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ant1Che il progetto di portare su grande schermo Ant-Man non sia partito sotto una buona stella è un potente eufemismo. Le avventure di Hank Pym, esponente di spicco del circolo degli scienziati Marvel sessisti, tracotanti e insostenibili (di cui fanno parte anche Tony Stark e Mr. Fantastic) non fanno parte esattamente della prima fascia di supereroi. così come non ne faceva parte Iron Man.
Il fatto che un regista talentuoso come Edgar Wright sia stato per quasi un decennio legato al progetto era l’indubbio selling point dell’operazione, almeno fino a quanto non è stato malamente cacciato dalla regia del film per divergenze creative, lasciando in eredità una sceneggiatura che chi ha avuto la fortuna di leggerla nella sua formula originale ha definito la migliore di sempre per un film supereroistico.
Dopo aver tentato per mesi di trovare un sostituto e tiranneggiato la troupe rimanente, Marvel è riuscita a portare nei tempi stabiliti il film al cinema, dando un’altra grande prova della sua forza produttiva.
L’aspetto più interessante di Ant-Man è quello che rimarca l’impressionante precisione con cui i Marvel studios e la Disney riescono a replicare il loro modello narrativo e produttivo e il loro standard qualitativo, quali che siano le difficoltà allegate alla lavorazione. Il lungometraggio dell’uomo formica sembrava destinato ad essere un contenimento danni, una parentesi estiva da considerarsi un successo se in grado di evitare un disastro (aka perle di orrore Marvel immortali dallo scorso decennio quali Dare Devil).

Ant-man invece è un film ben realizzato, che si spinge oltre il meramente gradevole, riuscendo qua e là anche a rispondere all’enorme bisogno dei cinecomics di variare un po’ le loro storie originarie e i loro svolgimenti, pur ricalcando molto la strada dei suoi predecessori.
Dopo una primavera ricca di film fantastici, Ant-Man è una delle migliori uscite di un’estate affollata di film divertenti e scaccia pensieri, quasi sempre capaci di ripagare lo spettatore del prezzo del biglietto ma raramente all’altezza del botteghino stratosferico che sta caratterizzando questa stagione.

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Difficile dire quanto e come sia intervenuta Marvel sulla sceneggiatura di Edgar Wright, perché le divergenze creative pare non fossero altro che ingerenze, simili a quelle che ha fatto intuire tra le righe Joss Whedon, un altro che ha fatto le valigie e se ne è andato. Per chi conosce la produzione del regista e sceneggiatore inglese però il suo apporto brillante è autoevidente e coincide quasi perfettamente con le parti più riuscite del film.
A livello visivo, per esempio, i mirabolanti riassunti di chi ha detto cosa e dove dell’amico del protagonista, Luis, sono uno smaccato prestito dalla commedia visiva di cui Wright è un assoluto maestro, realizzati in un vero e proprio sforzo emulativo. Similarmente, nei combattimenti che rendono avventurose e ironiche situazioni “microscopiche” quotidiane (la vasca da bagno, il formicaio, la toppa della chiave della porta) si ritrovano spunti che hanno reso un piccolo cult Scott Pilgrim vs. The World. A Peyton Reed è toccato l’ingrato compito di sostituire Wright dopo il rifiuto di più o meno ogni regista rilevante nel genere e ha deciso, saggiamente, di essere poco più che un’ombra o un copycat. Per non parlare dell’ingresso laterale di pugni e oggetti nelle inquadrature, il vero marchio di fabbrica di Wright.

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Anche le forti radici fumettistiche della genesi profumano del regista inglese, che ha saputo mantenere con notevole fedeltà i tratti caratterizzanti dell’originale cartaceo: la forte sottolineatura di relazioni paterne filiari basate sulla fiducia (o la mancanza di), la figura del mentore distorta e la stronzaggine acuta di Hank Pym, che il lavaggio in Disney non riesce del tutto a cancellare e la presenza di Michael Douglas lascia ben sperare per il futuro.1818
Da parte sua Paul Rudd fa il giusto e diverte, anche se non risulta sempre naturale quando il discorso vira dal comico al sentimentale. Su Evangeline Lily si potrebbe citare una nota battuta di Boris e non si cadrebbe mai in fallo, però rispetto ai recenti orrori dell’ultimo capitolo de Lo Hobbit, la sua vista è quantomeno sostenibile.

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Lo vado a vedere? Ant-Man è sorprendentemente gradevole, sia come film sia come caso di studio nella cronologia dell’impero Marvel. Non è una genesi sfavillante come i guardiani della galassia, ma non è nemmeno così piaciona. Con il poco che ha per le mani, tira fuori un ottimo film, risultando più coerente di tanti altri nella continuity (ad esempio rispondendo alla domanda “ma perché non chiamano gli Avengers?”) e sfruttando al massimo il valore aggiunto che una sceneggiatura firmata da Edgar Wright gli dona. Rimane comunque il rimpianto di non averlo visto girato come lui avrebbe voluto, la consapevolezza che ha tutti i limiti delle ultime prove Marvel e la rassegnazione a vedere il suo protagonista ficcato in ogni possibile film successivo.
Ci shippo qualcuno? A questo proposito vi raccomando caldamente di rimanere fino alla fine dei titoli di coda. La mid credit scene per una volta ha una vaga utilità e un’invidiabile chiarezza, cosa che non si può dire della successiva post credit scene…che però compensa ampiamente con l’elemento fangirlistico.

supposizioni e riflessioni [SPOILER]:

  • Dalla suddetta scena possiamo desumere che sarà Winter Soldier a prendere il posto del Cap?
  •  Supposizione più ardita e a-la-Into-Darkness, a morire in Civil War sarà invece Iron Man (per levarsi dalle palle Robert Downey Jr e il suo esorbitante cachet) e qualcuno da questo film si piazzerà nella sua tuta?
  • Supposizione ancora più ardita ma che sento come parecchio completa: questi stanno piazzando le basi per gli Young Avengers. Me lo sento.
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