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Ci sono romanzi che, dopo essere entrati nel tuo panorama visivo, finisci per leggere, altri che continui a ignorare. Il rilegatore si è fatto strada tra le mie letture per caso, dopo aver visto in giro per casa una copia della biblioteca comunale, solo qualche giorno dopo averne sentito parlare in termini entusiasti da Federica Frezza. Sono ben consapevole della distanza tra le mie scelte di lettura quelle di quella che è una delle antesignane del concetto stesso di Booktube Italia (ancora ampiamente sottovalutata), ma il momento era propizio e tutto sommato quanto poteva costarmi una deviazione dalle letture stabilite a monte, per lavoro o aggiornamento, quando il soggetto della stessa era un romanzo di natura commerciale e ben accolto da pubblico e critica inglese anche grazie al suo elemento fantasy?

Qualche mese dopo averne conclusa la lettura, ho rivisto Il Rilegatore in una piccola edicola della Stazione Centrale a Milano, ammantato di una sgargiante fascetta gialla che lo proclamava come “il libro più atteso del 2019, che ha scalato le classifiche inglesi”. Per me però rimane una lettura insoddisfacente, che mi lascia con più perplessità e amara riflessione a fine lettura.

Andiamo però con ordine e partiamo da Bridget Collins, scrittrice inglese con parecchi romanzi e lavori collaterali all’attivo, ma nessun successo davvero degno di nota. Ispirata da alcune lezioni di rilegatoria prese per impararne l’arte e rilassare la mente, l’autrice voleva mettere insieme un romanzo che raccontasse il lato artigianale dell’oggetto libro, soprattutto nei tempi antichi. Definire The Binding un romanzo storico però richiede una certa dose di noncuranza, soprattutto quando hai appena finito la lettura di un libro così accurato e stimolante in questo senso come La sirena e Mrs. Hancock. L’intento di Collins (o la scusa?) sembra quello di impostare il suo racconto sull’enorme baratro che si apre tra mondo della città e mondo della campagna.

Qui vive il primo protagonista del romanzo, un giovane contadino di nome Emmett. Il suo futuro da capo fattore è stato rapidamente cancellato da una febbre che lo rende debole, delirante e incapace di ricordare con chiarezza il periodo immediatamente precedente alla malattia. Non potendo più essere utile alla propria famiglia, Emmett viene spedito come apprendista a casa di una rilegatrice di libri, professione legata a un oggetto che alla fattoria era un autentico tabù. Dopo essere stato scoperto a leggere un tomo comprato alla fiera di paese, a Emmett è stato severamente proibito di maneggiarne altri e i suoi genitori parlano dei libri molto raramente, in termini vaghi e dispregiativi.
Il protagonista non si riesce dunque a spiegare perché abbiano accettato la proposta di un’anziana rilegatrice di prenderlo come apprendista. La sua ignoranza in materia appare evidente in tutti i mesi del suo apprendistato, reso ancor più strano dal fatto che l’anziana donna lo tenga ben lontano dai volumi che realizza. Mentre il libro procede lentamente a dipanare le fumose memorie di Emmett, Collins ci racconta della rilegatoria “alternativa” che si realizza in questo contesto come di un’arte antica a cavallo tra sciamanesimo e psicologia. In qualche modo il rilegatore è un medico dell’anima, capace di sollevare i suoi clienti dal fardello dei loro peggiori ricordi.

Quando Emmett si ritroverà in città scopriremo insieme a lui che l’approccio della sua maestra è molto datato. Tra gli aristocratici i libri “speciali” sono oggetto di collezione, in città la loro produzione è di natura commerciale e grossolana, esistono persino leggi che spiegano cosa sia possibile rilegare e cosa no. Qui sorge il primo, grave problema del romanzo: dove e quando è esattamente ambientato? Chiaramente ci troviamo nel Regno Unito, perché si fa riferimento a Londra, però lo spunto sovrannaturale o magico che dir si voglia suggerisce una realtà alternativa alla nostra. Non si capisce però in cosa sia diversa dal punto di vista storico, quanto abbia influito la rilegatura, dato che la ricostruzione è davvero buttata lì a casaccio dall’autrice.

