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Ok, magari non vincerò l’Oscar al miglior missaggio sonoro, ma comunque ho intervistato Park Chan-wook e montato il risultato nel video qui sopra, quindi direi che ho di che essere soddisfatta per qualche era geologica.

O almeno fino a quando qualcuno si renderà conto che la sua testata avrebbe giusto bisogno di qualcuno che produca questo genere di contenuti e che potrebbe tranquillamente rivolgersi a me. Quindi sì, consideratelo parte del mio CV. Nel frattempo, ecco tutte le domande della conferenza stampa (scorrete, miei prodi).

Hai detto spesso che la tua folgorazione per il cinema è nata vedendo Vertigo. The Handmaiden è il tuo Vertigo?
Sicuramente Vertigo è stato un film che mi ha cambiato la vita e non solo a livello cinematografico: dopo quella proiezione infatti ho conosciuto mia moglie mentre prendevo un caffè con i membri del cineclub a cui partecipavo prima di cominciare la mia carriera da regista.
Dopo aver visto quel film, ho pensato che volevo realizzarne uno altrettanto perfetto. The Handmaiden però non è così influenzato nello specifico da quella pellicola. Mentre lo giravo pensavo molto a Luchino Visconti, un regista verso cui provo un grande rispetto.

Il romanzo originale da cui è tratto The Handmaiden è ambientato nell’Inghilterra vittoriana, mentre il tuo film trasporta la storia nella Corea occupata dai giapponesi: perché hai deciso di apportare questo cambiamento e girare un film di fatto bilingue, parlato sia in coreano sia in giapponese?

Mi intrigava l’idea di rendere alcune tematiche già presenti nella storia ancora più forti. Per esempio nel mio film ho voluto che fosse molto chiaro che Hideko non si sente di appartenere a nessun mondo: lei è giapponese ma ha lasciato da molto piccola il suo paese e la sua lingua non le piace, è qualcosa di sporco, per via di come venga utilizzata dall’odioso zio per le sue letture. Per lei quindi è naturale desiderare di esprimersi in coreano, pur essendo una lingua straniera. Al contrario lo zio ama così tanto il Giappone da prediligerne la lingua, ma nel momento della verità non può che tornare ad esprimersi nel suo idioma madre. Non voleva essere un giudizio di merito sulla lingua giapponese in sé, quanto una riflessione anche linguistica sul senso di appartenenza e sul ruolo che gioca una lingua, specie in una storia in cui tutti i personaggi tentano di ingannare gli altri per qualche motivo.

Nel film i personaggi usano continui rimandi, battute rubate da altre conversazioni con altre persone e riutizzate a fini truffaldini. È un tratto distintivo della nostra contemporaneità social che voleva denunciare?*

Non è riferito alla nostra società moderna, ma è un pensiero interessante. I personaggi che compaiono nel film interiorizzano quello che gli altri dicono e si influenzano a vicenda, rielaborando una stessa frase e riutilizzandola in contesti e scopi completamente diversi. Hideko in particolare cela attraverso la recitazione di battute altrui e dei libri che è costretta a leggere la propria identità, che rimane nascosta per gran parte della pellicola.

Nonostante la biblioteca vista in The Handmaiden sia protagonista di una scena in grado di spezzare il cuore ad ogni bibliomane, è chiaro come lei sia un grande amante della lettura. Cosa le piace leggere?

È vero, amo molto leggere. Leggo davvero di tutto: sia la letteratura coreana sia quella giapponese sia quella europea, libri, manga, manhwa. Inoltre la mia parte letteraria mi piace portala al cinema oppure da spettatore vederne gli adattamenti al cinema. Riguardo l’ossessione dei libri dello zio nel film, quella scena che citava è un atto positivo per le protagoniste, certo, ma viene percepito anche con un po’ di negatività, perché è un destino tragico per i libri in questione. Anche le letture sono scene intrinsecamente negative perché usano Hideko come un oggetto sessuale e contro la sua volontà, ma se lei per esempio fosse libera di leggere Dante in questo scenario strepitoso con la neve che cade e con queste vesti meravigliose, non sarebbe un momento bellissimo?

Ha mai visto il remake di Oldboy di Spike Lee? Cosa nel pensa?
Mi affascinano molto i giovani registi americani, sono un po’ sorpreso quando vedo i loro film americani che presentano elementi coreani, in effetti.
Riguardo al remake americano di Oldboy, devo dire che è stato stranissimo vederlo, per me Spike Lee era un eroe quando ho cominciato a studiare cinema. È come se vedeste una persona di un’altra etnia vestirsi e comportarsi esattamente come voi: è strano ma anche interessante. Anche i cambiamenti apportati mi hanno portato a pensare strade che avrei potuto intraprendere io. In realtà sono a conoscenza del fatto che anche in India hanno fatto un remake non autorizzato del mio film.

