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50shades_locandinaIl giochino si è rotto. I risultati oltre ogni aspettativa (e l’exploit nell’exploit del botteghino italiano) hanno permesso a un franchise che dal suo modello al cinema aveva ereditato anche il senso del ridicolo di puntare a una produzione in pompa magna, capace di arginare almeno in parte le debolezze e le enormi lacune del primo capitolo. A meno di non temere la svolta romantica e vanilla, pare proprio che Cinquanta Sfumature di Nero sia leggermente migliore del predecessore, con grande disperazione dei fustigatori dell’ovvio. Ovviamente sono subito corsi ai ripari indignandosi per una fantomatica (ma davvero impossibile) rivalutazione dell’operazione intera. Forse però dovremmo smettere di fare il gioco di punta esattamente a questo: rendere il film un evento mediatico e culturale tale da non potersi esimere dall’andare al cinema, onde poter sfoggiare in pubblico una posizione probabilmente già delineata ben prima di entrare in sala. Risultato che non si sarebbe ottenuto, chessò, parlando sin dal primo capitolo di Cinquanta Sfumature come di un film e basta, appunto, senza inutili sofismi o slanci filosofici, per non parlare di chi ha fatto dell’accanimento contro brutture palesemente tali il proprio sport preferito e a rischio (intellettuale) zero.

[Avviso ai naviganti: occhio alla scena extra / promo del terzo capitolo dopo i titoli di coda del film]

Il refugium peccatorum di chi di cinematografico su questa ed altre questioni non ha in realtà quasi niente da dire è lo strale contro le donne che si recheranno a frotte nei cinema ad ammirare i fisici scultorei dei due protagonisti esposti (anche se con una certa parsimonia sul lato maschile) per San Valentino. C’è qualcosa di male a optare per questa uscita collettiva e piccante al posto di stare a casa a fare pigiama party guardando cinemozioni5 più datati mentre si consumano tubi di baci Perugina? La risposta è no, almeno se abbiamo l’onestà intellettuale di riconoscere che andare al cinema per osservare qualche veloce scorcio delle chiappe sode di Jamie Dornan e del guardaroba da sogno di Dakota Johnson non sia poi molto diverso dal seguire religiosamente sotto l’insegna del guilty pleasure ogni stagione di Pretty Little Liars e Arrow; con questi prodotti di The CW il film condivide una progressiva contaminazione con i toni della soap sudamericana, con tanto di ceffoni e cacciate conclamate sul gran finale.

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A infastidirmi di più in quest’operazione è piuttosto l’enorme pigrizia di chi questo faraonico sequel lo produce. Sin dall’apertura è chiaro che una regia più convenzionale ma anche meno disorientante si farà strada nelle vicende (quelle sì davvero indifendibili) del ritorno di fiamma da Anastasia e Christian, forte di un budget che permette movimenti di camera e nuove scenografie meglio eseguite. Per questo motivo è ancora più grave il lassismo con cui queste possibilità vengono ignorate: il film non solo non osa, ma proprio non prova nemmeno a nobilitare un po’ il materiale di partenza che si ritrova per le mani.
Il punto di partenza rimane sempre una caotica fantasia sessuale poco credibile e via via sempre più infantile e problematica, ma il pubblico è pronto a vedere il film senza aspettarsi alcun tipo di credibilità. D’altro canto, dalla sceneggiatura alla regia non c’è davvero nessuno che si sforzi d’imprimere un minimo di ritmo alla vicenda, anzi. Le lunghe, inutili transizioni con macchinoni di servizio sono l’unico raccordo tra scene che ogni fanfictionara che si rispetti riconoscerà come capitoli di una storia che procede a tentoni.

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Cosa dire poi di un product placement onnipresente e più molesto che mai, che invade letteralmente la scena, fino a rovinare con una zoomata sul logo anche il momento canonico e più romantico di ogni film d’amore che si rispetti? Appare chiaro da subito che la priorità della regia è inquadrare i prodotti esibiti, seguita da quella di dare sapienti scorci dei corpi nudi e tonici degli attori (a cui nessuno dà mai una possibilità di uscirne dignitosamente, se non a livello fisico). La volontà di fare un film, inteso come una storia più o meno coesa narrata per immagini che dialoghi con il pubblico, è inesistente: in questo sì, Cinquanta Sfumature di Nero somiglia molto a certa produzione erotica di consumo o agli yaoi più spinti.

Le novità del secondo capitolo poi si liquidano in un paio di righe: un generico villain sexy messo lì giusto per sobillare l’idea che la gelosia e il senso di possesso del protagonista siano romantici, la pazza del suo passato che serve a dare un qualche tipo di spessore morale alla protagonista (senza che però ci venga mai svelato cosa ci sia in lei di diverso, tanto da riuscire a disinnescare l’autolesionismo di Christian Grey) e una Kim Basinger enigmatica come una Sfinge, a riprova che se non è compito del recensore dare un giudizio morale su interventi così massivi a livello di connotati, non possono passare sotto silenzio quando hanno un’impatto così profondo sulla recitazione, o per meglio dire la mancanza di.

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Lo vado a vedere? In fondo l’avete già deciso no? Certo è un’operazione di particolare pochezza, ma attenzione che a traslare il tanto odiato lato romantico del film negli stilemi destinati al sesso opposto si ottiene uno dei tanti action/thriller che passeranno la loro pensione in replica in prima serata su Rete4.
Ci shippo qualcuno? Ma magari. Io pensavo che Hugh Dancy si vedesse già nel secondo capitolo, sigh.

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