Nel confronto tra rurale e cittadino può crearsi una sorta di “distanza culturale” di secoli, laddove nelle campagne le tradizioni arcaiche ampiamente dimenticate nei centri urbani sopravvivono allo scorrere del tempo. Siamo più o meno chiaramente posizionati prima della rivoluzione industriale, e verrebbe da dire anche prima dell’invenzione dei caratteri tipografici, anche se certi dettagli negli arredi e nel vestiario dei personaggi (per non parlare poi del sistema della servitù e della mentalità degli stessi) fanno pensare a un’epoca molto più tarda. Eppure si scrive ancora tutto a mano, anche i libri. Data la natura particolare dei tomi, potrebbe essere che la stampa a caratteri mobili venga utilizzata per i romanzi “normali”, a cui si fa qua e là accenno? Potrebbe essere. Eppure nel raccontare al lettore l’arte della rilegatura speciale si fa accenno alle Crociate. No dico, le Crociate, che poi a ben vedere sono un riferimento che più vago non si può, dato che si svolsero dal XI al XIII secolo. Mi sono persa qualcosa io?

Il fatto che poi vengano citate al plurale (non si parlava allora al singolare preceduta dal suo numerale, tipo “parto per la quarta Crociata”? Se ne parlava come di un tutto collettivo?) e senza un riferimento specifico al luogo dove si sono svolte (dato che la Terra Santa non è stato l’unico teatro di battaglia) dà un’idea dell’approccio pressapochista dell’intero romanzo, che rimane lì sospeso tra fantastico e storico non per scelta stilistica ma per incapacità letteraria. Le Crociate come periodo di persecuzione dei rilegatori potrebbero essere un riferimento lontano nel tempo, se non fosse che l’anziana maestra del protagonista le ricorda in prima persona. A un certo punto si fa cenno in maniera molto frettolosa al fatto che rilegatori vivano più a lungo degli altri esseri umani…ma quanto a lungo?

Il rilegatore si sviluppa a livello strutturale e morale su questa scia infinita di informazioni nebulose e contraddittorie tra loro, in cui ogni nuova aggiunta rende chiaro solo quanto sia stato superficiale l’approccio dell’autrice. L’idea che ne ho ricavato è che Collins avesse una buona metafora per le mani per riflettere su come le nostre memorie (in particolare quelle traumatiche) plasmino la nostra persona. Quindi secondo Collins se potessimo cancellarle non diventerremmo persone migliori o più felici, ma in qualche modo esseri umani incompleti. Considerate che sto già facendo un passo teorico in più del romanzo così come letto, esplicitando la sua filosofia molto più chiaramente di quanto in realtà non faccia, perché alla fin fine non c’è un pronunciarsi sulla rilegatoria in quanto metafora di un processo magico positivo o negativo. Così come a ben vedere seguiamo Emmett in una serie di mansioni decorative e accessorie su come si rileghi un libro, ma tentando di ricostruire nella nostra mente l’intero processo ci troveremo di fronte a dei buchi di conoscenza materiale simile ai suoi buchi di memoria: nonostante il titolo insomma sull’arte della rilegatoria non ne ricaviamo che qualche frammento d’informazione.

Messa giù così sempre molto più una catastrofe di quello che poi in realtà è il Rilegatore, una lettura che nelle sue fasi iniziali ho trovato abbastanza promettente e in qualche modo sorprendente. Da un libro con queste premesse rivelatosi un successo editoriale mai mi sarei aspettata un tono così malinconico e un contesto narrativo così tetro. Il mistero iniziale circa la funzione dell’oggetto libro è gestito in maniera abbastanza oculata contando che, per la struttura stessa del romanzo, tendiamo a riempire i vuoti e i silenzi che attanagliano Emmett molto più velocemente di lui.

