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monoAvevo inizialmente deciso di non scrivere un post dedicato a uno dei film più famosi e redditizi dell’amatissimo Hayao Miyazaki, un po’ perché è proprio con questo titolo che è nato il culto della sua filmografia in Occidente, un po’ perché stiamo comunque parlando di un film risalente al 1997.
Date l’uscita concomitante alla Festa del Cinema e l’operazione di recupero italiano di quei santi della Lucky Red (che stavolta si sono pure sbattuti con un nuovo adattamento e un nuovo doppiaggio), ci ho ripensato. Anche se per chi fa parte del giro a volte risulta difficile ricordarselo, per la maggior parte delle persone espressioni come “le VHS rosse” e tutto l’immaginario di una manciata di generazioni venute su con un forte punto di riferimento culturale nell’animazione giapponese rimangono del tutto estranee. Persone che si meritano di godere di un classico del cinema d’animazione a livello mondiale.

“Mononokehime” divenne un successo di pubblico tale da avere incassi paragonabili a quelli dei blockbuster americani in patria in una nazione dalla popolazione ben più contenuta. Merito di un film sicuramente riuscito e capace di riassumere le maggiori tematiche attorno a cui ruota l’intera opera di Hayao Miyazaki (per i distratti “La città incantata”, “Ponyo sulla scogliera”, “Totoro”, “Il castello errante di Howl” e tanti altri lungometraggi e serie animate cult) in una cornice squisitamente giapponese.

La principessa Mononoke è forse il film più giapponese di Miyazaki e non solo per il contesto in cui è ambientato, l’epoca Muromachi, una sorta di medioevo giapponese in cui una vaghissima forma di protoindustrializzazione comincia a cambiare il volto della nazione. Ashitaka, un giovane principe dell’antica popolazione emishi, è costretto a uscire dall’isolamento autoimposto dalla propria stirpe a causa di una maledizione contratta durante l’uccisione di un demone che minacciava il suo villaggio. La maledizione è mortale ma forse risalire alle sue cause potrebbe portarlo a salvarsi, così il giovane si mette in cammino verso l’Ovest, dove gli aggregati urbani umani sono in piena espansione nonostante le scorribande dei samurai locali e gli attacchi delle creature dei boschi, adirate per la devastazione che le attività umane infliggono al loro habitat.
Il protagonista maschile è inconsueto per Miyazaki, ma in realtà il film ruota attorno a due polarità femminili opposte: Eboshi, la leader di un villaggio decisa a far trionfare il progresso sulle divinità tradizionali per dare un lavoro alle donne altrimenti costrette al giogo maschile e Mononoke, un’umana cresciuta dai cani selvatici che combatte l’avanzata della sua stessa specie.

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Addentrarsi di più nella trama significherebbe scontrarsi con la costellazione di elementi folcloristici giapponesi che punteggiano il film, in questa pellicola così numerosi da costituire un limite alla fruizione del pubblico internazionale. Sicuramente kodama e affini donano un respiro affascinante e magico a una rappresentazione animista di uno dei numerosi momenti storici in cui il Giappone si è trovato nella difficile situazione di dover decidere tra la preservazione della propria identità/tradizione e l’acquisizione di un certo benessere per la propria popolazione, offrendo in cambio la natura come pegno.
Non sono però tra coloro che considerano Miyazaki un genio infallibile e universale, proprio perché riconosco che la fascinazione della sua opera sia direttamente proporzionale alla predisposizione verso questo genere di racconti. L’obiezione diventa più forte proprio nei riguardi di questa pellicola, che però ha dalla sua un approccio più spigoloso e duro rispetto ai lavori più recenti. Mononoke-hime infatti è un affresco storico a tinte vivide, capace di essere anche violento e crudo, senza però mai diventare oscuro. Questo lato più selvaggio e non mediato è incarnato nella protagonista putativa, Mononoke, talmente iconica nel suo conflitto tra natura umana e repulsione verso la sua stessa specie, talmente selvaggia e temibile da essersi merita titolo, locandina e immagine simbolo del film. Il povero Ashitaka invece è una sorta di punto mediale che propone, inascoltato, un tentativo di collaborazione tra posizioni che rimangono inconciliabili. A capo delle due fazioni Miyazaki pone saggiamente due personaggi affascinanti e controversi, cosicché sia davvero difficile prendere le parti di qualcuno a cuor leggero e risulti ancora più straziante l’impossibilità di raggiungere un equilibrio. Anche perché Eboshi e Mononoke rappresentano a loro volta la posizione più idealitsta e “pura” del proprio schieramento, all’interno del quale non mancano opportunismi e insensate vendette.

A livello tecnico il film è ineccepibile, vantando un’animazione così curata da non dimostrare uno solo degli anni che ha, per non parlare dei bellissimi sfondi, della colonna sonora, dell’impostazione che la regia di Miyazaki rende sempre affascinante, anche nelle scene di collegamento.
Due parole sul nuovo adattamento italiano, con dialoghi rivisti e doppiaggio completamente rifatto. Indubbiamente siamo di fronte a una versione più fedele all’originale, però bisogna tener conto che il linguaggio aulico preservato e la presenza di dialoghi di natura filosofico religiosa rendono il film più difficilmente fruibile al pubblico giovanissimo. Miyakazaki sosteneva andasse bene per chiunque avesse concluso la terza elementare; si riferiva però a un pubblico che già in tenera età ha assimilato quell’immaginario che il film presenta come un dato di fatto, senza la benché minima spiegazione. Per farvi un esempio: in “Rise of the Guardian” (film peraltro decisamente più bambinesco) una minima introduzione alle tradizionali figure legate all’immaginario infantile americano c’era eccome. Il mio sentire mi spinge a credere che qualche annetto in più rispetto a quella terza elementare potrebbe rendere la fruizione più comprensibile e divertente.

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Lo vado a vedere? Non sono un’oltranzista di Miyazaki: è un grande regista e ha realizzato grandissimi film (e, se chiedete a me, non mi riferisco alle ultime pellicole). Sicuramente “La principessa Mononoke” è uno dei suoi film più ispirati e potenti ma non amare le tematiche e lo stile di Miyazaki è assolutamente comprensibile e non esecrabile. Se però sapete che queste atmosfere magico-folcloristiche fanno per voi e amate il cinema d’animazione, è un film che non dovreste lasciarvi sfuggire.
Ci shippo qualcuno? Mhhhh, sono abbastanza certa di aver visto dello yuri in passato riguardante questo film però per un film giapponese il livello è veramente bassissimo.

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