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Progetto Palma è la rubrica di gerundiopresente che si propone di ripercorrere, decennio dopo decennio, la storia del Festival di Cannes, (ri)vedendo i film vincitori del premio più prestigioso e interrogandosi sul valore del film e la valenza della vittoria a distanza di tempo. 

In questa prima parte, Progetto Palma si confronta con i 10 film “impalmati” più recenti, vittoriosi dal 2017 al 2009.

2017 – The Square di Ruben Östlund
Christian è un curatore museale in una galleria di arte contemporanea alle prese con il lancio di una nuova opera intitolata “The Square”: nonostante l’intento voglia essere quello di sostenere la solidarietà umana, la promozione dell’evento e la vita di Christian vengono travolte da un’ondata di situazioni via via più grottesche e paradossali.
The Square è una caustica, corrosiva satira del mondo dell’arte contemporea e dell’alta borghesia svedese. L’attacco di Östlund è sì dissacrante quando mostra la spiccata anima mercantile di un’arte sensazionale e svuotata di senso, ma è anche una mossa un po’ votata al vincere facile: irridere l’alta borghesia e la sua pretesa di essere benevola e culturalmente superiore non è un’operazione né scomoda né quantomeno innovativa. L’aspetto più involontariamente divertente di The Square è che di fondo dimostra gli stessi difetti del mondo che racconta, con un Östlund a più riprese compiaciutissimo di sé stesso e con una boria non del tutto giustificata da un film che sa essere brillante ma anche vacuo e decisamente troppo lungo (151 minuti). [RECE]

Meritava la Palma? In un’annata tutt’altro che memorabile in Croisette tutto sommato è una vittoria condivisibile. Tra i film già visti in concorso posso dire che tanti grandi hanno fatto un gran favore a Östlund, buttando via i loro film e regalandogli l’occasione della vita. Più che il migliore era una delle scelte possibili tra le pellicole che si sono distinte: la vittoria di un Loveless o 120 battiti al minuto sarebbero state equivalenti. Personalmente gli ho di gran lunga preferito il già compiaciutissimo precedente film del regista, Force Majeure, sempre caustico ma decisamente più disturbante.

2016 – Io, Daniel Blake di Ken Loach
Daniel è un carpentiere di mezza età di Newcastle che rimane stritolato in un paradosso burocratico: la sua grave crisi cardiaca prescriverebbe il riposo assoluto dal lavoro, ma le sue condizioni non sono abbastanza critiche da ottenere il sussidio statale. Questo è solo l’inizio della sua odissea lavorativa e personale, nel tentativo di sopravvivere e mantenere la propria dignità.
Una kenloachata fatta e finita, che si arruffiana il pubblico grazie all’intensa performance di Dave Johns e ai classici temi sul disagio sociale e le insidie del lavoro nella società moderna su cui il regista inglese ha costruito la sua fortunatissima carriera. Se chiedete a me, la storia di Daniel Blake non aggiunge nulla a quanto già raccontato in precedenza e meglio da Loach. Capisco che voglia commuovere e sensibilizzare, ma mi infastidisce molto la divisione nettissima in cui lo Stato e ogni sua rappresentanza sono il Male Assoluto e solo il povero proletario con le pezze al culo è dignitoso ed eroico. Personalmente avrei trovato molto più realistico e disturbante se, per dirne una, suggerisce come la macchina burocratica sia costruita per prevenire ogni intervento correttivo umano. Per dire. [RECE]

Meritava la Palma? Sia a livello umano ed emozionale sia in campo cinematografico c’era molto, ma molto di meglio. Non sarebbe stato meglio tributare alla Germania il riconoscimento che il suo cinema merita da ormai troppo tempo dando la Palma un film sperimentale e intenso come Vi presento Toni Erdmann, tra i titoli migliori in assoluto dell’edizione e dell’anno? I miei favoriti erano The Handmaiden e Elle, si sa, ma avrei preferito persino una vittoria di film che non mi hanno troppo convinta. Certo piuttosto che vedere triondare Asgar Farhadi (Il Cliente) o Nicolas Winding Refn (The Neon Demon), in concorso anche loro con compiaciutissime opere derivative rispetto ai loro lavori precedenti,uno si accontenta di buon grado di Loach, che non verrà certo ricordato per questo titolo.

