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embassytownxocweIl ritorno inaspettato di China Miéville in traduzione italiana durante la primavera è stato uno degli eventi più importanti dell’anno corrente per gli amanti della letteratura fantascientifica. Finalmente anche i lettori italiani hanno modo di leggere uno dei suoi romanzi più noti, Embassytown, che costituisce la sua prima convinta incursione nel genere fantascientifico a tutto tondo. Con che traduzione e che risultato finale sarà oggetto di considerazione finale nel post.
A conti fatti Embassytown vive più dell’audace inventiva del suo autore che della compiutezza narrativa e stilistica di opere come La Città e la città. Il respiro è ampio, le considerazioni linguistiche tanto care all’autore decisamente non banali e l’ambizione si sente, eccome. Anzi, forse è quello il problema principale di un romanzo che pecca eccessivamente di egotismo, trascurando il proprio lettore in favore di un’esibizione comunque riuscita di bravura stilistica.

Stavolta quindi partiamo dai difetti, che curiosamente per Embassytown si concentrano nelle prime, interminabili 100 pagine. Superato lo scoglio della difficoltosa introduzione del lettore in questo universo in cui l’homo diaspora dalla Terra si è espanso via via nelle varie galassie, coabitando pacificamente con razze compiutamente aliene, è tutta discesa in un crescendo narrativo tanto tragico quanto impressionante, con persino una punta di ottimismo di fronte a una tragedia tanto umana quanto aliena.
Il problema è che per familiarizzare con la struttura complessa a sottile del pianeta alieno Arieka dove sorge Embassytown – città ambasciata degli umani nel territorio completamente alieno abitato dagli Ariekei – il lettore è sostanzialmente solo e spesso disorientato da un China Miéville che sembra volutamente volerlo confondere. Insomma, la situazione di questo avamposto umano e della difficile comunicazione con i suoi abitanti deve essere assimilata pagina dopo pagina, per giustapposizione di termini oscuri e alieni che si comprenderanno appieno solo parecchi capitoli più tardi. Una scelta stilistica che rende la scrittura già ricca e complessa dell’autore inglese un’impresa davvero ostica e che irrita non poco il lettore, messo in difficoltà da questa ruota del pavone mievilliana.

Sostanzialmente quanto c’è da sapere per non trovarsi irritati e sperduti è più o meno questo (leggete il paragrafo a seguire solo se non temete qualche mild spoiler o volete una mano a capirci qualcosa): l’umanità si è sparsa per la galassia utilizzando una tecnica di viaggio chiamata Immer, che permette di viaggiare a grande velocità per quello che pare un modello di Universo Oscillante di Fridman. Il mondo di Arieka è proprio sull’orlo della porzione di spazio conosciuta e controllata più o meno direttamente dalla città stato di Bremen, che ha fondato Embassytown ma che vi esercita un’influenza relativa dato la grande distanza da questo pianeta alieno. Decenni prima della nascita della protagonista venne scoperta la razza aliena che lo abita, gli Ariekei, e si tenta di decodificarne il linguaggio, parlato con una sorta di sincronia perfetta di due voci che emette ogni abitante. Se capirne il senso è abbastanza semplice, comunicare di rimando non lo è perché bisogna appunto emettere due voci con una comunanza di pensiero quasi impossibile per gli umani, che sfortunatamente hanno una sola mente per una sola voce.
Per questo motivo vengono sviluppate le figure degli ambasciatori: coppie di gemelli o cloni, allevate con il solo scopo di raggiungere una sincronia di pensiero e parola tale da poter comunicare con i nativi e permettere un rapporto diplomatico e commerciale con gli stessi.
Avice è nata in questa realtà unica e prova un profondo senso di rispetto per i nativi e per ogni Ambasciatore. Dopo anni di vagabondaggio come Immerser (tecnico di suddetto sistema di trasporto), per amore Avice tornerà su Arieka, portando con sé il fidanzato linguista. Il libro costituisce un fluire libero delle sue memorie, dalla giovinezza con i primi incontri ambigui con gli Ariekei alla disfatta seguita da una mossa diplomatica disastrosa di Bremen, decisa a riprendere un controllo politico più saldo su Embassytown con un Ambasciatore totalmente diverso da quelli tradizionali.
[ultimo appunto: occhio a riassunti e recensioni in giro per Internet che anticipano punti chiavi della seconda parte del romanzo, quelli davvero spoiler]

