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Dopo i consensi e gli assensi della settimana passata, eccoci al secondo appuntamento con il cineriassuntone settimanale, in cui vi racconto in breve i film in uscita il 10 gennaio 2019, vi consiglio cosa andare a vedere e cosa evitare come la peste e vi rimando ad opinioni della sottoscritta più dettagliate nel caso vogliate indagare ulteriormente*. Come vi vizio.

BENVENUTI A MARWEN di Robert Zemeckis
Mark Hogancamp non ha memorie del suo passato. Dopo aver subito una violenta aggressione fisica di cui non ricorda cause e contorni, si trova a fare i conti con il dolore cronico. Per le ferite subite non è più in grado di disegnare: lasciato il lavoro di illustratore, trascorre le sue giornate scattando foto a Marwen, una piccola cittadina europea costruita tra il soggiorno e il giardino di casa, popolata da bambole in stile Barbie riadattare per somigliare alle persone che popolano la sua vita di tutti i giorni. Il suo alterego a Marwen è un prode pilota e irresistibile seduttore perseguitato da una malvagia strega, in una versione alternativa e senza fine della Seconda guerra mondiale. A Marwen i nazisti sembrano immortali e le procaci compagne di viaggio del protagonista, sempre desiderose di proteggerlo, riescono appena a tenerli a bada. Quando una donna gentile e piacente si trasferisce nella casa di fronte alla sua, Mark la introduce pian piano nel mondo dei suoi scatti artistici, ritrovandosi a dover fare i conti con le sue angosce esterne a Marwen e all’episodio che ha provocato la sua amnesia.
Se anche uno come Zemeckis, incarnazione di un certo qual pragmatico ottimismo statunitense, comincia a vedere nero, allora c’è davvero da preoccuparsi. Benvenuti a Marwen ha dalla sua due fattori: la voglia del regista di sperimentare e Steve Carell, che già settimana scorsa vi elogiavo come produttore a ciclo continuo di grandi performance. I due elementi sono ottimamente combinati sin dall’apertura, che avviene all’interno del mondo di Marwen, tra le bambole di Mark, senza che venga data allo spettatore alcuna spiegazione.
Il problema è che Marwen è un film che rischia di scontentare davvero tutti (come puntualmente avvenuto al box office americano). Gli amanti del cinema di Robert Zemeckis si sentiranno traditi da questa sua prova più cinica e cupa, con tantissimi rimandi espliciti a una violenta radicalizzazione dell’estrema destra statunitense e allo scenario politico americano attuale. Quanti invece gli hanno sempre rimproverato di essere troppo buono, verranno solo illusi dalla prima parte del film, perché Zemeckis prova a tener duro fino all’ultimo, ma a un certo punto cede ai suoi bisogni più forti: far sedere il protagonista su una panchina e assicurare allo spettatore un finale possibilità e propositivo. E sono già brava nel soprassedere all’intera faccenda di come il film glissi per quasi tutto il tempo sulla visione un filino problematica che il protagonista ha dell’universo femminile.
[RECE]
LA NOTTE DI 12 ANNI di Álvaro Brechner
Uruguay, 1973. Un improvviso colpo di stato dà il via a un regime oppressivo di destra che per prima cosa si sbarazza degli oppositori comunisti, protagonisti della lunga guerra politica e civile. Tra quanti sopravviveranno alle prime rappresaglie e finiranno in carcere ci sono i tre protagonisti del film. Trasferiti da un carcere a un luogo di prigionia improvvisato senza soluzione di continuità, costretti al silenzio tra di loro e con i secondini, spesso tenuti lontani persino dalla luce del sole, i tre dovranno affrontare un calvario lungo 12 anni. Il tentativo è quello di condurli alla follia, non potendoli (più) uccidere, ma i tre compagni comunisti – colti e ironici – opporranno la loro più strenua resistenza alla pazzia.
Una delle esperienze più autenticamente festivaliere è quella di perdersi la proiezione di un film di cui, qualche ora più tardi, tutti parlano come un gioiello. Succede a tutti, succede ad ogni Festival. Per me La noche de 12 años è stata la sbavatura di Venezia 75, il film che tutti mi hanno straconsigliato ma che proprio non sono riuscita a recuperare nelle proiezioni successive.
Diciamolo papale quindi: è il film da vedere questa settimana. Lo so, sulla carta è una mattonata micidiale sudamericana, due ore secche di questi tre poveri martiri politici spostati da un carcere all’altro, tormentati con qualsiasi espediente. A un certo punto vengono chiusi in una sorta di sotterraneo scavato nel calcare, in celle in cui nemmeno riescono a stare in piedi. Lì il futuro presidente dell’Uruguay (perché è ovviamente una storia vera) rischia veramente di svalvolare, dopo essere stato rinchiuso per lunghissime settimane in un cisterna circolare, lontano da tutti, persino dalla luce solare. Eppure.
Eppure La notte di 12 anni è un film stupendo, genuinamente emozionante, duro ma mai davvero pesante. Nonostante la situazione drammatica dei tre protagonisti, è un film ricco di piccole cose che si trasformano in gemme. Una partita a scacchi giocata a mente, battendo le proprie mosse con il codice morse sulle pareti più sottili del solito delle celle. Scoprire attraverso i ritagli di giornale usati come carta igienica che i misteriosi ABBA hanno vinto l’Eurovision. Sorseggiare il mate. Leggere un giornale dopo un quinquennio di isolamento completo dal mondo. Seguire la finale dei mondiali grazie a una guardia misericordiosa che tiene un po’ più alto del solito il volume della radio. Soprattutto sentire che giorno dopo giorno, anno dopo anno, la presa della dittatura si fa più debole e resistere, da futile esercizio da ergastolani diventa un’occupazione a termine.
Avevo sentito dire che Álvaro Brechner è molto bravo, ma mi ha comunque sorpreso. La regia di un paio di passaggi chiave – la cattura di due protagonisti, i sogni allucinati dei tre, l’esilarante scena della sosta al bagno “problematica” del prigioniero – dimostra la sua sensibilità artistica, disinnescando del tutto il pericolo di un film denuncia saputo o pesante. Un gioiellino davvero.
[RECE]

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