2015 – Dheepan: una nuova vita di Jacques Audiard
Un soldato, una giovane e una bambina provenienti dallo Sri Lanka fingono di essere una famiglia pur di ottenere il permesso di soggiorno in Francia. Arrivati a destinazione, i tre sconosciuti si ritrovano a vivere insieme e a fingere di dover essere coniugi, costruendosi un’esistenza bizzarra in cui affiora inaspettatamente il loro non sempre limpido passato. 
Dheepan non è il film più bello di Jacques Audiard e, come quasi ogni film girato da lui o altri dopo il 2009, soffre il confronto con il mastodontico e struggente Il Profeta. Detto questo, è un film molto più sottile di quanto lascerebbe a intendere la tematica delle migrazioni, del vivere in una realtà aliena e delle tensioni razziste. Dando ai suoi personaggi la possibilità di essere non solo vittime del destino e della povertà, ma anche imbroglioni, truffatori e carnefici, Audiard crea un discorso molto più umanizzante e enormemente più interessante di quello di un Daniel Blake. [RECE]

Meritava la Palma? Questo è un caso piuttosto interessante, perché la vittoria di Audiard fu accolta da un’onda di polemiche per via della presunta scarsa qualità del film. Quando lo vidi, un anno e mezzo dopo il passaggio a Cannes, rimasi invece colpita dalla sua bellezza e leggendo le recensioni dell’epoca mi resi conto – dubbio poi confermato da numerose fonti – che il film era stato così tanto rimaneggiato da aver poco a che spartire con la pellicola vincitrice della Palma e passata in Croisette. In effetti quell’anno alla rassegna milanese dei film di Cannes (programmata un mesetto dopo il Festival) venne espressamente detto che il film vincitore non ci sarebbe stato perché Audiard lo voleva sistemare. L’impressione è che sia stato di molto accorciato e variato nella successione cronologica degli eventi, persino in qualche svolta narrativa. Il che chiarisce quanto Audiard sia arrivato all’ultimo col film montato (se non ricordo male, lo consegno solo 24 ore prima al Festival). Viene quasi da chiedersi se il film rimontato, così profondamente diverso, possa fregiarsi del premio vinto dalla versione appena sbozzata. In gara poi quell’anno c’erano un paio di mezzi capolavori già cult a pochi anni di distanza, come The Assassin, Sicario, il nostro Il racconto dei racconti e soprattutto Il figlio di Saul; dare la Palma a un esordiente richiede però un enorme coraggio. Le ciofeche di certo non mancavano (e che ciofeche, ricordo ancora l’orrore suscitato dalla visione di Marguerite & Julien e Youth), quindi ritengo sia una scelta accettabile.

2014 – l regno d’inverno – Winter Sleep di Nuri Bilge Ceylan
Un ex attore e la giovane moglie vivono con una certa agiatezza in un villaggio della delosata steppa anatolica. Mentre l’inverno avanza, appare dolorosamente evidente come il rapporto tra i due si sia logorato. Attraverso le storie degli affittuari e dei conoscenti del protagonista emerge il dualismo della sua personalità e di quella della moglie, la cui parvenza di rettitudine morale nasconde sentimenti ignavi e meschini.
Winter Sleep è un’epopea infinita dal minutaggio imponente di 3 ore 15 minuti, capace di donare una bellezza inesprimibile a un luogo desolato e umile, raccontando la connessione coi luoghi e con la casa paterna del protagonista. La storia ha quasi un taglio da romanzo russo classico, con il vero volto del protagonista che rivela pian piano tutta la sua ambiguità morale. C’è questo primo piano bellissimo del volto di Haluk Bilginer solo parzialmente rischiarato dal fuoco: mentre la moglie gli parla lui ride e in quella luca non sai se sia il marito premuroso a schernirsi con leggerezza con quella risatina o l’inarrestabile cinico che la donna lo accusa di essere. Certo siamo ben lontani dal giustificare una durata così imponente: è vero che i lunghissimi dialoghi e confronti a due tra l’ex attore, la moglie infelice e la sorella divorziata richiedevano un certo minutaggio, ma qui ci si prende il tempo di fare piano piano cose che si potevano raccontare e mostare con un poco d’ingegno in molto, molto meno tempo.

Meritava la Palma? Si era già capito ai tempi del concorso che era una lotta tra i pachidermici minutaggi e PESI esistenziali di Winter Sleep e Leviathan, per una Palma alla tristezza imperitura e al cinema autoriale all’ennesima potenza. A distanza di qualche anno i titoli poi diventati cult sono altri. Dolan con Mommy, Assayas che forse è arrivato sin troppo in anticipo con Sils Maria; ai tempi lasciò perplessa Cannes e oggi è considerato quasi un titolo di culto. Io invece ho il culto personale di Foxcatcher e non sono la sola a sostenere che Bennett Miller sia tra i cineasti più erroneamente negletti del nostro tempo. Ai tempi pensai che, sfangata l’ipotesi Ken Loach impalmato per Jimmy’s Hall, il peggio fosse alle spalle #einvece era solo questione di tempo.

