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yourname_locandinaIl Giappone che conosciamo attraverso i film e i romanzi è uno specchio fedele del Paese del sud est asiatico forse più noto e compreso in Occidente? Mi viene sempre da chiedermi se sia davvero solo una coincidenza l’arrivo di una fetta ben definita di prodotti animati e recitati sul nostro mercato, come nel caso di Your Name, in questi giorni in uscita speciale e limitata nelle sale italiane, dopo aver sbancato il botteghino giapponese per un anno (avendo superato la quota pazzesca di 380 milioni di dollari d’incasso in patria).
L’ultimo lavoro di Makoto Shinkai è ad oggi il miglior incasso di sempre di un film giapponese nel mercato domestico, superato solo da La Città Incantata di quel Hayao Miyazaki di cui viene spesso citato come l’erede spirituale, anche se a ben vedere i due registi d’animazione non hanno poi molto da spartire, se non appunto la tipologia di lungometraggi prodotta e quel certo lirismo nipponico oggetto del mio primo quesito. Your Name è un film all’altezza del suo successo?A livello tecnico la risposta non può che essere sì, perché allargando lo sguardo anche al mercato a noi ben più familiare di lingua inglese e francese, ben pochi film hanno la perfezione formale e l’estetica rifinitissima di questa perfetta sintesi di animazione tradizionale, character design (di Masayoshi Tanaka) pulito ed efficace e utilizzo non corsaro ma funzionale della CGI. A differenza di tante altre patacche mal disegnate e peggio animate con quattro software sgraziati che si sono viste di recente sul mercato degli anime, Kimi no Na Wa ha quell’immagine e quel colore così perfetto ad ogni istante da poter aspirare ad essere bellissimo e attuale tra uno, dieci o cent’anni, come ogni prodotto d’animazione senza tempo, con i grandi titoli del canone Disney o appunto i lavori della studio Ghibli. Uniamo a questa perfezione formale le musiche che colgono l’attimo dei Radwimps (catapultati dall’anonimato alla celebrità grazie al film), aggiungiamoci una stramba ma accattivante struttura da anime mancato (con tanto di opening e ending) e a livello tecnico Your Name semplicemente non teme rivali.

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Quando si passa ad analizzare la storia e il supposto punto di contatto con Miyazaki le cose si fanno meno nitide e semplici da analizzare. Innanzitutto perché Your Name può essere davvero fresco ed entusiasmante solo per chi sia davvero a digiuno di anime, dato che tanti passaggi riecheggiano di tanti, tantissimi prodotti visti in precedenza, dalla commedia scolastica all’amore avversato dal destino fino a certe produzione scifi che in Giappone hanno un mercato abbastanza florido.
Detto questo, la prima ora di film va come un treno: merito di una trama convenzionale (lui e lei hanno un modo di incontrarsi piuttosto peculiare, ma pian piano cominciano ad apprezzarsi e a sperare di tornare a comunicare tra di loro, ma più s’innamorano e più il destino pare loro avverso) ma con una linea cronologica molto particolare, che intriga lo spettatore costretto a ricostruire pezzo dopo pezzo la sequenza corretta degli eventi a Itomori, il paesino di montagna profondamente legato alle tradizioni shintoiste dove vive Mitsuha e a Tokyo, dove studia e lavora lo studente liceale Taki. Qui bisogna fare i complimenti allo sceneggiatore e regista, che a differenza di tanti colleghi alle prese con timeline e timeloop, stabilisce una serie di regole elementari e precise, che non smette mai di rispettare: lo spettatore quindi non ha bisogno di tante spiegazioni e, al momento giusto, intuisce facilmente la cronologia corretta.

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Purtroppo è proprio nel momento della rivelazione del momento chiave che detta il continuum temporale tra Taki e Mitsuha che il film perde di forza e incisività. Ha per le mani un finale coerente con quanto visto, solido e realistico, ma pensa di dovere di più al suo pubblico e si trascina per una seconda parte dal lirismo esagerato e dal romanticismo esasperato, non sapendo nemmeno poi bene come dare degna conclusione alle sue premesse. Certo incide molto anche il mio gusto personale (e le mie aspettative riguardo alle storie con al centro “il filo rosso del destino”) in questo giudizio, ma è abbastanza evidente come nel secondo tempo il film perda in ritmo e finisca per insistere un po’ troppo sul chiodo già battuto da Miyazaki.

Questo è il mio grande dubbio: possibile che in Occidente non sia possibile vedere qualcosa che sfugga alla dicotomia città cyberpunk dominata dal neon e dall’avidità (Akira) vs campagna tradizionalista dove permane l’autentico spirito del Giappone (Miyazaki)? Sul perché prodotti di questo tipo abbiano enorme successo in Giappone, sono convinta sia per il fatto che Your Name è parecchio consolatorio nel suo dipingere una nazione in cui l’anima tradizionale e quella moderna vivono sospese in un momento privo di conflitti, attriti e problem. Una visione tanto lontana dal vero quanto rassicurante per chi ha il grado maggiore di consapevolezza di questo gap: i giapponesi stessi, che inoltre hanno un soft spot grosso così per i perduti amori liceali. Come tutti, suppongo.

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Lo vado a vedere? Non è il capolavoro che il suo successo suggerirebbe, ma è comunque un gran bel film d’animazione da vedere al cinema, soprattutto per staccarsi un po’ da quell’onda uniforme, ad alto budget e statunitense, che rischia spesso di esser considerata l’animazione in quanto tale, mentre ne è solo un’interpretazione specifica. Certo che a voler esplorare un po’ il mondo degli anime si trovano prodotti ben più brillanti e innovativi.
Ci shippo qualcuno? No.

Jpop ha pubblicato il romanzo di Makoto Shinkai, da cui è stata tratta la sceneggiatura del film e di cui ho ricevuto una copia staffetta. Ne ho letto circa un terzo e la mia impressione è che sia rivolto al pubblico di fan del film, perché, ecco, Shinkai non è decisamente un romanziere. La storia funziona molto meglio su schermo e l’adattamento di Jpop soffre di una certa rigidità formale nel passaggio da giapponese a italiano.

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