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Meno male che ogni tanto si arriva in ritardo, perché essere costantemente in presa diretta spesso oscura confronti e prospettive interessanti. Se avessi recensito separatamente i due film italiani che hanno tenuto alto l’orgoglio cinematografico italiano nella corsa alla Palma d’Oro di quest’anno, probabilmente non avrei colto quanto – pur con registri stilistici diametralmente opposti – questi film finiscano per parlarsi tra di loro, vibrare insieme in maniera armonica.
Da una parte Dogman di Matteo Garrone, dall’altra Lazzaro Felice di Alice Rohrwacher: cosa ci raccontano del cinema italiano oggi e della nostra realtà fuori dal grande schermo? Curiosamente (o forse neanche troppo) si guarda molto al passato, raccontato attraverso i suoi martiri, quelli sì italianissimi.

Pietro De Negri, mite tolettatore di cani di Via della Magliana e Lazzaro, pacifico bracciante dell’Inviolata, hanno lo stesso sguardo su un’Italia, cattiva, del tardo Novecento. Colpisce nelle ottime interpretazioni di Marcello Fonte (da grande attore quale lo abbiamo scoperto) e di Adriano Tardiolo (classico caso di volto perfetto che val più di mille parole) la qualità tersa e luminosa del loro sguardo verso il cielo delle loro realtà. Quello che Garrone e Rohrwacher sono sempre attentissimi a catturare è quel primissimo piano tutto occhioni limpidi, che certifica un grado non comune di purezza e bontà del protagonista. Bontà che è un attributo tragico, che genera in Lazzaro e Pietro innanzitutto incapacità di comprendere appieno il mondo in cui sono calati e le sue logiche corrotte e apertamente malvagie.

In quello sguardo e nella sua valenza sta un po’ tutto il discorso – piuttosto duro e disincantato – che i due registi italiani fanno: la bontà non può sopravvivere alla violenza del mondo, lo sguardo dell’uomo buono è destinato presto o tardi a diventare quello del martire.

Questo discorso diventa particolarmente interessante nel caso del delitto del Canaro, dato che Pietro De Negri è teoricamente il carnefice. Lasciando per un momento da parte la verità storica di un delitto consumatosi nella periferia degradata di Roma sul finire degli anni ’80, colpisce come Garrone di fatto trasformi Caino in Abele, costruendo un ritratto umano che è innanzitutto quello di una lenta, inevitabile corruzione. Il Canaro ci viene presentato come un uomo gentile con le bestie e le persone, ben inserito socialmente, certo dedito in una certa misura al malaffare, che però è talmente connaturato al tessuto del quartiere da aver perso quella qualità corruttiva che dovrebbe avere.
A decretare il frantumarsi di questo piccolo equilibrio quotidiano non è tanto la violenza (che arriva solo alla fine e che chiaramente per Garrone non è l’obiettivo vouyeristico primario) del contesto in cui vive il protagonista, bensì la sua incapacità di incattivirsi nei confronti di Simoncino, la futura vittima. Con un soprannome d’ironia tipicamente romana, Simoncino è un’energumeno e un morto che cammina: troppa violenza ha seminato nel borgo, troppa droga ha consumato non pagata, troppi colpi di testa ha compiuto per scamparla.
Disgraziatamente è proprio su Pietro che eserciterà questo potere schiacciante, in un rapporto vischioso che sotto una fragile parvenza amicale ha tutti i tratti dell’abuso e del sopruso. L’unico modo – a tratti involontario e raffanzonato, quasi fosse contro la sua natura – è appunto quello di esercitare il male, liberarsi di una bontà che diventa schiacciante debolezza.

Sulla stessa disparità di potere e comprensione del mondo si basa l’ambiguo* rapporto tra il mezzadro Lazzaro e il padroncino Tancredi. Per lo scemo del villaggio il discorso della purezza di sguardo e d’intento vale all’ennesima potenza, così come il suo martirio. Ingannato e sfruttato da un manipolo di contadini a loro volta ingannati e sfruttati in una bolla lontana dal tempo e dalla città, Lazzaro scorge in Tancredi un rapporto affettivo ed esclusivo di un candore commovente, per lui che pur vivendo in una comune di mezzadri tutti parenti e tutti vicini, sembra incapace di ricevere affetto.
Anche quando un po’ d’amore arriva, Lazzaro se lo trova mescolato all’interesse, al calcolo, che lui comunque non riesce a capire, che tuttalpiù lo confonde. Girato in pellicola super 16mm, con un look incorniciato dal colori caldi e dalla tessitura sgranata, Lazzaro Felice è avvolto in un’atmosfera senza tempo che qua e là stride meravigliosamente, perché alcuni elementi dissonanti (il telefono cellulare, l’elicottero, l’asta dei braccianti) indicano chiaramente come sia un fermare il tempo fasullo e ingannatore, vicinissimo al collasso definitivo.
Nomen omen, anche Lazzaro ha la possibilità di fermare il tempo, tornare una seconda volta, in una seconda parte che si fa via via più chiaramente vicina a una sorta di realismo magico urbano. La morale della favola agreste e urbana di Rohrwacher è però ribadita: né in campagna né in città, in Italia o forse proprio nel mondo un uomo buono non può sopravvivere.

Guidato da due martiri del passato, il cinema italiano ha fatto un’ottima figura sulla Croisette. Le sue scelte narrative e stilistiche però raccontano tutta la difficoltà che vivono i nostri cineasti nel raccontare le loro storie muovendosi agevolmente.
In tutto questo guardare al passato si possono scorgere anche segnali un po’ preoccupanti. Garrone non è certo il tipo timido rispetto al raccontare la cronaca italiana presente: l’impressione è che con Dogman debba un po’ espiare il fiasco di Il racconto dei racconti, il che è un vero peccato, perché significa in qualche modo “costringerlo” a quel filone gomorriano che invece ha dimostrato ampiamente di poter, se non superare, quantomeno ampliare e variare.

Per la Rohrwacher invece il discorso sembra diametralmente opposto: Lazzaro felice è un film autoriale in misura radicale, così apertamente lontano dalle esigenze della sala e del pubblico che di fatto sembra un progetto a sua volta accuratamente inserito in una dimensione senza tempo, lontano dal presente (e immagino non proprio performante al botteghino). Anche qui però l’incanto sembra scricchiolare: per quanto così ottimamente realizzato da poter essere accostato ai maestri del cinema italiano che hanno raccontato nel Novecento la vita agra dei contadini, Lazzaro Felice sembra quasi coevo a quel cinema. Che è un complimento che nasconde anche una mancanza innovazione, una completa sconnessione dalla realtà (cinematografica e non) presente.

*sì, nel senso che se vogliamo ci shippiamo qualcuno, finalmente. 

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