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nessunoscompare_oAntefatto: nel 2014 ho preso la mia brava guida turistica e sono andata in Nuova Zelanda. A differenza della protagonista di Nessuno Scompare Davvero il mio era un viaggio programmato nei dettagli, volto a cercare quello stereotipo di Nuova Zelanda tutto paesaggi e Signore Degli Anelli che porta nel Paese buona parte dei turisti presenti.
Come forse ricorderete, prima di partire mi feci un’autentica full immersion di prodotti culturali locali. Mentre cercavo qualche libro che andasse oltre le onnipresenti Katherine Mansfield e Janet Frame (finendo per approdare al bellissimo Mr. Pip) mi sono imbattuta anche nell’evocativa copertina di Nobody is Ever Missing. Romanzo di viaggio che non è scritto da una neozelandese, bensì da una newyorkese che ha avuto la sua buona razione di avventure e autostop sulle isole dei Kiwi. La copertina era così evocativa che, vista dal vivo in una libreria di Wellington, è stato difficile resistere alla tentazione (grazie, prezzi esorbitanti dei libri neozelandesi).
Quando però SUR ha annunciato la pubblicazione del volume mantenendo la copertina che mai avevo dimenticato, beh, ho capito che era venuto il momento di tornare in Nuova Zelanda.

Perché l’oceano non è altro che questo, un’enorme fossa piena di bestie che si azzannano a vicenda, ed è strano che la gente vada in spiaggia a rilassarsi guardando l’acqua increspata delle onde […] Chissà se in realtà il lato oscuro, carnoso e agonizzante dell’oceano non sia proprio ciò che cercano mentre se ne stanno lì a guardare: il palpito feroce sotto tutta quella quiete.

Ora, a rischio di fare la figura della sempliciotta, no, tendenzialmente quando guardo le onde dell’oceano lo trovo veramente rilassante in quanto spettacolo naturale.
È invece indicativo dello stato emotivo e del carattere di Elyria come anche nelle profondità blu dell’oceano lei colga una violenza inaudita e una lotta, forse simile a quella che dibatte furiosa dentro di sè, tra la parte di lei che cerca e desidera guardare il mare come fanno tutti gli altri e quella ribelle e autodistruttiva che un giorno la porta a lasciare casa, marito e New York senza un messaggio, partendo senza lasciare traccia alla volta della Nuova Zelanda.

Perché una giovane donna statunitense dovrebbe fuggire così? Cosa cerca in Nuova Zelanda? La prima, immediata risposta è la casa di un letterato conosciuto anni prima che aveva accennato distrattamente alla possibilità di ospitarla nel caso fosse passata dalle sue parti.
Arrivare alle motivazioni più forti e profonde richiederà però quasi la totalità del libro, in un crescendo di smarrimento che non fa che aumentare quando Elyria si rende conto che nemmeno la sua partenza improvvisa, nemmeno il suo continuo dileguarsi non appena la situazione in Nuova Zelanda richieda un minimo di interazione sociale, niente potrà farla scomparire davvero.

ed era questo che avevo desiderato da tanto tempo, scomparire del tutto, ma non sarei mai riuscita a scomparire del tutto: non si scompare in quel modo, è un lusso che non è mai stato concesso e nessuno potrà mai averlo.

O meglio, una via definitiva che porta verso la non esistenza c’è, ma il problema di Elyria è proprio questo, venire a patti con la scelta di una persona a lei vicina che ha scelto proprio questa opzione. Per Elyria, che già nel nome è intrinsecamente legata a una mancanza, è un evento che rimette in gioco anche i gesti più banali del quotidiano, improvvisamente insormontabili nella loro mancanza, ai suoi occhi, di un senso. Il primo rimedio è quello di avvicinarsi a chi cerca di scendere a patti con lo stesso tipo di consapevolezza e per un po’ funziona, ma poi il rigetto verso una quotidianità incomprensibile (una forza che guida le sue scelte più repentine e che lei chiama il Bufalo) la porta prima in Nuova Zelanda, poi lungo un tortuoso giro del Paese fatto di autostop con tipi sempre meno raccomandabili e un tirare avanti via via sempre più ferino e ai margini.

