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atfttb6Una storia per l’essere tempo di Ruth Ozeki, Ponte delle Grazie, 2013, 520 pp.
A tale for the time being (2013) era uno dei candidati al Booker Prize 2013 che mi attiravano di più, a partire dalla bellissima copertina originale che non vedete qui a lato. Questa è la più che dignitosa immagine di copertina di un’edizione italiana arrivata con celerità sorprendente e, da quel poco che posso desumere senza averla confrontata con l’edizione inglese, ben tradotta e adattata da Elisa Banfi.
Complice un’edizione italiana dignitosa e un’ambientazione giapponese contemporanea, ho deciso di cominciare il mio sempre sommario e precario recuperato dei candidati al Booker proprio da qui e, in tutta sincerità, il sentimento prevalente è stato di delusione.

Innanzitutto un quesito esistenziale: perché la gente ha candidato questo libro allo Hugo Award? Ma che c’è di fantascientifico in questa duplice storia parallela di due donne giapponesi ibridate con la società americana? Giuro che al solo pensiero mi va in cortocircuito il cervello.
Nao e Ruth sono due donne di etnia giapponese che vivono ai due estremi dell’oceano Pacifico. La prima è un’adolescente costretta dai problemi economici familiari a rientrare in Giappone dopo un’infanzia trascorsa in America e a fronteggiare violenti episodi di bullismo, la seconda è una scrittrice alle prese con un blocco da manuale e con qualche avvisaglia di depressione, sperduta com’è insieme al marito su una piccola isola dove la comunità locale vive sempre più schiacciata dalla natura che sta riprendendosi il proprio spazio. Ad unirle, oltre a vari tratti autobiografici che legano le protagoniste all’autrice (scrittrice americano-canadese di origini giapponesi diventata, tra le altre cose, una monaca buddista), il diario che la ragazzina ha affidato all’oceano in circostanze misteriose e che è stato trovato e raccolto dalla seconda subito dopo il tremendo tsunami che ha spazzato via Fukushima.

atftb4Da subito è evidente quanto riecheggi tra le pagine il vissuto dell’autrice, che mantiene il lettore sulle spine alternando la lettura del diario di Nao e i commenti di Ruth a capitoli estratti dallo stesso, evitando però di connotarlo temporalmente. Per gran parte del libro la scrittrice si interroga se, quando e perché Nao abbia effettivamente deciso di affidare il suo diario alle acque, chiuso in una busta di plastica insieme a un orologio da polso antico e a un plico di lettere in francese. Dopo la shockante dichiarazione d’intenti di Nao, intenzionata a suicidarsi non appena avrà terminato le pagine del diario, l’autrice mantiene viva per due terzi del tomo l’attenzione del lettore. Personalmente aspettavo con impazienza i capitoli di Ruth perché la mia vasta esperienza di prodotti culturali giapponesi mina un po’ il livello di empatia e sorpresa che certe scene di bullismo e certi particolari esotici (il maid café, la storia dello zio kamikaze durante la Seconda guerra mondiale, i love hotel, il quartiere di Hakihabara) dovrebbero suscitare. Non che lo stile semplice e talvolta poetico della Ozeki renda pesante la lettura, ma sono situazioni già lette e viste, descritte meglio da altri. Ruth invece risulta più interessante (almeno per me) per il blocco da secondo libro che l’affligge, per la lacerante dicotomia che le fa amare il marito ma odiare l’isoletta sperduta dove lui l’ha condotta, fino a sviluppare un’ossessione per quella curiosa amicizia sviluppata attraverso il memoir di una ragazzina, dimentica di quello che a sua volta sta scrivendo.

La stampa è prevedibile e impersonale, veicola informazioni mediante una transazione meccanica con l’occhio del lettore. La scrittura a mano, al contrario, fa resistenza, rivela il significato a poco a poco, è intima come la pelle.

atftb3Man mano che il libro entra nel vivo, a diventare protagonista è l’intero nucleo familiare di Nao: il padre aspirante suicida, la madre oberata dal lavoro e, indubbiamente tra i personaggi più interessanti, la veneranda monaca Jiko (che detta così che barba, invece è parecchio pratica e divertente) e il sopracitato zio, possessore dell’orologio e autore delle lettere. Attraverso il punto di vista di Nao, arricchito dagli indizi che l’indagine di Ruth fornisce riguardo a particolari ignoti alla ragazzina, avviene una sorta di ribaltimento della situazione iniziale e il quadro fosco e senza speranza con cui si era aperta la storia muta parzialmente.

Pur senza essere eccezionale, la lettura si è rivelata piacevole ben oltre la metà del libro. Al momento di rispondere alle domande poste sin dalle prime fasi però Ruth Ozeki rovina quanto di buono costruito, abbracciando una risoluzione che sfiora il sovrannaturale, introdotta a forza in quello che fino a quel momento era sembrato un racconto tutto sommato realistico. Questo brusco e inaspettato cambio di stile è ulteriormente aggravato da un evidente intento didattico che la componente buddhista del racconto (l’essere tempo del titolo) impone all’intera vicenda e alla sua risoluzione, affrettata e poco coerente con la drammaticità degli eventi fino ad allora narrati. Vero è che spesso la risoluzione di un mistero è la parte meno riuscita dello stesso, ma la scelta di Ozeki sembra artificiosa e rassicurante in maniera disonesta: o hai campato sulle disgrazie dei tuoi protagonisti per farci affezionare a loro prima o adesso non hai il coraggio di trarre le conclusioni più coerenti con quello che mi hai raccontato finora.

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immagine tratta dal blog dell’autrice

Lo leggo? L’edizione è davvero bella, ma continuo ad avere dubbi circa l’effettivo valore di un libro indegnamente rovinato sul finale. Certo è che se impazzite per quel Giappone edulcorato e adattato al gusto Occidentale che da anni Murakami propina con notevole successo e vi affascina quella commistione di Hello Kitty e buddhismo zen, gatti e uniformi scolastiche, maid café e origami, allora potreste pensarla molto diversamente da quanto scritto qui sopra. Confido che tra gli altri titoli del Booker però si nasconda ben di meglio.
L’immagine qui sotto sintetizza alla perfezione i contenuti del libro. Fate voi.

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