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L’orizzonte dei remake americani di grandi classici del comparto anime e manga giapponesi è così fosco che persino lo scampato disastro di questo Ghost in the Shell
ci tocca percepirlo come una vittoria, anche se di Pirro. Sappiamo già quanto la pigrizia produttiva e la ingiustificata superiorità morale di cui si ammantano gli studios quando si avvicinano a prodotti di culture (e epoche) così lontane possano generare disastri.
La nuova regina dell’action e tra le pochissime star vere e proprie – quelle insomma capaci di fare la differenza al botteghino con la loro presenza – Scarlett Johansson dà ancora una volta prova di avere il piglio giusto per interpretare protagoniste dalla parvenza anaffettiva e dalle mosse letali. Le hanno chiesto di bissare il personaggio protagonista di Lucy e lei, rifiutando il pilota automatico, ha fatto il possibile per dare a un personaggio leggendario come il Maggiore un tocco di individualismo e unicità. Peccato che sia stata l’unica a metterci dell’impegno.
Se fai un investimento consistente per accaparrarti i diritti di un media franchise diventato un classico dell’animazione giapponese come Ghost in the Shell (a partire da quel piccolo capolavoro diretto nel 1995 di Mamoru Oshii e scendendo a cascata attraverso anime, manga originario e seguiti cinematografici), quale vuole essere il risultato a cui speri di approdare? A giudicare dalla piega presa dal remake di Universal Pictures, la priorità degli studios è mettere le mani su idee fresche e che abbiano già funzionato altrove per poi cavarci fuori film dalla narrazione più che convenzionale, sperando che lo scintillio di ambientazioni futuribili ed esotiche basti a lucidare il materiale piuttosto liso su cui si continua ad insistere.

Certo, forse avrebbe comportato una certa qual dose di rischio portare al cinema Ghost in the Shell nella sua enorme complessità filosofica ed esistenziale dimostrata nel lungometraggio di Oshii, uno dei più sfavillanti esponenti di quella malinconia esistenziale e talvolta cervellotica che, ancor più della fantascienza cyberpunk, è la vera eredità culturale che ci hanno donato gli anni ’90. La costruzione stessa del franchise e del personaggio chiave del Maggiore non avrebbe reso nemmeno così complicato un aggiornamento al 2017 di quel nucleo narrativo che riflette sul legame tra dimensione organica e spirituale, tra hardware dotato di AI e autocoscienza del suo software.

La scomoda verità è che i grandi franchise e le immortali storie partorite dalla cultura pop del Sol Levante non hanno ancora acquisito agli occhi degli studios il valore necessario a giustificare un impegno di questo livello. Non sono splendide geishe di cui pagare i servizi a suon di royalties per godere delle loro storie e della loro saggezza, sono ancora prostitute mercenarie dietro le grate di legno dei bordelli di Yoshiwara, appena un po’ ripulite, a cui attingere senza riserve per perpetuare fantasie erotiche da botteghino facile fin troppo rodate.

Altrimenti non si spiega perché il remake di un capolavoro come il film di Ghost in the Shell che vede come protagonista l’attrice action (e non solo) del momento, una Scarlett Johansson davvero sola nel tentare di affrontare con dignità e rispetto il materiale originale, diventi chiaramente una replica in salsa giapponese di Lucy di Luc Besson, nella speranza che possa almeno in parte replicare quell’incredibile successo di botteghino. La riproduzione fedele di alcuni passaggi del film (specie nelle scene di combattimento) a ma più che un omaggio è sembrato un altro sintomo di pigrizia di una regia la cui unica equazione valida sembra essere spettacolarità = rallenti.

Le vedute di una città asiatica illuminata dai neon e dagli ologrammi tra palazzi con tanto di geishe robot e mercenari cyborg poi denotano come ci si voglia appiattire il più possibile su uno scenario futuristico che era attuale negli anni ’80, quando il Giappone era la superpotenza che gli Stati Uniti temevano tanto da farle plasmare il proprio futuro urbanistico in Blade Runner. Una visione del genere oggi è solo retrofuturismo che si spaccia per futuribile trendy, tanto poco ispirato quando fastidioso.

Lo vado a vedere? Il grande pubblico potrà godere di un action tutto sommato vedibile perché beatamente inconsapevole di cosa si nasconda dietro: pur essendo sopra la linea della mediocrità, Ghost in the Shell rischia di sembrare un nuovo clone di Matrix, ma solo per il semplice motivo che lo scopiazzamento autorizzato dal materiale originario arriva dopo l’enorme successo del saccheggio non autorizzato avvenuto nel 1999 con il film dei Wachowski. Il risultato migliore che possa ottenere rimane quello di farvi venir voglia di vedere l’originale animato, migliore e vincente su tutta la linea.
Ci shippo qualcuno? No.

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