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L’animazione tradizionale fatta di disegno su carta e colorazione manuale ha ancora motivo di esistere nel 2018? La risposta sembrava già scritta nella chiusura dello studio Ghibli, i cui drammatici ultimi atti sono stati raccontati nel documentario Never-ending Man (che vi consiglierei spassionatamente se non avesse una fattura terrificante). Hayao Miyazaki ha segnato la gloria del suo team ma lo ha anche condannato all’oblio, per incapacità di coltivare degli eredi e per l’ostinato rifiuto verso le nuove tecniche digitali. Non a caso a tentare il salvataggio disperato dell’eredità di quella stagione dell’animazione giapponese c’è l’allievo del fondatore meno imperioso, Isao Takahata.
Mary e il fiore della strega è un progetto che segna la fondazione dello studio Ponoc, una nuova realtà produttiva strettamente legata al percorso del Ghibli, di cui ha inglobato collaboratori storici e nuove, promettenti leve (a partire dal nome chiave del produttore Yoshiaki Nishimura). La domanda è: è davvero l’approccio giusto per garantire un futuro a questa espressione artistica?
No. Mary e il fiore della strega non è certo un brutto film, ma forse sbagliare clamorosamente in partenza tentando di imboccare una nuova direzione sarebbe stata una scelta migliore. E dire che il regista Hiromasa Yonebayashi aveva abbracciato saggiamente una certa dimensione di compromesso, aprendo a un impiego cauto ma bel calibrato della colorazione digitale e delle animazioni realizzate con ausilio del computer. La mia impressione è che però un cambio di passo sia necessario soprattutto a livello di stile e contenuti.

Adattamento di un romanzo per ragazzi della britannica Mary Stewart, Mary e il fiore della strega potrebbe essere l’incipit di un film tipo dello studio Ghibli, soprattutto se prendiamo in considerazione i titoli dell’ultimo periodo, più chiaramente dedicati al pubblico giovanile.

La protagonista Mary è una bambina volenterosa ma imbranata, che si annoia a morte a casa della zia in attesa di cominciare a frequentare la nuova scuola e farsi degli amici. Con i suoi capelli crespi e rossi e il suo essere maldestra ha però già attirato la bonaria ironia del ragazzo tuttofare del paese, Peter. Tutto cambierà quando un fiore rarissimo scoperto per caso nel bosco le donerà temporaneamente dei poteri magici, permettendole di raggiungere una magiuniversità a cavallo di una piccola scopa. Il mondo da lei scoperto però si rivelerà ben più insidioso del previsto.

Il problema concettuale del proporre l’ennesima majokko in una tradizione ricchissima di capolavori in questo senso è che si finisce ben presto in un inevitabile, ingeneroso confronto, che non lascia spazio di manovra a un film che non ha le stesse energie creative e le stesse risorse economiche. Mary nasce in un mondo che è apertamente ostile a film con la sua storia di realizzazione e la sua forma mentis, mentre i capolavori che lo annichiliscono erano espressione naturale del loro tempo. Considerate anche a che distanza siderale si colloca rispetto per esempio alla meta riflessione di Puella Madoka Magika, l’ultima grande maghetta di successo.

Si nota quindi nello svolgimento della storia tutta l’ingenuità di un intreccio con tante rassomiglianze rispetto ai suoi predecessori e un passo molto più pesante. Il film sembra mancare di avvenimenti espesso l’utilizzo della musica classica è troppo enfatico, come se ci si appoggiasse solo alla colonna sonora per dare ritmo alla storia.

Mary e il fiore della strega rimane una visione gradevole per i più piccoli e gli appassionati del genere, che però ha davvero poco da aggiungere a un discorso storicamente chiuso, anche dal punto di vista tematico. Sottotraccia ricorrono i soli temi (la purezza dei ragazzini contro la smania di potere degli adulti che corrode e consuma tutto) e le stesse contrapposizioni visive (la natura come luogo autentico vs il mondo artificiale e meccanico culla dell’inganno).

Erano discorsi rivoluzionari e controcorrente 50 anni fa, attuali e criticamente sensati 20 anni fa, ora sono ridondanti e ripetitivi e hanno bisogno di un rinnovamento, filosofico ed esistenziale in primis. Il mondo ha preso una brusca accelerazione in ogni direzione possibile – anche nella sensibilità ambientale, per dirne una – mentre il film dello studio Ponoc sembra parlare a un pubblico ideale, cristallizzato qualche decennio fa.
Non apro nemmeno il capitolo tecnico di palette cromatiche, colorazioni, character design; in questi ambiti il lavoro è stato praticamente nullo. Anzi, nelle fisionomie degli animali c’è una sensazione di sproporzione nettamente peggiorativa rispetto al passato.

L’auspicio è che – come testimonia il successo costruito film dopo film da Makoto Shinkai ed esploso con Your Name – lo Studio Ponoc cominci a tradire il suo passato e a costruirsi un’identità propria. Solo così l’animazione tradizionale potrà tornare a dialogare col presente e continuerà ad avere motivo d’esistere.

Una nota di merito però se la guadagna Lucky Red, che finalmente pare aver abbandonato la strada degli adattamenti di Gualtiero Cannarsi, così ossessionati dall’essere filologicamente sovrapponibili alla versione giapponese da risultare sgrammmaticabili, paradossali, innaturali, incomprensibili. Stavolta al timone c’è un doppiatore storic come Massimiliano Alto* e il quasi tutto fila liscio. L’avremo scampata per sempre? Metteranno, come richiesto a gran voce dai fan, anche le tracce audio pre-Cannarsiane nelle nuove edizioni homevideo? Io spero vivamente di sì.

*mi rendo conto di essere ingiusta, ma come fai a nominare Massimiliano Alto e non prorompere in un I want to change! The World! 

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