2013 – La Vita di Adele di Abdellatif Kechiche
Una liceale francese di famiglia proletaria di nome Adele s’innamora perdutamente di Emma, un’artista dai capelli blu che si distingue per impegno politico e frequentazioni culturali. La loro travolgente attrazione amorosa s’infrange contro le barriere di classe, le aspirazioni fraintese e le insicurezze reciproche che condiscono un amore destinato a cambiare la vita di entrambe. 
Un film epocale, sottovalutato da chi lo salutò semplicisticamente come una vittoria politica dei diritti LGBTQ. Compresi i protagonisti e il regista, così travolti dalla portata del successo della pellicola da finire invischiati in un codazzo infinito di ripicche, rivelazioni e polemiche a suon di comunicati stampa incrociati. A 5 anni da quella storica vittoria rimane una pellicola cardine per raccontare il cinema (europeo e autoriale) del decennio e del nuovo secolo. Sono pronta a mettere la mano sul fuoco che sarà parte di quel 1% capace di sopravvivere alla cancellazione sistematica dalla memoria collettiva operata dal tempo. [RECE]

Meritava di vincere? Spiace molto per Paolo Sorrentino, che si presentava con il suo film con più chance di vittoria della Palma di sempre (non il migliore, quello più adatto) nell’anno in cui c’era un avversario imbattibile e poca altra concorrenza che potesse impensierirlo. Poco male, dato che i francesi si sono mangiati un’Oscar che avevano già in tasca con una serie di mosse suicide che vi ho raccontato nel dettaglio e con una certa goduria. Nella teca dei premi di Paolo* forse la Palma non arriverà mai, ma a consolarlo c’è una statuetta dell’Academy. Kechiche invece quella Palma l’ha dovuta rivendere per pagarsi Mektoub. Quella a La Vita di Adele rimane forse la Palma più iconica del decennio, una delle primissime che torna alla mente quanto ci si appresta ad affrontare il compito soprendentemente arduo di elencare i vincitori.

2012 – Amour di Michael Haneke
Georges e Anne sono due tranquilli insegnanti di musica in pensione la cui vita viene sconvolta dall’improvvisa e irreversibile malattia di lei. Distrutto dal decadimento fisico e psicologico dell’amatissima moglie, Georges la seguirà senza reticenze nel percorso tortuoso, disperante e disumanizzante verso la morte, da cui nemmeno lui saprà fare ritorno. 
Se Kechiche & co. non avessero fatto follie, probabilmente avrebbero sbancato agli Oscar come poi fece Haneke, che non questo film vinse davvero tutto, tutto, persino la statuetta di miglior regia e miglior film. Avevano dalla loro parte l’irresistibile charme che le storie riguardanti gli anziani esercitano sull’Academy, va detto. Vero è che Amour culminava un decennio di assoluto stato di grazia registico, ma stiamo parlando pur sempre di un titano come Haneke, forse nel suo film più struggente di sempre. Uno anaffettivo come lui che si lancia in un film che è un manifesto sull’amore paradigmatico e più assoluto sin dal titolo non può che fare effetto, tanto da centrare una seconda, meritatissima Palma in meno di 5 anni. Stiamo pur sempre parlando di un film con degli attori così giganteschi che Isabelle Huppert passa quasi in secondo piano. Amour è già storia, ma non nel cinema contemporaneo: è qualcosa di assoluto e senza tempo, come la tematica che affronta. [RECE]

Meritava di vincere? C’erano dei film pazzeschi in quell’annata da incorniciare, divenuti poi degli autentici cult (Holy Motors, Oltre le Colline e Il sospetto su tutti) ma non ci fu giustamente gara. Personalmente preferisco la Palma hanekiana di cui parleremo tra poco, ma è uno scontro tra film pazzeschi in cui davvero vincono tutti.