embassytowncoverIl romanzo ruota tutto intorno a un evento chiave, che ne cambia profondamente la natura a circa metà del libro. Nella prima parte si alternano i ricordi d’infanzia di Avice con i primi contatti al ritorno sul pianeta nativo, dopo anni di vagabondaggi, nella seconda invece si segue da vicino l’evoluzione radicale che porterà Arieka a diventare qualcosa di completamente diverso da quanto visto fino a quel punto.
Data la difficoltà di commentare a fondo il libro così complesso e stratificato senza togliere il gusto dell’angosciante scoperta della seconda parte di Embassytown, mi limiterò a delle considerazioni generali.
Innanzitutto China Miéville torna su un tema carissimo sia a lui sia al genere fantascientifico tutto: la forza del linguaggio, la sua capacità di plasmare la realtà nel descriverla. La lingua degli Ariekei è molto più di un artificio narrativo, è un’idea davvero potente per le sue implicazioni. Per esempio una delle difficoltà che ostacolano il dialogo umani-alieni è il fatto che gli Ariekei non riescono a concepire la menzogna, perché il loro linguaggio contiene solo termini e costrutti atti a descrivere il reale: le falsità, le figure poetiche, il pensiero astratto è impossibile, almeno fino a quando arrivano gli umani. La stessa Avice infatti è stata invitata dagli alieni a compiere alcune azioni affinché diventi una similitudine che ampli via via le possibilità linguistiche degli alieni.

Speculare alle tragiche limitazioni degli Ariekei ci sono i sacrifici compiuti dagli Ambasciatori, che condividono tutto, anche il nome (le coppie come EzRa, CalVin e gli altri non sono formate da persone vere e proprie, perché solo insieme sono considerati una persona) e un’individualità univoca ottenuta a prezzo di manipolazioni e grandi tragedie personali, che porteranno a epiloghi davvero drammatici per molti di loro. Avice, amica e compagna di molti di loro, diventerà via via il punto di osservazione privilegiato sull’odiosa natura della vita dei cittadini più eminenti di Embassytown.

Data l’impossibilità di dirvi altro senza rovinarvi eccessivamente l’esperienza, mi limito a controbattere ad alcune critiche che ho avuto modo di leggere qua e là al romanzo. La prima deriva dall’ossessione contemporanea per il show don’t tell, che personalmente non ho mai compreso. In questo caso poi mi sembra pretestuosa: il racconto fluisce più o meno come se steste ascoltando la protagonista un po’ alticcia che rievoca episodi del passato, saltando continuamente avanti e indietro nel tempo per fornire dettagli utili o rievocativi. Se sto raccontando un episodio è ovvio che dirò “mi sentivo triste” piuttosto che lambiccarmi in azioni cavillose per far capire quale sentimento provavo in quel momento.

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La seconda critica più comune al romanzo è che sia fumoso. Critica che condivido per quanto riguarda il primo centinaio di pagine, dove la cortina di fronte al lettore è data dalla volontà di Miéville di non guidare il lettore alla scoperta del suo complesso mondo che però lui conosce a menadito, o almeno questa è stata la mia impressione. Non condivido invece quanti muovono critiche alla descrizione sommaria e derivativa dell’Immer e degli alieni. Nel primo caso mi pare diretta conseguenza del fatto che Avice ci lavora ma ci capisca ben poco a livello teorico, come la stragrande maggioranza della popolazione. Nel secondo, credo sia una scelta precisa e che io approvo, perché permette al lettore di caratterizzare una razza aliena che, come poche altre in questi anni, è qualcosa di davvero diverso e distaccato dagli esseri umani, a livello fisico, mentale, linguistico e sociale, tanto che il romanzo è quasi un tentativo di capire qualcosa in più di questi Ariekei, muovendosi nelle inadeguate e limitate categorie umane. Se poi esistono così tante fanart degli Ariekei, diverse ma con costanti punti in comune, non è che la descrizione può essere così campata per aria.

Lo leggo? Embassytown non è probabilmente il miglior romanzo di Miéville né sicuramente il migliore da cui cominciare (un ottimo compromesso tra potenziale e livello di sfida rimane La città e la città), però testimonia ancora una volta come la ricchezza espressiva e immaginativa di questo autore valgano sempre la fatica richiesta per addentrarsi in un suo romanzo. Questo più di altri lascia dietro di sé parecchi interrogativi e almeno un paio di riflessioni, rimanendo peraltro su un livello stilistico che davvero non ha nulla da invidiare alla literary fiction. Insomma, il solito paradosso di noi appassionati compatiti come lettori di pulp che invece ci troviamo alle prese con una sfida di grande livello ed enorme respiro.
Ci shippo qualcuno? Non propriamente, però in un’ipotetica trasposizione cinematografica o televisiva, credo che sarei tutta un sospirone nelle parti dedicate a CalVin e ad Ezra. Awww.

