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Via, partiamo spediti che ho un sacco di film e libri di cui parlarvi e non sono il certo il tipo che sta qui a cincischiare fumando erbapipa. Abbiamo un problema e intendo affrontarlo e risolverlo alla svelta. Il problema è che The Hobbit non è un film all’altezza. Non all’altezza del suo libro, non all’altezza della precedente trilogia, non all’altezza delle capacità stilistiche di Peter Jackson. Il lato positivo è che avendo come protagonista Martin Freeman, non mancano di certo fermoimmagine di faccette perplesse o scocciate con cui correlare i miei commenti.

The Hobbit Bilbo Baggins

Non tutti sono immuni al passare del tempo come Elijah Wood, però da qui a piallare la faccia di Bilbo per metà del film ce ne passa.

Doverosa premessa. Come forse già saprete, in vista dell’uscita di questa pellicola ho rispolverato il classico di Tolkien, rileggendolo in lingua originale. Ovviamente questo passaggio tende a far incrementare sensibilmente le alzate di sopracciglio durante la visione, a prescindere. Essendo ben cosciente di ciò, questa recensione è multilivello; un primo blocco spoiler free, un secondo blocco incentrato su alcune svolte cardine della pellicola e una breve (dai, non ci credo nemmeno io sul breve) riflessione finale sul processo di adattamento.

Blocco spoiler-free. The Hobbit non è in sé un brutto film, anzi, è un discreto film di avventure all’ombra di uno scenario fantastico. La sua condanna è quella di essere venuto dopo la Trilogia, che se ne sta lì, immota, imprescindibile pietra di paragone, finendo per sottolineare quando questa qui, di trilogia, parta con la t minuscola.
Non è un film che manca di ambizione o che vuole seguire pedissequamente i predecessori, soffre invece del problema inverso.
Peter Jackson
, ritrovandosi più libero dal punto di vista creativo dopo lo straordinario successo precedente, semplicemente fallisce nel darsi un senso della misura e dei limiti (forse più restrittivi ai tempi della New Line che investiva un capitale notevole in un’impresa rischiosissima). Un esempio? La tecnologia HRF (high rate frame), unita al 3D, crea un effetto visivo veramente inedito, simile a quello di quei libri in cui, quando apri la pagina, le piccole figure di carta incastrate tra loro si dispongono su più livelli. Dopo i primi stranianti minuti, l’effetto è ben integrato e dà bella mostra di sé in sequenze che sembrano costruite apposta per esaltarne le caratteristiche (vedi tutta la fuga dal Re dei Troll). Il lato negativo però è che questa nuova tecnica tende a sottolineare ogni integrazione in computer grafica e a creare un’atmosfera posticcia, fasulla, proprio perché le regole della profondità delle immagini vengono violate. Forse, se potessi scordarmi per un secondo la Trilogia, apprezzerei la realizzazione di un mondo fantastico con un approccio visivo anch’esso “fantastico”. Poi però mi ricordo che uno degli aspetti più dirompenti (e vincenti sul vasto pubblico) della Trilogia era proprio l’inseguimento di un certo realismo qfantastico, conciando dei poveri pazzi da orchi per farli sembrare “umani”, tentando di integrare (non costruire da zero) ciò che non poteva essere interpretato da attori umani. Non per niente la maledizione di Andy Serkins cominciò da lì, no? Lo Hobbit sotto questo punto di vista si rivela molto più svogliato (e le aggiunte digitali son ben peggiori del passato, basta vedere i lupi mannari così twilighteggianti), pur sfruttando una tecnologia che evidenzia fortemente queste debolezze. Questa pellicola si dimostra svogliata sotto molti altri fronti…la colonna sonora, per esempio. Ovviamente il mood era già impostato in partenza e non mi aspettavo di certo che il tema di Gran Burrone o della Contea venissero messi da parte, ma qui parliamo del riciclo sistematico d’interi tocchi di colonna sonora già utilizzata ne Il Signore degli Anelli. Certo, la decisione di rimanere aderenti al libro e includere un paio di canzoni dei nani si è rivelata azzeccata (e decisamente più in grado di costruire l’atmosfera ideale rispetto ai mille spiegoni che ci vengono propinati per tutto il film)…d’accordo, è che mi scoccia ammettere che la cosa che mi irrita di più (musicalmente parlando) è l’eliminazione di tutte le canzoni super-sciocchine degli elfi. Ok, non erano indispensabili, ma dato che si è allungato l’inallungabile per arrivare a realizzare un’altra trilogia non vedo perché privarci di cotanta adorabile stupideria elfica.

The Hobbit Bilbo Baggins Door

No aspetta, questa musichetta io l’ho già sentita un paio di film fa.

Blocco via via sempre più [SPOILER]. Fin qui si tratta di scelte forse non azzecatissime, ma non così gravi da pregiudicare la riuscita del film. Il problema è che questo straripamento senza freni di Peter Jackson incide ancor più pesantemente sull’organizzazione e sull’economia del film. Un film che parte a monte, si imbarca in una serie di spiegoni allucinanti, quando ingrana nel ritmo viene bruscamente fermato da una delle sequenze più non-sense e imbranate dell’anno (ovvero Gran Burrone, in toto), per aumentare di ritmo, procedere spedito e cadere sul gran finale in controsensi così evidenti da sostituire il senso di meraviglia al senso di “no, mi manca un passaggio”.