[nasce gerundiopresente]

2011 – The Tree of Life di Terrence Malick
Jack O’Brien è uno dei tre figli di una famiglia che vive nel Texas rurale degli anni ’50. La tragica morte del fratello diciannovenne distrugge la fragile armonia che regna nella famiglia religiosissima: i contrasti tra un padre dominatore e severo e la madre sensibile e dolce ricadono sui figli. Jack perde il suo rapporto con Dio e arriva a desiderare la morte del padre. La storia della sua giovinezza e del rimpianto con cui vi ripensa nell’epoca adulta è intrecciata alla nascita stessa del cosmo e della vita sulla Terra.
Divisivo è dir poco: ricordo distintamente che creò una spaccatura nettissima nella critica. Anche i detrattori più feroci non gli possono negare di essere stato nel momento epocale, soprattutto come primo film che ha introdotto con autorevolezza la computer grafica nel cinema autoriale. Dopo un lungo iato che somigliava una reclusione volontaria, The Tree of Life è stato anche l’inizio del famigerato nuovo corso stilistico nella carriera di Malick.
Il tempo però ha dato ragione anche a chi evidenziava i limiti di questo vagare con camminate artificiose per case lussuose citando l’antico testamento e fissando con camera a spalla traballante il volto di attori impegnati a fare Arte. The Tree of Life rimane comunque il più convincente tra i film nebuloreligiosi-esistenzialisti del tardo Malick, quello che persino si azzarda ad avere una storia di senso compiuto e con qualcosa da dire tra un molesto voice over e l’altro.

Meritava di vincere? Non amo questo film e detesto cordialmente gli ultimi lavori di Terrence Malick, ma è la classica Palma che consacra un momento cinematografico importante. Non è detto che continui ad esserlo nel tempo, ma i premi hanno talvolta anche la capacità di fissare un attimo importante nel presente e consegnarlo alla storia futura. Insieme a Drive e C’era una volta in Anatolia è rimasto comunque il film iconico dell’annata (forse più del concorrente The Artist che poi vinse una masnada di Oscar). Ero curiosa di rividerlo (o forse di farmi del male) e confermo che la forza creativa dirompente che aveva nel 2011 sette anni più tardi è molto ridimensionata, così come le allora stupefacenti seguenze in CGI, che oggi sembrano uno spezzone alla buona di Cosmos.

2010 – Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti di Apichatpong Weerasethakul
Un piccolo possidiente terriero thailandese di nome Boonmee è malato ai reni: una sera riceve la visita di due spiriti misteriosi che fanno parte del suo parentado ormai deceduto. È segno che anche lui presto dovrà lasciare il mondo dei vivi.
Tutti gli alfieri dell’assunto che il cinema più capirlo bisogna viverlo troveranno in questa Palma il loro campione. Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti è infatti un film esperienziale e onirico, che scivola tra realismo magico e concretezza quotidiana, senza soluzione di continuità e talvolta senza senso apparente. Di certo è suggestivo assistere alla resa stilistica degli spiriti e all’assoluta naturalezza con cui sono accolti dai vivi, nonostante alcuni di loro abbiano una parvenza mostruosa e animalesca.
Tendenzialmente Boonmee è territorio appannaggio dei cinefili hardcore, che spesso lo hanno visto e lo citano per sottolineare la loro ricercatezza di gusto.

Meritava di vincere? Di certo è un film di grande carattere che per molti è stato il primo impatto con lo stile di narrazione per immagini e accostamenti tipico delle culture del sud est asiatico, che per lo sguardo occidentale può risultare parecchio straniante. Complice un’annata senza faville, Apichatpong Weerasethakul è riuscito a portarsi a casa una delle Palme meno note e da me meno amate del decennio. Il film lo trovo sì suggestivo, ma ho visto fare cose simili al cinema e in letteratura da altri in maniera più centrata e potente. Insomma, la parte fuffa del se capisce e non se capisce non è assolutamente un passaggio obbligato. L’aspetto che più mi irrita di questa Palma è come se na parli raramente per il suo contenuto in sé e se ne faccia piuttosto sfoggio, con l’implicito non detto che se non ti piace, non sei abbastanza intelligente e/o matura per capirlo.