Elyria era una città dell’Ohio in cui mia madre non era mai stata. Il mio nome non significava altro che questo: un posto non era mai stata.

Sarà proprio quella violenza che Elyria percepisce oltre la superficie delle cose (la razza e le scarpe sono solo due dei tanti elementi che con grande abilità Catherine Lacey rende significativi solo alla loro seconda apparizione) a costringerla a rapportarsi a quella vita strutturata da cui era sfuggita, comprendendo tardivamente che a scomparire non sono le persone ma i legami che le uniscono, se messi alla prova.

Il romanzo d’esordio di Catherine Lacey è in un certo senso uno di quei memoir di viaggio in cui la protagonista si prefigge un obbiettivo ambizioso, un lungo passaggio in solitaria attraverso la natura. La prova più dura (il desiderio più inconscio) è quello di sfruttare tutta quella convivenza forzata con se stessi, fino a mettere a fuoco quel piccolo elemento che inconsciamente ha mandato la persona alla deriva, senza che nemmeno se ne rendesse conto.
La spina che questa esperienza permette di individuare ed estrarre con enorme dolore è solitamente quella del lutto irrisolto. A differenza di quanto accade nelle memorie di Robyn Davidson e Strayed Cheryl, in cui questa dolorissima esperienza permette poi una catarsi e una guarigione, Elyria è già in parte consapevole della spina ma, quando tenta di estrarla, finisce per tirar via troppo e lentamente si dissangua, perdendo cose preziose e insostituibili, senza trovarne di altre con cui riordinare e riempire il vuoto dentro di sé.

Non ho mai smesso di pensare al fatto che la persona più intelligente che conoscevo avesse deciso, dopo averci riflettuto a lungo, che la vita non meritava di essere vissuta – che era meglio non viverla – e come facevo ad andare avanti con un pensiero del genere?

Nessuno Scompare Davvero è un esordio notevole, che alla fine riesce persino a ricostruire l’incongruente e autodistruttiva logica di una mente alle prese con seri problemi psicologici in un tortuoso viaggio geografico e interiore. Come avrete forse intuito non è un libro per chi cerca rassicurazioni o una narrazione dai contorni definiti, anche se forse la bravura dell’autrice sta tutta lì. Dato che il viaggio lo facciamo tutto da dentro la testa di Elyria, il percorso non può che essere tortuoso e incoerente, eppure facendoci attenzione è chiarissimo il tocco dell’autrice, che sbroglia il bandolo dei pensieri confusi di Elyria senza però mai uscire dalla sua prospettiva e anzi arricchendolo di figure allusive (su tutte la razza) e frasi inconsapevolmente evocative. O meglio, così ben costruite da sembrare coerenti con una donna così smarrita e autodistruttiva, eppure splendide e universali se le si estrae dal loro contesto caotico.

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l’autrice Catherine Lacey

Lo leggo? Pur essendo un libro riuscitissimo, è così radicale nell’approccio che non è consigliabile a prescindere, anzi, è bene fare almeno qualche distinguo. Per esempio se cercate un libro sul lutto e sul tentativo di risolverlo immergendosi nella natura, rimane di molto superiore il bellissimo Io e Mabel. Se invece cercate la natura selvaggia a portata di pagina con un apporto equilibrato di riflessioni esistenziali, allora è meglio rivolgersi all’assolata Australia di Orme. Se invece volete andare oltre lo stereotipo della Nuova Zelanda cinematografica o avete voglia di qualcosa di decisamente radicale, allora questo è il libro giusto.

Se volete ulteriormente approfondire l’argomento, vi consiglio due ottime letture:

Disclaimer: la casa editrice mi ha fornito gratuitamente una copia recensione del libro.

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