Il peccato originale a mio parere consiste nell’aver voluto cambiare completamente il tono della pellicola, trasformando un libro sostanzialmente rivolto ad un pubblico di giovani lettori (non senza che parli anche agli adulti ed è proprio da lì che bisognava pescare) in un film che cerca di avere l’epicità de Il Signore degli Anelli senza averne i presupposti (come può uno Smaug che non appare che di sfuggita uguagliare l’Oscuro Signore e la sua epica ondata di distruzione?). Così i toni bonari e allegri delle scene più aderenti all’originale (il banchetto a base di nani dei Troll, l’intera scena a casa Baggins) cozzano prepotentemente con l’epicità di tutto il resto. Epicità che nel libro già c’è, come un fortissimo eco di eventi futuri, perché Tolkien stesso ha maneggiato più e più volte il testo per rendere il sesto capitolo (l’intera parte di Gollum) l’antefatto ideale alla Trilogia. Se però proprio nell’adattare quell’evento centrale gli sceneggiatori sono riusciti trasmettere il cambiamento di Bilbo, che in un intenso scambio di sguardi con un derelitto ed ignaro Gollum esercita per la prima volta la sua volontà di vita e morte su un altro essere vivente, risparmiandogli la vita, a prevalere più spesso è il ridicolo.

Sì, il ridicolo, generato da forzature così evidenti da risultare tristemente riderecce. A parte che mi chiedo come l’entrata in scena rotante di Galadriel non sia risultata derisoria ai montatori (dato che questo è diventato un meme piuttosto famoso, non era difficile da prevedere), è proprio tutto il Bianco Consiglio tra Gandalf, Galadriel, Elrond e Saruman (che poi non stava nel Silmarillion?) a mettere a dura prova l’impianto narrativo della storia. Questo pezzo ha come unico lato positivo che internet si sta popolando di trovate geniali di facile ironia su tre personaggi presentati come intelligenti e potentissimi che se ne stanno lì seduti a farsi intortare da Saruman, che fa faccine perculatrici tutto il tempo. Non paghi, giù subito a inserire il ritorno delle ombre e vaghi presentimenti del fatto che tutto sta andando a puttane e l’Oscuro Signore presto tornerà, salvo poi, cosa, farsi prendere da una potentissima amnesia per decenni? Davvero!? La forzatura sul personaggio di Saruman è così pressante che si preferisce sfumare sul momento di pettegolezzo mentale tra Galadriel e Gandalf.
L’aspetto più tragico non è la svolta che si presta a parodie e tutto il resto, bensì la scomparsa del personaggio di Bilbo Baggins dal film stesso. Ci si è così impegnati a raccontare, allungare, spiegare, deviare, far partire flashback che Martin Freeman non ha modo di provare che per pochi minuti quanto, come dire, la sua predisposizione innata a certi atteggiamenti tipici dello hobbit della contea siano perfetti per la parte.

The Hobbit Bilbo Baggins contract

Bilbo controlla pedissequamente ogni cambiamento da testo originale a film e sembra un po’ perplesso.

Breve riflessione sfaso finale. Se invece avete letto il libro, allora il giramento di cosiddetti potrebbe farvi decollare verticalmente. A parte il tradimento quasi totale dell’anima stessa del libro e la marginalità di Bilbo, il problema principale è Thorin Scudo di Quercia, protagonista delle scene di gran lunga più imbarazzanti e artificiose dell’intero film.  Si è scelto di mettere al centro della vicenda sin dalle prime battute non Bilbo e la sua maturazione, bensì Thorin e le sue sfighe familiari. Non fraintendetemi, Thorin è sicuramente uno dei personaggi migliori del libro (che fornisce un coefficiente di pathos teatrale e di tragicità che è potenzialmente una bomba) ma trasformarlo in protagonista assoluto lo priva del tutto del chiaroscuro di cui gode nel libro, dove si scopre a poco a poco la sua storia, caricando strada facendo il suo personaggio di tutto l’antefatto necessario al gran finale.

