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Si è molto parlato dell’uscita ritardata di Lasciati Andare, tanto che Tozzi di Cattleya (che produce il film insieme a Rai Cinema) ha precisato che questo tempo di gestazione insolitamente lungo vuole essere una risposta a un momento di oggettiva difficoltà del genere commedia all’italiana.
L’espressione utilizzata è stata run for cover, il che pone parecchie domande su cosa stia succedendo nel cinema italiano oggi, se la serietà a la cura con cui è confezionata una commedia molto italiana e molto riuscita come Lasciati Andare sono considerate rimedi scaccia-crisi e non lo standard di partenza per ogni prodotto, artistico o commerciale che sia.
Questa critica però non tocca il primo lungometraggio di rilievo di Francesco Amato, che invece si distingue per una ragguardevole solidità, a partire dalla sceneggiatura.

Dato che Boris è una sorta di dizionario alternativo delle nostre vite italiane (cinefile e non), prendo in prestito un’espressione di Stannis/Pietro Sermonti (solo uno dei tanti, gustosi cammei di star italiane che punteggiano il film) definendo Lasciati Andare una commedia molto, molto italiana. Nulla a che vedere con la fretta e la sciatteria con cui tante, troppe commedie naufragano al botteghino ogni mese, spesso non riuscendo nemmeno a far scorgere il potenziale presente nel progetto.
Qui ci si rifà alla commedia tradizionale fatta di solidi interpreti, vizi vecchi come l’umanità (tra cui l’irresistibile tircheria del protagonista) e una vena amara, almeno all’inizio di un film che si rifà nelle sue fasi successive al gusto anglosassone per l’umorismo ebraico, citando tra i sui modelli Marx, i Coen e Allen, tentando anche qualche passaggio slapstick.

A differenza di tanti successi di critica e pubblico recenti, Lasciati Andare ha l’indubbio pregio di prendere spunto dall’estero, rimanendo però un prodotto intrinsecamente italiano, senza scopiazzare un modello fin troppo comodi importato da altrove. Anzi, è una commedia davvero romana, ma anche qui compie una scelta inconsueta e davvero inaspettata: non siamo nel solito, abusatissimo scenario stereotipico della Roma bella e decadente, capitale del malaffare e abitata esclusivamente da umanità dal pesantissimo accento, bensì ci troviamo al Ghetto e spiamo nello studio di Elia Venezia (Toni Servillo), uno psicocologo altezzoso e tirchissimo, separato dalla moglie ma geloso della sua ritrovata vita sociale. Per riconquistare Giovanna (Carla Signoris), Elia si rivolgerà a una personal trainer spagnola esuberante ma incasinatissima sentimentalmente (Verónica Echegui), rimanendo coinvolto nella burrascosa e paradossale relazione di lei con un rapinatore di piccolo calibro (l’immancabile Luca Marinelli).

Se già la scelta di creare una commedia di caustica, malinconica ironia ebraica rendendo i suoi protagonisti membri della comunità e girando in sinagoga non è già una prova del coraggio dimostrato da questa sceneggiatura, che dire del fatto che queste premesse non conducono al banale via la vecchia per la nuova per il protagonista, finendo per ritrarre anche una storia d’amore consolidata ma davvero profonda, di quelle mature e realistiche?

Il resto poi lo fa chiaramente Toni Servillo, solito istrione e fuoriclasse, circondato da buoni interpreti, da una Echegui che è quasi se stessa (almeno a giudicare dalla conferenza stampa, di cui trovate qualche estratto video qui sotto) e da un Marinelli che diventa un’ottima spalla per i momenti più paradossali e sopra le righe della vicenda. Non da ultimo, anche Francesco Amato sa il fatto suo e tenta di essere ricercato ma mai banale, anche se forse la personalità del suo stile non è pienamente matura.

Lo vado a vedere? Finalmente ho azzeccato anche io un bel film italiano in conferenza stampa da consigliarvi. Fa veramente piacere vedere un prodotto comunque commerciale, capace di una certa leggerezza, che però tra la sua forza dall’inaspettato e dalla cura a tutto il processo di realizzazione. Lasciati Andare, già venduto in mezzo mondo, è il classico film che, se l’avessi importato da qualche vicino europeo, ci chiederemmo “ma perché anche noi non realizziamo film così?”.
Ci shippo qualcuno? No.


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