Da qui in poi sarò vaga e allusiva quanto il romanzo per evitare cospicue anticipazioni, quindi dirò che mai mi sarei aspettata che un romanzo tanto evocativo nello stile (con metafore e immagini talvolta bellissime, talvolta stucchevoli) e nella ricostruzione del contesto agreste prendesse una piega tanto drammatica. Mettiamola così: giunti a un certo punto noi e Emmett sappiamo cosa sia successo ma non come e il romanzo è per forza di cose costretto a fornire dettagli in merito. Si sarebbe potuto e forse dovuto chiudere lì, invece toccano altre 150 pagine in cui cambia il punto di vista ma la sostanza rimane la stessa: seguiamo un altro protagonista che ha dei vuoti di memoria nel suo lento ritrovare sé stesso. Qui i toni se possibile sono ancora più drammatici, ma stavolta noi abbiamo già l’intera panoramica piuttosto chiara e diventa frustrante rimanere in attesa che la situazione si sblocchi.

La natura più autentica di Il rilegatore è forse quella di romanzo sentimentale e, prima che alziate gli occhi al cielo, ci tengo a precisare che per la sottoscritta non costituirebbe di certo una diminutio qualitativa, se non fosse che nell’accezione specifica che sceglie di trattare si rivela ancora una volta sospeso tra stereotipi storici che mancano di una solida ricerca alle loro spalle e un modo di trattare la materiale quasi amatoriale.

Tirando le conclusioni la lettura di Il rilegatore è stata di certo deludente, anche se non terribile come i tanti appunti che gli ho mosso potrebbero far pensare. Se sono stata un po’ più bacchettona del solito è perché stiamo parlando di un romanzo molto venduto, molto letto e molto ben recensito e la cosa finisce per indispettirmi molto. Siamo di fronte a un romanzo teoricamente di genere che riflette su identità e memoria dato uno spunto iniziale interessante, ancorché già battuto da molto cinema e tanta letteratura.
Da lettrice di genere quasi mi inorridisce pensare allo spazio sullo scaffale e nel cuore dei lettori che libri come questo sottraggono a opere pienamente di genere e meglio realizzate sotto ogni punto di vista. Non solo quello analitico e “freddo” dell’approccio storico e della coerenza interna dell’elemento “magico”, ma anche quello caldo del sentimento, di cui i romanzi SFF sono spesso tacciati di essere privi.
Mi rammarica sapere che nel mondo girano centinaia di copie (e molte traduzioni) di questa prova riuscita a metà della Collins quando esistono autentiche gemme come lo straordinario A Stranger in Olondria, che a ben vedere contiene le stesse riflessioni e lo stesso sentimento (e in più è pure un esordio). Nel confronto Samatar annichilisce Collins sotto ogni punto di vista, eppure il suo fantasy rimane un titolo di nicchia, il secondo mi ci gioco quello che volete che presto o tardi lo vedremo al cinema. L’amara vita del lettore di genere, quello vero.

Un ultimo appunto sulla tradizione italiana di Roberta Scarabelli. Posso solo fare alcuni appunti sulle mie sensazioni di lettura, perché non ho fatto confronti diretti con l’originale in inglese. La prima porzione di libro, diciamo le prime cento pagine, non solo contengono evidenti banali errori grammaticali e sintattici, ma sono ricolme di passaggi che fanno pensare che qualcosa sia andato storto in fase di traduzione e/o editing.
Insomma, già il romanzo vorrebbe essere ambiguo, non aiuta una traduzione che in più di un passaggio non ha senso apparente. L’impressione, svolgendola in inglese, è di afferrarne il senso a partire da una traduzione italiana errata. Insomma intuisco quello che sta succedendo e cosa voglia dire l’autrice dal contesto, anche se quel passaggio in Italia spesso dice l’esatto contrario, in una lingua senza né capo né coda. Impressione ulteriormente corroborata da un campione di lettori a cui ho sottoposto alcuni passaggi e che hanno confermato che il testo presenta qualche problematicità. Se c’è qualche lettore della traduzione italiana là fuori che vuole dire la sua o ha più informazioni in merito, batta un colpo.

Il rilegatore di Bridget Collins, Garzanti, 2019, 480 pp., 17,90 euro.

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