Ma facciamo finta che non sia un’idea tremenda mettere al centro della vicenda un nano disturbantemente sensuale e onestamente fico da paura. Perché ogni singola scena che lo vede protagonista deve essere caricata da un fardello tale di pathos ed epicità da farlo sembrare un deficiente? Non fatevi distrarre dallo sguardo intenso di Richard Armitage (che rendere un personaggio alto un metro e qualcosa così figo dovrebbe essere illegale). O forse è meglio concentrarsi su quello ed evitare di notare che mentre uno racconta i fatti suoi a tutti i presenti lui se ne sta lì a due metri di distanza, silenzioso, immobile e con lo sguardo perso nel vuoto, su uno sfondo di sederi di pony. Ok, ora divento volgare. Cazzo, ma che senso ha? Uno è lì che parla dei tuoi fattacci personali e drammatici e tu ti limiti a star lì a fissare il quarto posteriore del tuo pony illuminato dalla luna? MA TI PREGO! Vogliamo poi parlare del fatto che le sue scene di battaglia subiscono continuamente rallenti così rallentati da renderle tanto brutte che manco il giovane Ratzinger che gioisce per la scoperta del vaccino anti-poliomelite? E qui la musica emozionante è pure riciclata. Non posso esimermi poi dal sottolineare quanto le sue risposte a suon di primi piani con lo sguardo tenebroso dal basso verso l’alto, le sue entrate in scena da sex symbol consumato (anche se c’era questo precedente da antologia, è vero) e il fatto che quando è conciato e provato, non suda, ma diventa la versione porno sudata di sé stesso, abbiano provocato in me l’ilarità più totale.

Forse però l’aspetto che mi ha infastidito più prepotentemente è una certa scorrettezza nell’affrontare il personaggio di Bilbo. Come ogni hobbit, Bilbo non è versato nei combattimenti, nell’uso della forza, quanto piuttosto nel cavarsi d’impiccio usando l’astuzia e la favella. Innanzitutto qui si glissa per buona metà del film su quanto Bilbo sia effettivamente un peso per la compagnia nelle fasi iniziali, data la sua inettitudine (tanto che le proteste dei nani a Gandalf sembrano davvero pretestuose). Inoltre non vedo come possa essere interpretata se non come un tradimento dell’essenza stessa del protagonista la scena in cui, accecato dal sentimento di fratellanza (sono diplomatica) verso Thorin, si getta a coppare orchi a suon di pugnalate. L’orco è morto assieme alla mia fiducia verso questo adattamento. La svolta più disonesta però mi è sembrato quel facile salvataggio nella sfida ad indovinelli contro Gollum. Bilbo imbroglia e ne è ben consapevole, quindi quell’appigliarsi a Gollum che dice “domandami qualcosa” suona un po’ come una giustificazione per un comportamento scorretto del protagonista, anche se dettato da questioni di mera sopravvivenza.

Per pietà, non voglio nemmeno esprimermi sulla sequenza allucinogena dei porcospini e sull’intero personaggio di Radagast. Pietà.

Lo vado a vedere? Insomma, non se lo meriterebbe proprio, però capisco che la pellicola assuma le sfumature dell’appuntamento irrinunciabile, soprattutto considerando la rarità di film di questo tipo. Però non dite che non vi avevo avvisati.
Ci shippo qualcuno? TANTISSIMO.Ship SheepShip SheepShip SheepShip SheepShip SheepE non solo per il fatto che tutta la materia Tolkeniana e la sua fratellanza, il parterre quasi esclusivamente maschile e le lunghe passeggiate in idilliaci paesaggi agresti sembrano il parto di una fanfictionara dura e pura, no.
Mi riferisco proprio al tratteggio a suon di angst spintissimo dell’intero rapporto tra Thorin e Bilbo, che da quando Bilbo se lo trova davanti alla porta di casa al gran finale non solo non fa che istigare ogni mente un minimo predisposta, ma di fatto porta a casa il film fornendo una tormentata storia d’amore un crescendo avvincente nel rapporto di reciproca stima costellato di tradimenti, ripicche e momenti di angst alluvionale. Quella tremenda scena pretestuosissima del salvataggio di Thorin ad opera dell’eroico Bilbo è praticamente un insulto, ma ammetto che dall’orrore è nato un momento di tensione omoerotica che sta lì lì col picco di Sam che implora Frodo di non lasciarlo solo, in lacrime, nel mare di magma a  quasi conclusione della Trilogia. Lo avete pensato tutti: quando Thorin attacca il predicozzo a Bilbo e poi si slancia verso di lui, sapevate che se la cosa fosse coronata in un limone duro, voi non vi sareste stupiti più di tanto, dato quello che avevate visto fin lì. Io, in pratica, ululavo. E se voi sapete cosa succede DOPO, allora sapete perché io non mi tirerò indietro dal vedere i prossimi due fillerosissimi film.

C’è un fottuto cervo metaforico? Lo so, lo so, vi ha emozionato, lì, sparato in apertura. Mi duole però ammettere che Thranduil cavalca un ridicolo alce gigante e non un cervo. Credo che il giga alce assolutamente pretestuoso e fuori contesto stia lì a simboleggiare l’evidente inutilità dell’apparizione di Lee Pace e delle sue sopracciglia a questo punto della storia, per non parlare del risentimento specifico di Thorin verso di lui che riesco a malapena a sopportare, sperando in qualche sviluppo per il punto precedente nei prossimi due film. Se poi penso che si spende minutaggio per l’alce gigante e si trascura di dare una spiegazione del perché il Re delle Aquile non porti Gandalf e compagnia cantante (letteralmente) a destinazione, privando gli uccellazzi del loro risvolto nobile e facendoli sembrare poco più che polli  tassinari, beh, comincio ad avere brutte reazioni.

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