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È incredibile come il film supereroistico autopresentatosi come il più cazzaro del 2019 sia il contrappeso perfetto allo sfoggio di famiglie tradizionali, patriarcali, monogame, monolitiche e “naturali” (lol, scusa Società che per secoli e secoli lavori all’architettura di un qualcosa di estremamente codificato e strutturato e poi ti vengono a dire che è nato e cresciuto così, cancellando decenni di duro lavoro da parte tua!) dato in quel di Verona lo scorso fine settimana.
Non pronuncerò la parola che inizia con la M (e che finisce con edioevali) perché il suo uso in questo contesto è così scorretto che fa venir le bolle ai medioevalisti tanto quanto la locuzione è fantascienza! come sinonimo di è assolutamente impossibile/improbabile va venire un rush cutaneo ai fantascienzari come la sottoscritta*. Il fatto è che Shazam! – oltre ad essere un gran bel film – fa un paio di mosse sorprendenti nel parlare di famiglia e relazioni affettive.

Seguono un po’ di [SPOILER]. Se volevate una recensione più tradizionale (pun intended) la trovate [QUI].
Shazam! si apre con una svolta epocale nella vita di uno dei protagonisti, la genesi della sua stessa esistenza supereroistica. Ci aspetteremmo che sia quella del protagonista, invece è quella del suo antagonista, il dottor Sivana. La scena – ambientata nella New York del 1974 – è volutamente ricalcata su un vero classico del trauma infantile supereroistico: la genesi di Batman. Il piccolo Thaddeus condivide con il giovane Bruce la stessa estrazione sociale, la stessa notte fatale, nevosa e oscura, ma un rapporto diverso con il padre e il fratello maggiore, da cui viene continuamente sminuito e rimproverato. Quando il destino lo porta al cospetto di colui che potrebbe renderlo un supereroe, Thaddeus si lascia plagiare dal lato oscuro sin troppo facilmente, forse proprio per come la sua autostima e la conseguente voglia di rivalsa gli abbiano scavato dentro, nonostante la tenera età. La sua incursione del mondo magico lo porterà a scatenare una serie di azioni che porteranno a svolte tragiche e a un senso di colpa a cui non potrà sfuggire. Shazam! non nasconde mai il suo atteggiamento giocoso ma molto critico verso Bruce/Batman (che è un supereroe decisamente problematico di suo) e il fatto che queste premesse portino Thaddeus a sviluppare un’ossessione malsana verso Shazam! e un’autentica malvagità sono un silenzioso commento non richiesto al lato oscuro dell’Uomo Pipistrello.

Tornati nel presente e in una città proletaria come Philadelphia, il film ci presenta una genesi non troppo cristallina anche per il suo protagonista, che in maniera piuttosto intrigante porta sin dall’inizio una macchia nel suo curriculum di buono: per cause contingenti lui non potrà venire “testato” prima di diventare Shazam! e quindi non sapremo mai se, a differenza di Thaddeus, avrebbe superato o meno la prova della purezza disinteressata di cuore. Anzi, vedendo come utilizzi i suoi poteri successivamente, rimane più di una zona grigia in merito.

Se Shazam! funziona e bene è proprio per come da una parte costruisca un cattivo canonico sì, ma per una volta descritto con la necessaria attenzione, dall’altra lo leghi a doppio filo con il suo eroe, facendo in modo che i due vivano le stesse ossessioni e siano spinti da un desiderio simile: quello di essere riconosciuti (e in ultima istanza amati) dalla loro famiglia. Se Thaddeus ottiene violentemente la rivalsa sul padre, annientandolo, Billy è incapace di vivere il presente, di rassegnarsi alla sua condizione di orfano di madre. Il suo distacco dalla madre è stato al contempo tragico, traumatico e non abbastanza netto. Da bimbo, ha lasciato la mano della giovane madre e si è perso nella folla di un Luna Park. La donna non è mai tornata a reclamarlo e Billy è passato di città in città, di casa famiglia in casa famiglia, perseguitato dal pensiero di ritrovarla, ricongiungersi a lei.

Quando approda nella sua nuova casa famiglia, Billy è emozionalmente non disponibile nei confronti di un variegato gruppo di persone e caratteri che vivono sotto lo stesso tetto, presieduti da due volenterosissimi genitori a loro volta cresciuti in un simile contesto. Qui il film raggiunge uno dei suoi punti migliori, spuntando una lista parecchio lunga di rappresentazione di minoranze e disabilità con estrema naturalezza, senza mai dare l’impressione di seguire uno schema, essere politically correct o appunto, spuntare una lista. Abbiamo bambini in affido di varie etnie, alcuni con caratteri bizzarri o peculiari caratteristiche caratteriali e comunicative (potremmo essere persino da qualche parte nello spettro dei disturbi mentali) e infine c’è Freddie, autoproclamatosi miglior amico di Billy e grande spalla del film. Lo dice presentandosi anche nel trailer: è un orfano, è zoppo ed è un nerd dei supereroi (in un mondo in cui sono storia e attualità, non puro nozionismo fantastico), eppure è brillante e carismatico e non perde un briciolo di attrattiva quando, realisticamente ma non lagnosamente, fa presente a Billy quanto desidererebbe anche lui essere un supereroe, quando la sua disabilità possa essere una zavorra. Anzi, a ben vedere è lui forse il più adatto a superare la prova iniziale per ottenere il potere di Shazam!; è coraggioso, fedele, leale e ironico.

