Intervistando / Luca Guadagnino si racconta

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Si è tenuto oggi al Cinemino di Milano l’incontro di Luca Guadagnino con il pubblico, moderato da Maurizio Porro. Il regista di Chiamami col tuo nome ha ripercorso la sua carriera e raccontato il dietro le quinte del film che lo porterà alla notte degli Oscar, con qualche accenno ai suoi progetti futuri. 

scatto di Peter Spears

Questa è la trascrizione pressoché integrale di quanto ha raccontato ai fortunati presenti in sala.

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Recensionando / Il filo nascosto

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Al contempo film senza tempo e traguardo nettissimo della carriera del suo realizzatore, Il filo nascosto prova ancora una volta come Paul Thomas Anderson sia un cineasta unico, il cui arco evolutivo è imprevedibile e soprattutto inimitabile.
Lasciatosi alle spalle la ribollente verve creativa degli esordi e relativo codazzo di minutaggi imponenti e di scene in aperta sfida alla maestria registica, Paul Thomas Anderson ha asciugato il suo cinema, concentrandone le forza in tutto quello che non mostra e non dice più in maniera diretta.
Con Il filo nascosto lascia per la prima volta i suoi Stati Uniti in favore della vecchia Inghilterra degli anni ’50, in un contesto classista che più posh e distante dalla west coast è difficile immaginare. Eppure lo sposalizio tra un tipo di film fuori dal tempo e le magnifiche ossessioni del suo cinema statunitense dà vita a un film così sottile e complesso che l’impressione più forte che si ricava da Il filo nascosto è quella che una visione sia gravemente insufficiente a comprendere il film nella sua interezza.
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Still in the Mood for Love, 17 anni dopo

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È trascorso almeno un quinquennio dall’ultima volta che ho visto In the Mood for Love, il film più bello di Wong Kar-wai, uno dei capolavori riconosciuti che sono apparsi sull’orizzonte cinematografico da quando è iniziato il Nuovo millennio. Questo San Valentino ho deciso che era finalmente arrivato il momento di rivederlo.

Per chi non l’ha mai visto, per chi l’ha scoperto quanto aveva già ottenuto lo status di classico del cinema contemporaneo, per quanti ne rimasero folgorati quando era una novità assoluta e rivoluzionaria, questa è la breve storia di cosa è stato e cos’è oggi In the Mood for Love, uno dei film (sentimentali) migliori di tutti i tempi.
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La Forma dell’acqua e gli altri: tutti i film di Venezia 74, ranked

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Cari lettori, proprio quando avevo ripreso un bel ritmo, flu happened. E non è nemmeno vero che ciò che non ci uccide ci fortifica, perché sono ancora qui ma con l’energia e la prestanza di un panda rosso, notoriamente gli animali più stupidi, imbranati e fisiologicamente atti ad estinguersi per incapacità latente del globo terracqueo. O di un kiwi, un uccelletto che non sa volare, è grassoccio e per cui probabilmente anche la propria ombra potrebbe risultare mortale.

Per la serie: su gerundiopresente i pazienti saranno ricompensanti…in ritardo. Non perdete mai le speranze. Ed ecco a voi le recensioni sintetiche e ficcanti di tutti, tutti i film in concorso a Venezia 74, Leone d’Oro compreso, in arrivo nelle sale da domani. 

Se fossi in voi non tratterei troppo il fiato, un po’ come accaduto per Cannes 70. In rigoroso ordine qualitativo crescente (perché qui ci sbilanciamo, gente), dall’orrore all’amore: iniziamo!

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Recensionando / The Post

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Il canto del cigno del giornalismo d’inchiesta lo sta raccogliendo, amplificando e plasmando il cinema d’autore. Nella realtà quotidiana dei quotidiani indicizzazioni, SEO, link sponsorizzati e la frenesia ad acchiappare il click del lettore il più presto e il più a lungo possibile stanno rendendo quasi accessorio quello che gli si vuole dire, o peggio lo stanno trasformando in un velato annuncio commerciale.
Difficile oggi sentire nel giornalismo quell’ardore irriverente e quell’afflato morale delle grande inchieste di un tempo. Quei reportage facevano davvero tremare i potenti perché non erano una frettolosa secchiata di fango che, una volta seccato, il diretto interessato si ripuliva facilmente di dosso, no: erano una condanna a morte agli occhi dell’opinione pubblica. Il cinema statunitense autoriale sembra essersi fatto carico dell’onere e l’onore di far sopravvivere almeno su grande schermo il volto più nobile del giornalismo, coniugandolo a soluzioni stilistiche lontane da quelle che si utilizzano negli anni d’oro dello stesso.