China Miéville

China Meiville

La traduzione italiana è il motivo per cui questo post ha richiesto tanti mesi di riflessione ed è a cura di F. Gentile. Il punto è, senza tanti giri di parole, che non è una buona traduzione, ecco. Non siamo di fronte a scempi del passato (i livelli di incomprensibilità di I Fiumi di Londra sono ben lontani) e se viene letto in lingua italiana è del tutto comprensibile, ma il problema è che non state leggendo il libro che ha scritto Miéville, non per davvero.
Nella recensione pubblicata su Players ho riportato alcuni passaggi a confronto e qui ne metto un altro paio ad esempio, giusto per darvi l’idea di come sia un problema strutturale e non qualche typo o passaggio critico sporadico:

pagina 146
A citizen who didn’t spend much time at the Embassy might not have seen that  anything was wrong.
Chiunque non frequentasse in modo assiduo l’Ambasciata non avrebbe notato che c’era qualcosa di strano.

[Un cittadino che non avesse trascorso molto tempo all’Ambasciata non avrebbe potuto  notare che tutto stava andando a rotoli. – Un cittadino nel caso di Embassytown non è “chiunque”, è uno che vive lì da anni e ne conosce le logiche (eppure non ne coglie il cambiamento, il sottinteso completamente perso nell’edizione italiana è: solo i funzionari capivano la situazione). Non è “qualcosa di strano”, è qualcosa di sbagliato, che va male. Non è something, è anything in una frase negativa, perciò si può rendere facilmente con ogni cosa, tutto.]

pagina 75

I wasn’t sure how Embassytown would be for Scile.
Non sapevo se Scile si sarebbe trovato bene.

[Non ero sicura di che effetto avrebbe fatto Embassytown a Scile. Notate la completa omissione di Embassytown, focus centrale nella frase originale, nella traduzione italiana, che ribalta il costrutto e parla di “bene”, mentre invece la frase inglese è neutra, chiedendosi semplicemente come si trovi, non se bene o male.]

pagina xx – il primo che mi dà un numero nei commenti compreso tra 7 e 439, io apro l’edizione italiana e faccio lo stesso, a riprova della mia assoluta buonafede.

Schermata 2016-03-25 alle 15.34.11Purtroppo è abbastanza chiaro come il libro non sia tradotto puntualmente, quanto piuttosto sommariamente tradotto a senso, quasi come se si fossero letti una manciata di periodi e poi, di getto, scritta una traduzione accorpando o modificando le frasi, lasciandosi dietro parti del discorso, cambiando il senso quanto c’è scritto (e qualche errore di comprensione grave c’è).
Altra prova di assoluta pigrizia, almeno dal mio punto di vista: perché in italiano i nomi degli ambasciatori e le frasi in Ariekei non sono espresse come frazioni, come in originale? Non è un vezzo stilistico (e anche se fosse, l’edizione italiana dovrebbe rispettarlo!) è una forma grafica che esprime molto bene il suono finale della lingua, risultato di una divisione tra la prima e la seconda voce. Senso che quel trattino usato tra le due voci in italiano, riportate su un’unica riga, non può certo esprimere.
La mia più viva speranza è che prima o poi il traduttore capiti qui (magari ogni tanto si googla, chissà!) e ci sveli questo mistero. Ormai non voglio più criticare, voglio proprio capire. La mia impressione stavolta è che non sia un problema di comprensione, quanto piuttosto…non saprei nemmeno, non credo ci sia nemmeno l’interesse a intervenire così massicciamente su un testo (e non voglio proprio credere che un traduttore esperto ritenga che si intervenga così per fare giustizia a un romanzo). Forse tempi davvero strettissimi per consegnare la traduzione? Forse l’infausto e intramontabile bisogno di asciugare il testo? Ai posteri l’ardua sentenza.

Ringrazio Fanucci che mi ha fornito una copia dell’edizione italiana in cambio di una mia onesta recensione, cioè quella che avete appena letto. Per completezza, spefico di aver letto il libro in lingua originale e poi ho usato l’edizione italiana per fare ampi raffronti tra le due.

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