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Se c’era bisogno di un’ulteriore prova della reattività e vitalità del cinema contemporaneo francese, eccola qui: Chez Nous è il primo lungometraggio a porsi seriamente il problema di raccontare la rampante ascesa delle estreme destre nei seggi elettorali di mezza Europa.
Con Macron e Le Pen – protagonista mai citata apertamente ma sempre al centro del film – al ballottaggio, difficile trovare un film più attuale di questo tra le uscite della settimana; tuttavia la sua natura di film quasi in presa diretta e d’esploratore di lande ancora vergini per il cinema europeo autoriale e impegnato finiscono per complicargli di molto la vita.
Chez Nous non è certo un film riuscito, ma è una di quelle pellicole piene di problemi che difficilmente si rimpiange di aver visto.

In un orizzonte cinematografico che pecca troppo spesso di conformismo e ripetitività, come si fa a non provare simpatia e indulgenza verso un film che pecca in senso opposto, travolto dall’enormità di cose da dire che si ritrova per le mani? L’intento di Lucas Belvaux è evidente: portare sotto mentite spoglie al cinema il Front National di Marine Le Pen e le tecniche che utilizza per staccarsi dall’immagine destrorsa ed estremista ereditata dallo scomodo fondatore, rimanendo ben saldo sui suoi principi mentre cavalca l’onda della paura.

Questo discorso di potrebbe fotocopiare in una mezza dozzina di nazioni europee, con giusto qualche variante locale, eppure è proprio la Francia a tentare per prima il processo di esplorazione e racconto cinematografico di questa Europa che si risveglia dal sonno postbellico novecentesco nazionalista e razzista.
Per farlo non può che immergersi nella provincia profonda, dove il liberalismo parigino è visto con disprezzo e dove il legame con la terra è fisico, perché in tanti la lavorano. Dietro questi sepolcri imbiancati dalla crisi e tra i figli degli impenitenti comunisti delle lotte fisiche contro il fascismo serpeggia un’inquietudine e uno smarrimento tale che persino la più candida delle colombe, Pauline, viene conquistata dal sogno patriottico e restauratore della bionda e carismatica leader del Fronte Nazionale.

Lei che con i musulmani suoi pazienti ha rapporti amicali, lei che ha cresciuto due figli da sola come una tenera madre presente nelle loro vite, lei che fa l’infermiera a domicilio per anziani e bisognosi, lei che ha il volto dolce e pulito di Émilie Dequenne viene intercettata da chi quel sogno nazionalista l’ha covato per quarant’anni dietro la sua impeccabile facciata borghese e segnalata prontamente alla cara leader. Finirà in cima alla lista per le comunali, la smarrita e poco incisiva Pauline, figura tragicamente ingenua impiegata con chirurgica precisione da chi ha bisogno di ripulire una lista civica con cui penetrare capillarmente nel sistema politico locale e nazionale.

Sebbene il film abbia solo raramente momenti incisivi e potenti come la sua trama lascerebbe intendere, in realtà finisce per indebolirsi proprio per la sua smania di mostrare quanto sta accadendo e di tenere ostinatamente divisi i buoni dai cattivi, a costo di ricadere in una parabola prevedibilissima. Certo ci sarebbe voluto tanto coraggio per consentire all’uomo di Pauline – ex picchiatore al soldo del fronte e neonazista puro – di incarnare fino in fondo il ruolo del personaggio tragico, immeritevole di redenzione, così come al film risulta impossibile gettare davvero un’ombra su Pauline, pur di fronte al guaio in cui si va a cacciare (in)consapevolmente.

Lo vado a vedere? Alle volte al cinema è anche questione di tempistica. Mentre in Italia la nostalgia del bel tempo antico pare tornerà a incarnarsi nell’ennesimo biopic berlusconiano, Chez Nous racconta con grande incisività una periferia di onesti lavoratori e sinceri picchiatori di migranti, di ragazzini dalla faccia pulita che si trasformano in baby squadracce fasciste guidate dall’atmosfera del momento. Questi sprazzi davvero potenti vengono purtroppo diluiti nella voglia di dare giudizi al posto dello spettatore, compiendo il solito errore di sfiducia verso una situazione che, al solo mostrarsi, rivela la sua componente esplosiva e ammonente. Lucas Belvaux non sarà il regista a tirar fuori il film simbolo di questa nuova svolta storica, ma può già rivendicare con orgoglio il titolo di precursore.
Ci shippo qualcuno? No.

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