2009 – Il nastro bianco di Michael Haneke
In un villaggio rurale della Germania protestante d’inizio Novecento, una serie di violenze inspiegabili colpiscono alcuni abitanti. Mentre monta la paura, la gente tenta di capire chi sia l’autore delle efferatezze.
Ho una memoria piuttosto nitida delle circostanze in cui vidi questo film, uno dei primi che inseguii specificamente come vincitore di Palma d’Oro. Ai tempi la magnifica ossessione per Cannes e per i festival era appena agli inizi e la mia cinefilia rampante stava attaccando da poco il territorio vergine del cinema autoriale europeo contemporaneo. Ero troppo giovane per ricordare lo scandalo di La Pianista e su Haneke ne sapevo pochissimo. Vi risparmio il peana da vecchio trombone su quanto fu difficile trovare una proiezione dello stesso, che vidi in un tragico cineforum di periferia circa un anno e mezzo dopo l’uscita italiana (un anno e mezzo). Ho quattro ricordi precisi dell’epoca (per me tantissimi): la sala e il posto dov’ero seduta, il mio vicino che russava così forte che nella mia memoria fa ancora parte della colonna sonora, lo sconvolgimento procurato dalla storia e dal fatto che mi piacque moltissimo, pur essendomi appisolata pure io, per circa 10 minuti. Fu il battesimo del sonno in sala, la prima volta di un lunghissima serie di dormitine per stanchezza o per autodifesa, che negli anni e film successivi hanno sempre riguardato le uscite di Haneke, uno dei pochi capaci di narcotizzarti e sconvolgerti nell’arco di una sola pellicola. Ho pensato che a questo punto del post non aveste bisogno dell’ennesima recensione su questo capolavoro e che la storia della giovane Gardy cinefila fosse tutto sommato più incisiva.

Meritava la vittoria? A questo punto non posso affidarmi alla memoria e sospetto che qualche polemica ci sia anche stata, all’epoca. Nel cercare la lista dei film in concorso, sono rimasta abbagliata da quest’annata benedetta dal Dio del Cinema. Ci sono pochissimi film che potrebbero mettere in forse Il nastro bianco e ne vedo almeno un paio: il bellissimo Bright Star di Jane Champion, Bastardi senza Gloria di Tarantino (forse l’ultimo Tarantino senza se o ma attaccati), il cultone art house Enter the Void, l’esordio incredibile Fish Tank ma soprattutto un film che abbiamo già citato, l’enorme, gigantesco, perfetto Il profeta di Jacques Audiard. Povera la giuria – presieduta da Isabelle Huppert – che ha dovuto scegliere tra questi due titoli giganteschi. Avrei scelto Il Profeta, ma solo sotto diretta minaccia alla mia incolumità e forse solo per l’assembramento più iconico di fottuti cervi metaforici della storia del cinema. Rimane comunque un’annata impressionante, tanto che a dieci anni di distanza sono almeno cinque o sei i film in concorso che ricorrono spesso nei discorsi cinefili della critica.

2008 – La classe di Laurent Cantet
Un professore di lettere e una terza media di un liceo dei quartieri meno abbienti di Parigi trascorrono un anno scolastico tra le mura della loro aula, confrontandosi quotidianamente su piccole e grandi questioni scolastiche e umane.
Questo film è bellissimo, lo dovete sapere. Se la trama vi risulta familiare è perché ha avuto un’impatto così profondo sulla cinematografia francese che negli ultimi 10 anni sono uscite decine (decine!) di film che partendo dagli stessi presupposti narrativi sono riusciti a fare più o meno bene, ma mai ad avvicinarsi a questa pellicola fatta di un nonnulla produttivo in cui c’è dentro davvero di tutto e alla massima potenza. È uno dei film sull’insegnamento più belli di sempre, oltre che ad essere un grande esempio di “naturalismo”, dato che Laurent Cantet si limita a mostrarci ciò che accade nella classe, tra i compagni e con il professore, senza giudicare o suggerire al pubblico una possibile interpretazione, senza assolvere o condannare un gruppo di personaggi ricco di complessità. A dieci anni di distanza dall’uscita, la storia umana del professore e della sua classe non è invecchiata di un giorno e anzi, dimostra di aver subodorato già allora come sarebbe stata la Francia un decennio più tardi.

Meritava di vincere? Sì e anzi, è una delle Palme che a distanza di tempo ha assunto lo status di classico pur rimanendo perfettamente comprensibile anche nel 2018. L’unico rammarico è la tempistica: peccato davvero che Laurent Cantet abbia tirato fuori il film che infili una volta della vita – una pellicola piccola ma sostanzialmente perfetta – proprio nell’anno un cui in Croisette Sorrentino e Garrone presentavano quelli che ancor oggi sono i loro titoli più forti.

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*Non vorrei essermelo sognato io una notte d’inverno, ma mi pare di ricordare che esista una foto di Sorrentino adagiato sul divano di casa sua con sullo sfondo questa mensola con i suoi premi, tra cui l’Oscar. Qualcuno mi può aiutare?

 

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