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Recensionando / Maze Runner – La rivelazione

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Più che chiudere una trilogia, il terzo capitolo di Maze Runner chiude una stagione, quella della grande corsa cinematografica agli adattamenti young adult. Sono trascorsi appena 6 anni da quando Hunger Games ha reso Jennifer Lawrence una star internazionale e da quando le major concorrenti hanno tentato per lo più vanamente di replicarne il successo.
Il comparto letterario forniva un filone aurifero pressoché infinito per chi avesse avuto la buona volontà di selezionare il materiale migliore e portarlo su schermo in maniera dignitosa. In libreria il successo del target divenuto genere young adult continua imperterrito e anzi acquista una certa qual profondità letteraria e narrativa, rubando spazio nella narrativa di genere talvolta persino a quella da e per adulti.
L’approccio approssimativo e pigro di Hollywood nel cercare un successo commerciale con il minimo dello sforzo rischia invece di rendere Maze Runner l’ultima grande saga distopica giovanile che vedremo per un bel po’ di tempo.
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Recensionando / Chiamami col tuo nome

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Si può solo sperare di spiegare un film come Chiamami col tuo nome a parole e bisogna essere molto confidenti nelle proprie capacità di scrittori. La sua grana emozionale è così fine che le parole si rivelano limitanti per farne un ritratto. Come descrivi un colore con il senso del gusto o un profumo con la vista?
D’altro canto la dimensione cinematografica è così ricca e curata che si fa appena in tempo a coglierla durante la prima visione, sospinti sempre oltre la bellezza tecnica del film dal tumultuoso emozionare della pellicola.
Tocca rimettere tutto in prospettiva quando si parla di 2017 cinematografico se – come è successo in Italia – mancano all’appello due titoli importanti come Il filo nascosto e Chiamami col tuo nome. Il film di Luca Guadagnino si imprime sulla pellicola e sull’immaginario dello spettatore: è indubbiamente una di quelle visioni che, all’uscita dalla sala, sai già che porterai con te negli anni a seguire. Quindi sì, siamo oltre il grande film e l’ottima prova registica: solo il tempo ci dirà quanto vicino andiamo al concetto di “storia del cinema”, ma è uno di quei momenti che non dovete mancare in sala, perché lo vorrete poter raccontare da spettatore quando sarà diventato storia.
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Recensionando / Il giovane robot

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Non capita spesso di poter leggere a stretto giro le nuove voci della narrativa giapponese in traduzione italiana, anche quando sono travolte da un successo clamoroso.
La mia fallace memoria suggerisce che l’ultima volta era forse successo con Wataya Risa, arrivata in Italia per Einaudi forte di una vibrazione da nipotina di Banana Yoshimoto e della vittoria del prestigioso premio Akutagawa.
Per concludere questa settimana di letture fuori dall’ordinario sotto l’egida di edizioni e/o e riprendendo il ritmo gerundivo dei tempi d’oro (in award season miei cari, pregate per me), questa domenica comincio a recuperare alcune letture passate finora taciute. Perciò eccomi qui a spendere qualche riga sul giovane Sakumoto Yōsuke e il suo romanzo d’esordio, Il Giovane Robot.

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Recensionando / L’ora più buia

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Ci sono trecentomila uomini bloccati su una spiaggia francese e un singolo che decide del loro destino a Londra. La storia si consuma sui due fronti, ma le sorti di tutti sono nelle mani di quel solo uomo e delle sue decisioni.
Quella di L’ora più buia non è una storia nuova, anzi: il cinema è impegnato nel ruolo di Penelope sin dalla fine della Seconda guerra mondiale, cucendo e disfando discorsi e film su un momento drammatico dell’umanità. Perché il Secondo e non il Primo conflitto mondiale? Probabilmente per sua posizione perfettamente mediata tra il senso di passato così concluso da essere Storia eppure così vicino da poter essere ancora presente e rilevante.
La Prima guerra mondiale è l’ultima dei grandi conflitti alla vecchia maniera, la seconda è l’introduzione al Guerra fredda, è moderna e ha un nemico cinematograficamente perfetto, cristallizzato nel concetto stesso di Male (il Nazismo, Hitler, la Shoah).
Dunkirk con la sua mancanza di protagonista e la sua visione collettiva è stato spesso tirato in ballo come la versione moderna di un film molto più tradizionale come L’ora più buia. Difficile non farlo, quando lo stesso preciso ricorso storico viene raccontato da due film che concorrono insieme per gli Oscar.
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Recensionando / Reincarnation Blues

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Milo è una buon’anima soddisfatta del suo tran tran quotidiano, ormai stabilizzatosi da qualche millennio. Nasce, cresce, dà il meglio di sé sulla Terra – tra inevitabili alti e bassi – infine muore. La fine però è un concetto del tutto estraneo a Reincarnation Blues, il peculiare romanzo di Michael Poore con cui edizioni e/o apre il suo 2018 letterario.
Non c’è fine all’esistenza di Milo perché sono millenni che si reincarna vita dopo vita, secolo dopo secolo, balzando nella catena evolutiva da animali a vegetali ad esseri umani di ogni sesso, religione, attitudine, latitudine ed epoca. Non c’è nemmeno un fine temporale, perché il suo blues ha un ritmo sincopato, che alterna vite proiettate in un futuro lontanissimo a capatine agli albori della storia, in un fluire del tempo che (pare) disorganizzato, inarrestabile, circolare.
Anche nell’Aldilà la consuetudine ha battuto il senso di compiutezza, anche se ad ogni decesso ad attenderlo c’è la Morte stessa, Suzie, con cui da qualche millennio Milo ha instaurato una solida ma clandestina relazione sentimentale.

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