenuto al Teatro Franco Parenti di Milano un incontro pubblico con ospiti Luca Guadagnino e André Aciman. L’autore e il regista di Chiamami col tuo nome si sono confrontati sulla creazione e l’adattamento della storia di Elio e Oliver, raccontando aneddoti, segreti di lavorazione, dietro le quinte e sviluppi del progetto diventato poi un successo globale. Ha moderato l’incontro la giornalista di Vanity Fair Paola Jacobbi. Questa è la trascrizione integrale dell’evento. Come sempre prendete e godetene tutti condividendo con agio testi e foto; basta linkare questo pezzo come fonte, segnalandolo nei commenti. 

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Cannes 71 / Affari di famiglia (Manbiki Kazoku) di Hirozaku Kore-eda

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Il nuovo film di Hirokazu Kore-eda valeva la Palma d’Oro? Sì, è di certo un film ben sopra il livello del meritorio, che non esiterei a definire magistrale.
Certo con solo cinque dei venti e passa film in concorso visti è difficile esprimere giudizi di merito, però quel che è certo è che il regista giapponese vivente più amato e noto nel circuito internazionale ha scritto e diretto una pellicola di raro equilibrio e maestria, anche per uno come lui che sia dall’esordio documentaristico ma dimostrato di una capacità di sintesi e un’espressività eccezionali.
La domanda dopo l’ulteriore conferma di Un affare di famiglia sorge spontanea: Hirokazu Kore-eda ha mai sbagliato un film in vita sua?
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Cannes 71 / Three Faces

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Ammettiamolo: dal punto di vista squisitamente giornalistico, il fatto che Jafar Panahi sia così osteggiato dal governo del suo Paese dal dover contrabbandare clandestinamente film e premi per partecipare al Festival di Cannes è una manna. La sedia vuota in conferenza stampa, il premio alla miglior sceneggiatura ritirato al rientro del cast all’aeroporto di Teheran, gli infiniti espedienti con cui il regista sfida il regime e continua a girare film e a farli partecipare ai festival europei, rischiando il carcere, forse la vita; un dramma artistico e umano che per chi è alla ricerca di una nota di colore è davvero appetitoso.
Soprattutto quando poi sul film non c’è tantissimo da dire. Three Faces non ne esce bene dal confronto con l’intenso, incredibile Taxi Teheran, meritato Orso d’Oro a Berlino nel 2015. Un film così memorabile, così politicamente vibrante – pur essendo già girato clandestinamente e con mezzi di fortuna – da far passare in secondo piano l’incredibile storia del suo approdo a Berlino. O forse no: la copia presentata alla Berlinale arrivò in Germania nascosta in una torta.

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Recensionando / A Quiet Passion

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È considerata una dei più grandi poeti statunitensi di tutti i tempi, eppure A Quiet Passion è il primo film che ne racconta la vita. Stavolta però l’ostilità verso l’attribuzione dei meriti delle donne e la ritrosia a realizzare “progetti al femminile” potrebbero non aver avuto un peso determinante nell’equazione.
Da qualsiasi prospettiva la si guardi, la vita di Emily Dickinson è tra le meno cinematografiche immaginabili, anche usufruendo della staticità e dell’intimismo consentiti al cinema autoriale. L’orizzonte non solo è ristretto a una sola nazione, a una sola cittadina, ma addirittura a una sola casa; quella paterna, dove Dickinson visse per larghissima parte della sua vita, passando gli ultimi anni quasi segregata nella propria stanza.
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Recensionando / Mary e il fiore della strega

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L’animazione tradizionale fatta di disegno su carta e colorazione manuale ha ancora motivo di esistere nel 2018? La risposta sembrava già scritta nella chiusura dello studio Ghibli, i cui drammatici ultimi atti sono stati raccontati nel documentario Never-ending Man (che vi consiglierei spassionatamente se non avesse una fattura terrificante). Hayao Miyazaki ha segnato la gloria del suo team ma lo ha anche condannato all’oblio, per incapacità di coltivare degli eredi e per l’ostinato rifiuto verso le nuove tecniche digitali. Non a caso a tentare il salvataggio disperato dell’eredità di quella stagione dell’animazione giapponese c’è l’allievo del fondatore meno imperioso, Isao Takahata.
Mary e il fiore della strega è un progetto che segna la fondazione dello studio Ponoc, una nuova realtà produttiva strettamente legata al percorso del Ghibli, di cui ha inglobato collaboratori storici e nuove, promettenti leve (a partire dal nome chiave del produttore Yoshiaki Nishimura). La domanda è: è davvero l’approccio giusto per garantire un futuro a questa espressione artistica? Continua a leggere

