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Paolo Cognetti ha vinto, anzi, ha stravinto il Premio Strega 2017. Una vittoria così preannunciata, così pronosticata da tempo immemore che la qui presente – non esattamente la lettrice più puntuale di narrativa contemporanea italiana – l’ha spostato nella pigna dei tomi già letti a marzo.
Il problema delle polemiche puntuali come la morte, le tasse e gli strali delle piccole case editrici nei confronti dei colossi editoriali che si spartiscono uno dei più importanti premi letterari italiani è che non permettono distinguo di sorta. Anche quando vincitore reale e morale coincidono nella consacrazione di Paolo Cognetti, una delle penne “giovani” più amate dall’editoria e dal pubblico italiano, forte di uno dei romanzi che ben sintentizzano l’annata letteraria italiana.
Questo non significa che non ci sia del vero e dello scandaloso negli intrallazzi con cui gli Amici Della Domenica hanno dimostrato negli ultimi anni di saper orientare con precisione la direzione che prenderà la celebre bottiglia di liquore Strega. Non è questo però l’anno in cui vedremo se l’ampliamento del parterre di votanti – che ora includono 200 intellettuali italiani e stranieri, 40 lettori forti e un manipolo di scuole e università – a la Academy farà arrivare il tanto agognato Strega indipendente e indie. Anzi, la vittoria con amplissimo margine di voti dimostra ancora di più quanto il romanzo della maturità di Cognetti abbia saputo parlare a tutti: critica alta e fascia blogger/Youtube, letterati e intellettuali, lettori comuni che si dividono tra Amazon, Anobii e un salto in libreria.

Rimane da affrontare la spinosa questione della parabola qualitativa del promettente giovane autore italiano. Cognetti è un sorvegliato speciale allo Strega già da qualche romanzo a questa parte ma non a caso la vittoria arriva nel momento in cui passa a Einaudi, confermando il ruolo d’incubatore di Minimum Fax e gli amichevoli rapporti d’interscambio florovivaistico tra le due case editrici.
Certo una vittoria di Cognetti sotto l’egida Minimum Fax avrebbe salvato capra, cavoli e montagne e avrebbe dato quel segnale di discontinuità a lungo atteso. Invece quando ti ritrovi per le mani il romanzo giusto, quello nato da un racconto buttato giù in 15 giorni e poi rifinito e limato per sottrazione per oltre un anno e mezzo, allora vai a bussare alla porta di un grande editore.

Certo Einaudi ha avuto un ruolo non da poco nel lancio di Le Otto Montagne, confermandosi tra le grandi quella più attenta anche al versante promozionale, alla sfera social, all’anche l’occhio vuole la sua parte (con quell’illustrazione di copertina difficile dimenticarselo il libro) e al far arrivare il romanzo giusto agli influencer giusti, alti e bassi, con una notevole dose di pragmatismo democratico. Il passaparola funziona da secoli, ma bisogna anche capire che la parola da qualche parte bisogna farla partire. Non è una questione di destino non si può sperare sempre nell’acume del recensore di turno e lasciare che lo Strega si vinca da solo.

Einaudi poi è tra le poche case che possono garantire a Cognetti anche il dopo Strega, calando come una furia sul Salone di Francoforte e assicurandogli una trentina di traduzioni a livello internazionale (in un periodo di Ferrante Fever in cui gli editori sono interessati a trovare una nuova voce italiana contemporanea). Diciamo che possiamo aprire le scommesse su chi dirigerà quale tipo di adattamento tra un paio di primavere: io punterei su film semiautoriale su nome anch’esso da consacrare, da piazzare bene in qualche Festival ma anche presso il pubblico in sala, con protagonista il Santamaria di turno.

Forse è vero, come sosteneva mia madre, che ognuno di noi ha una quota prediletta in montagna, un paesaggio che gli somiglia e dove si sente bene.