Se Shazam! è così riuscito è perché, presentandosi umilmente come un film un po’ cazzaro, molto ironico e assai citazionista sui supereroi, lontano ai riflettori dimostra di sapere fare sul serio, prendersi sul serio e parlare di temi importanti in maniera non scontata. Una delle scene più intense, sorprendenti e coraggiose del film – oltre che la svolta vera e propria per Billy supereroe – è l’incontro con la madre. Quando finalmente la scova, Billy si scontra con una realtà ben diversa da quella aspettata: la madre non solo non lo riconosce, ma nemmeno lo abbraccia o lo fa entrare in casa sua.
Di fatto gli confessa che quando si è allontanato, lei ha intravisto la possibilità di uscire da una situazione difficile e, vistolo nelle mani sicure della polizia, ha deciso che sarebbe stato meglio per entrambi separarsi. L’aspetto del tutto spiazzante è che il film non condanna la madre “cattiva”, ma anzi, rigira la sequenza dell’abbandono dagli occhi della giovane ragazza madre, “bloccata” con un bimbo non voluto e che a malapena gestisce, stressata e spaventata, richiusa in un incubo di cui vede una via d’uscita quando scorge il piccolo Billy sorridente insieme ai poliziotti. Non c’è accusa da parte del film e nemmeno recriminazione da parte di un Billy sorprendentemente maturo nelle sue reazioni. Shazam! anzi suggerisce come la donna sia scivolata in una relazione con un uomo sicuramente possessivo e dispotico, probabilmente violento, corroborando uno scenario di un’adolescenza per lei difficile, di un contesto molto problematico in cui è cresciuta e da cui non è mai riuscita ad uscire. Il che è abbastanza impressionante, per un film commerciale dedicato a questo target.


Dopo l’incontro con la madre naturale, Billy si integra davvero con la sua famiglia affidataria; superato il trauma dell’abbandono, sceglie consapevolmente la famiglia che fa per sé, che non è decisamente tradizionale ma che gli assicura quel sostegno che lo rende una persona disinteressata, coraggiosa e non egoriferita, il che si riflette da subito sulla sua performance di supereroe. La distanza tra lui e il dottor Silvana è proprio questa: entrambi non sono stati accettati dalla loro famiglia “naturale”, entrambi sono stati allontanati dalla loro madre. Billy però è riuscito a crearsi una famiglia sua, a guardare oltre al proprio dolore ed è questa la sua forza, che “divisa” tra tutti gli elementi della sua famiglia non lo indebolisce, ma lo rende più forte.

Il risultato ancor più inaspettato è che a fare le spese di questo inaspettato spessore narrativo e sociale è Zachary Levi, l’interprete di Shazam! / Billy adulto nel film. Se Asher Angel e Jack Dylan Grazer sono due ottimi giovani attori con personaggi con una loro gravitas drammatica per le mani e se Mark Strong ovvia a tutti i passaggi stereotipati del suo cattivo con quel talento sconfinato che continua a mettere a servizio di innumerevoli film più o meno commerciali in qualità di spalla senza che gli venga riconosciuto (Mark, non ti vedevo così pelato e malvagio da John Carter e non è poco e beh, tu per me risplendi sempre come un vero protagonista!) lui si ritrova per le mani solo una levità fulminante ma inconsistente di una lunga sfilza di battute, che lo fanno apparire come il personaggio meno interessante (anche se divertente) dell’intero film.

*Non sono titolata per esprimermi a riguardo, ma chi lo è assicura che la “famiglia” medioevale è un concetto ben più complesso di quello mamma+papa’+ tot di prole rosa/azzurro vestita e comprendeva varie generazioni interconnesse in rapporti di sangue e non con un livello di complessità e inclusività sociale molto maggiore rispetto a quella “naturale” e questo valeva nelle varie classi sociali. Quindi la famiglia “naturale” è molto, molto più retrograda di quella medioevale, pensate! Ma d’altronde Il nome della rosa ci ha insegnato che il Medioevo oscuro è tale solo per chi non lo conosce. Ma questa è una storia che vi ho già raccontato nelle puntate precedenti.