Recensionando / L’atelier e Ippocrate

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Vuole la tradizione che ai primi caldi i cinema italiani si svuotino non solo di spettatori ma anche di novità vere e proprie. Noto è il vizietto dei distributori italiani di tenersi da parte le chicche per l’affollatissimo autunno, tirando fuori dal cassetto pellicole non propriamente attesissime, stagionate in un limbo non meglio specificato per mesi, talvolta anni. Su questo sistema organizzativo, sulle cause e sugli effetti, potremmo dibattere fino a Ferragosto e oltre: per una volta, cerchiamo di vederne le ricadute cinefile.
Il lato positivo è che, sgombro da blockbuster e film che monopolizzano le sale, il circuito cinematografico italiano trova finalmente spazio per il cinema europeo e quello autoriale. Nel caso specifico, se come me amate le franceserie cinematografiche (così numerose da faticare a trovare spazio durante l’anno, nonostante la presenza settimanale più o meno fissa in sala) questa settimana avrete l’occasione di ritrovare in sala alcuni attori e registi d’Oltralpe con un pedrigree di tutto rispetto, con tanto di Palma d’Oro: Laurent Cantet con L’Atelier e Thomas Lilti con Ippocrate.

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Recensionando / Jurassic World – Il regno distrutto

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Quel che fa più arrabbiare dell’evidente trascuratezza con cui è stata condotta l’operazione di Jurassic World – Il regno distrutto è il fatto che il film riesce a dimostrare di avere almeno due assi nella manica.
Il primo è il particolare – per nulla scontato – di saper dimostrare a più riprese di essere consapevole delle esigenze e dei gusti del suo pubblico.
Come giustificare altrimenti quel paio di primi piani delle scarpe senza tacco di Bryce Dallas Howard, diretta conseguenza della ridicola corsettina sui tacchi a spillo con T-Rex alle calcagna che aveva suscitato l’ironia del pubblico dopo l’uscita in sala dello scorso capitolo? Anche i numerosi primi piani dell’attrice con i lucciconi negli occhi potrebbero derivare dalla popolarità di uno spezzone di un programma TV in cui dimostrava di saper piangere a comando.
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Martiri italiani a Cannes 71 / Lazzaro felice e Dogman

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Meno male che ogni tanto si arriva in ritardo, perché essere costantemente in presa diretta spesso oscura confronti e prospettive interessanti. Se avessi recensito separatamente i due film italiani che hanno tenuto alto l’orgoglio cinematografico italiano nella corsa alla Palma d’Oro di quest’anno, probabilmente non avrei colto quanto – pur con registri stilistici diametralmente opposti – questi film finiscano per parlarsi tra di loro, vibrare insieme in maniera armonica.
Da una parte Dogman di Matteo Garrone, dall’altra Lazzaro Felice di Alice Rohrwacher: cosa ci raccontano del cinema italiano oggi e della nostra realtà fuori dal grande schermo? Curiosamente (o forse neanche troppo) si guarda molto al passato, raccontato attraverso i suoi martiri, quelli sì italianissimi.

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Recensionando / Tuo, Simon

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Se è vero che ogni generazione deve avere almeno una commedia scolastica statunitense di culto da citare (e anche più d’una) e qualche decina di tentativi falliti che ricorderà solo la sottoscritta in quanto non me ne perdo uno, cosa ci dice della cosiddetta generazione Z Tuo, Simon? Difficile a dirsi perché, oltre al comprensibile aggiornamento fashionista dei “giovani” protagonisti liceali che diventano la versione migliorata e danarosa delle aspirazioni stilistiche degli adolescenti, di davvero nuovo nel film scritto e diretto da Greg Berlanti in realtà si vede davvero poco.
Non che il film non abbia palesi aspirazioni di un certo tipo, di scavalcare almeno il limite più bieco e trascurato di certe pellicole young adult che ci siamo sciroppati mi sono sciroppata di recente: la cura nella scrittura da parte dello sceneggiatore e produttore che dai tempi di Dawson’s Creek si occupa di “adolescenti” è evidente. La scelta di aderire fedelmente al canone di questo filone è volontaria e in qualche modo persino politica.
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Recensionando / La truffa dei Logan

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Non è nemmeno più interessante rilevare come Steven Soderbergh riesca a cavar fuori in tempi record (meno di 40 giorni di riprese) un film che cammina sulle sue gambe e che della sua dimensione alternativa a Hollywood fa una risorsa e un vanto. Dopo il fiasco e le pressioni per non realizzare il notevole Behind the Candelabra il tuttofare workaholic di Hollywood prima ha divorziato col cinema, annunciato che più avrebbe girato un film, poi si è messo a produrre questo e quello. Come ampiamente immaginavamo, l’addio è durato una manciata di mesi. Una pausa obbligata per altri, per lui che è abituato a calendari da una decina di progetti l’anno, dirigendo, montando, producendo e musicandone almeno un paio, un’eternità.
Dopo aver preso attentamente le misure dello spazio al di fuori dagli studios con pellicole più o meno riuscite ed esagerate, l’uomo dietro al successo della saga di Ocean’s è tornato con La truffa dei Logan, il film meno sottile possibile per indicare un modello produttivo e dire: ecco l’alternativa.

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