Spese tutte le dietrologie del caso, arriviamo al romanzo e qui c’è poco da dire: è una lettura intensa e ricca, che azzecca in pieno l’emozione del vissuto personale sostenuta da una pianificazione letteraria pregevole. Cognetti ha poi la fortuna d’inserirsi in un revival montanaro della letteratura italiana, alle prese con una riscoperta della montagna come dimensione dura e pura dell’esistenza umana (vs il grande topos della malvagia Milano metropoli e covo di ogni Male). Questo senza poter essere tacciato di cavalcare un’onda che probabilmente ha contribuito lui stesso a formare, tanto che il suo premio lo dedica alla montagna vinta e umiliata dalla città. Montagna a cui ha consacrato la sua vita e la sua opera, che gli ha permesso di fare il salto professionistico, di essere scrittore e basta, ancor prima di raggiungere il successo e lo Strega.

Sarà che gravitando a Milano sono particolarmente malvagia anche io, ma Le Otto Montagne mi è piaciuto senza entusiasmarmi. È comunque di per sé un traguardo già notevole, se considerate quanto mi hanno irritato in passato testi quali La Terra del Sacerdote. Le Otto Montagne per fortuna non indulge in quel guardare il degrado in faccia che ha fatto la fortuna di certa letteratura statunitense tra i lettori supposti high brow italiani e di conseguenza tra quanti di loro prendono in mano la penna (o il Mac) e si lanciano nella stessa diesamina sprezzante, sostituendo il Midwest col Molise, perché ognuno ha le terre maledette che si merita.

Mi dissi che forse quest’altro padre l’avevo avuto sempre lì e non me n’ero mai accorto, per quanto era ingombrante il primo.

No, pur rientrando nel concetto di molto italiano di Boris, Le Otto Montagne non usa la montagna spopolata e tradita come scenario da sfruttare mercenariamente, ha chiaramente un rapporto spirituale con la stessa, che interviene direttamente nei difficili equilibri tra i tre protagonisti: un padre, un figlio di sangue e un figliastro di scalate. Father issue grossi così ne abbiamo? Ovviamente sì e sarei pronta anche a condonare tutta quella filosofia delle persone autentiche e vere che vivono la bellezza dura e densa di privazioni della montagna (categoria in cui una superficiale che ama la pianura urbana e coperta dai wi-fi come la sottoscritta non può che guardare come aliena) e a laureare Cognetti mia lettura italiana dell’anno se non fosse che… i personaggi femminili. Che mestizia.

Non due donne, due ancelle della triade maschili i cui problemi esistenziali riempiono i cieli del romanzo. Fateci caso: madre o fidanzata che sia, la loro storia nasce e muore nel momento in cui intervengono a sbloccare le incomprensioni tra un padre incapace di dimostrare affetto al figlio, un figlio incapace di esprimere al padre il suo essere amante delle stesse cose in maniera diversa e la tragica figura di supporto aka giovane nonno di Heidi che permette di ridimensionare la dimensione estrema del protagonista e voce narrante, di farcelo sentire vicino nel suo non appartenere mai davvero alla dimensione montana.


Se la madre sblocca i silenzi di uomini che a parole non riescono ad esprimere i propri sentimenti (sigh), la fidanzata è così pretestuosa che viene letteralmente passata da una storyline all’altra della giovane generazione, con tanto di amara scena finale che ci ricorda che questa montagna partorisce solo figli maschi. C’è una terza figura femminile non rigettata dalla montagna, la madre di Bruno, che cova in un silenzio ostinato e tenace una storia particolarmente interessante di ribellione allo status quo sociale (montanaro e non), a cui purtroppo il romanzo proprio non s’interessa.

È chiaramente un tipo di romanzo per me in salita, che anche nel miglior dei casi (quello in esame) richiede un certo sforzo da parte mia. Tra le tante vittorie di Le Otto Montagne c’è anche quella microscopica di non avermi fatto pentire di avergli dato una chance. Se voi con la letteratura italiana zona minimum fax e con gli uomini così veri da non potersi esprimere a parole avete un buon rapporto, è il premio Strega che vi conviene recuperare: probabilmente lo adorerete.

Extra – l’infografica di Le Otto Montagne

 

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