Parlando di Stati Uniti e sensazioni negative, non si può che parlare di Stoker, il suo debutto in lingua inglese che non ha avuto il successo sperato. Girare materiale non scritto da lei e in lingua straniera è stato difficile?
All’inizio non ero esattamente a mio agio, ma alla fine mi ha davvero aiutato utilizzare il linguaggio comune che è il cinema. Anche le emozioni umane alla fine sono le stesse ovunque e quindi non è stato difficile ricrearle. Con Stoker volevo raccontare un coming of age di una giovane che diventa adulta, una storia tutto sommato universale.

Lei è tornato a collaborare con l’Occidente nelle vesti di produttore di Snowpiercer, produzione angloasiatica di discreto successo. Credeva in questo esperimento di ibridazione? Ripeterebbe questo esperimento a risultato visto?

Snowpiercer a differenza di Stoker l’ho prodotto direttamente e per questo film abbiamo usato un sistema produttivo più vicino a quello coreano. Stoker aveva un budget da film americano, a differenza di Snowpiercer e questo ha davvero cambiato completamente le carte in tavola.
Non so dire quale sistema sia migliore, ma a mio modo di vedere per i registi il sistema coreano è migliore, perché lascia più libertà di espressione. Il sistema americano è più razionale e programmato a monte, quindi può muovere capitali maggiori, ma non permette al regista di fare esattamente come vuole.
Essendo due sistemi con lunghe tradizioni, è difficile sceglierne uno sulla base dei reciproci aspetti positivi. La più grande differenza è il livello di potere che hanno gli studios: in America hanno un potere enorme rispetto alla Corea e le loro volontà pesano moltissimo sul risultato finale.
Mi sono ritrovato a pensare che non ha nemmeno senso dire “io sono il regista di Stoker” perché ho potuto girarlo come meglio credevo. Tuttavia non mi posso lamentare: è come andare in Antartide e lamentarsi del fatto che faccia freddo. Se non ti piace quel metodo, meglio lasciar perdere da subito.

Immagino che le chiederanno spesso della sua peculiare attenzione ai lati più oscuri dell’animo umano. Cosa la intriga tanto dei recessi più violenti della mente umana?
Lo ammetto, ci sono molti aspetti che non sono così gradevoli da vedere nei miei film, mi dispiace (sorride). Tuttavia per quanto noi vogliamo vivere in un mondo pacifico e tranquillo, questo non accade spesso, purtroppo. Se però conosciamo anche il lato oscuro e violento che è dentro di noi, possiamo riuscire a gestirlo e affrontarlo meglio. Credo che i protagonisti dei miei film tendano a lottare contro la violenza e contro il male che c’è dentro loro stessi, anche se poi fanno ricorso a soluzioni brutali. Sembra folle, ma talvolta usare la violenza a questo scopo è un atto molto nobile. Questa lotta interiore è importante, così tanto che di fatto rende molti dei miei personaggi personaggi più violenti dei veri e propri eroi.

Capita spesso che in Occidente la sua intera filmografia venga azzerata e lei venga considerato solo come il regista di Old Boy. La infastidisce?

Sì, un po’ mi dispiace perché ogni mio film abbia pecche e pregi e pur essendo molto famoso, non credo che Old Boy sia il mio miglior film. Per esempio tra i miei migliori lavori annovererei anche il più recente Thrist. Mi piacerebbe che gli spettatori europei potessero giudicare il mio lavoro vedendo anche le pellicole che non fanno parte della trilogia della vendetta.

The Handmaiden è un film incentrato sul mondo femminile, tanto da avere un’incredibile scena di soggettiva di una vagina. Quanto il femminismo è una componente voluta di questo film?

Ho proprio voluto fare un film femminista, infatti ho rafforzato degli elementi che erano già presenti nel romanzo, rendendoli ancora più conclamati e facendo anche innamorare le due protagoniste. Quando un uomo si dichiara femminista deve stare attento, però non è che si ottenga un certificato. Ho cercato di dare il mio contributo. Adesso che sto invecchiando, ho notato che sto facendo più film dal punto di vista femminile: Lady Vendetta, I’m A Cyborg But That’s OK, Stoker.

The Handmaiden di fatto ruota tutto attorno al rapporto tra le due protagoniste del film: c’è forza e delicatezza nella loro relazione. Come è stato descrivere questo amore?

Chiunque dentro di sé ha un lato maschile e femminile, ma gli uomini tendono a sopprimere il proprio per vergogna e mancanza di accettazione. Se lo si accetta, si può sviluppare qualcosa. Non ho pensato a fare un film sulla femminilità, ma solo a presentare al pubblico le protagoniste Hideko e Sook Hee, alle loro personalità. Nelle due protagoniste secondo me c’è anche un che di maschile. Non si può creare un personaggio a definizioni così astratte come la femminilità. I personaggi femminili vicini a me nella mia vita, mia moglie, mia figlia e la mia co-sceneggiatrice, mi hanno aiutato molto a capire come dovevo raccontare questa storia.

*ci terrei a precisare che è la trascrizione di una conferenza stampa e quindi non ho la responsabilità sulla scelta delle domande, soprattutto di quelle come questa. 

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