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Copia Originale - PosterRischia di fare la figura del film di nicchia che non è Copia Originale, nel mezzo di un manipolo di film da Oscar ben più noti al grande pubblico, in un annata in cui per quanto riguarda la selezione di film da nominare l’Academy sembra essersi concessa un molte più scelte sul versante popolare e mainstream. Che è un modo gentile e obliquo per dire che quest’anno si è dato il via libera a un tot di film molto popolari ma che son ben lontani dall’avere il livello qualitativo necessario ad essere tra i migliori prodotti dell’annata. A sorpresa Copia originale, pur essendo un biopic di stampo classico e senza troppi fronzoli produttivi, ci va molto vicino ad esprimere quel livello qualitativo che ci si aspetterebbe da un candidato alle maggiori categorie dell’Academy. Il merito è da imputarsi principalmente a una coppia di attori dall’ottima chimica, alle prese con personaggi davvero lontani dalle consuetudini cinematografiche odierne, ruoli davvero a tutto tondo che esaltano le loro potenziali altrove spesso sottoutilizzate.

Attenzione a qualche piccolo [SPOILER].

Perché un talento come quello di Melissa McCarthy dovrebbe essere sottoutilizzando? La risposta è ahimé molto semplice: perché per gli attori decisamente sovrappeso esiste solo uno strettissimo ventaglio di ruoli possibili: il ciccione simpatico e quello volgarotto. Personaggi sovrappeso che per giunta, da copione, sono sempre comprimari, talvolta di pregio, ma comunque posizionat un passo di lato rispetto ai veri protagonisti (magri). Spesso poi le persone obese su grande schermo sono costrette ad essere identificate proprio per il loro peso, raramente non scappa almeno una considerazione o una battuta sul loro aspetto, magari detta dallo stesso personaggio a mo’ di uscita per sdrammatizzare.

La giovane regista Marielle Heller ha all’attivo solo due film, ma ha capito perfettamente su quale elemento puntare per far spiccare i suoi lungometraggi sul resto della produzione. La protagonista del precedente The Diary of a Teenage Girl e quella di Copia originale sono entrambe due donne sgradevoli, fisicamente ma soprattutto caratterialmente. Due stronze. Il personaggio di Melissa McCarthy racchiude in sé una lista lunghissima di difetti: Lee Israel infatti è grassa, mal vestita, rude, scontrosa, incline alla menzogna e al furto, misantropa a livelli preoccupanti, disordinata e sporca.
Della condizione degradata in cui vive si accorgerà però a fasi avanzate della sua truffaldina attività criminale. Senza un dollaro in tasca e con l’amatissima gattona malata, Israel ha scoperto per pur caso un modo per fare velocemente soldi sfruttando le sue conoscenze letterarie da editor e scrittrice di biografie: crea lettere e biglietti fasulli di grandi dive e divi del passato, fogli di carta con qualche passaggio arguto e una firma autografa, che facciano gola ai collezionisti altolocati.

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Prima truffa per necessità, poi per avidità, le “copie originali” create da Lee diventano ben presto per lei una ragione di vita, un’ancora per non sprofondare nella disperazione. Non solo la aiutano a mantenere un tetto sulla testa, ma la fanno viaggiare attraverso a portal to another time when people respected written words. Scrittrice tragicamente dimenticata dalla sua stessa agente perché troppo fissata su protagonisti caduti nel dimenticaio di cui nessuno vuol sentir parlare, Lee Israel si sente soddisfatta professionalmente nel creare lettere più argute ed efficaci delle originali, vergate a mano dalle persone famose il cui stile imita e abbellisce.
Il lavoro di contraffazione prevede macchine da scrivere e un processo molto artigianale per un film che, ambientato New York nel 1991, mostra gli ultimi scampoli di era analogica. In questo senso la pellicola è splendidamente realizzata, con interni e piccoli dettagli “d’epoca” resi alla perfezione e declinati con una fotografia e una palette di marroni caldi che ricorda la New York raccontata dai film sentimentali di quel periodo.

Copia originale porta su schermo i fatti narrati dalla stessa scrittrice nel suo memoriale sulla rapida ascesa e sull’ancor più fugace declino della sua attività criminale. Grazie alla capacità della sceneggiatura di lasciar filtrare il carattere caustico dell’autrice e protagonista della storia, la pellicola di taglio drammatico ha continue incursioni nel territorio del humour nero. In questo senso aiuta il pedigree comico di Melissa McCarthy e l’agilità da gatto con cui Richard E. Grant veste i panni di uno spiantato truffaldino che diventa amico della donna, complice delle vendite ma anche parassita pronto a fare il proprio interesse. I due attori sono strepitosi nel costruire a poco a poco due personaggi così a rischio di macchietta, riuscendo a dare un’ottima caratterizzazione a due persone caratterialmente pessime e disturbanti.

È proprio questa la carta vincente del cinema di Marielle Heller; la sgradevolezza dei suoi personaggi. È inconsueto vedere un biopic hollywoodiano con una donna protagonista, rarissimo che la stessa sia fisicamente oltre la sogli dei 30 anni e sovrappeso. Si tratta di un territorio vergine, quasi inesplorato, che può facilmente rendere fresca la più classica delle parabole narrative di un film di questo tipo, dando al film una capacità brillante di sterzare continuamente in contesti inaspettati.

Il punto è che nulla vieta agli studios di lanciarsi sulle storie mai raccontate di donne in quanto esseri umani, non limitandosi a dipingerle sul fondale persone grasse o dall’attitudine sgradevole. Tuttavia è un approccio sin troppo avanguardista per un sistema di produzione mainstream che dopo due anni di denunce, #MeToo e appelli vari, sembra cercare l’applausi ogni volta che sforna un film con una protagonista donna. Pretendere che sia anche un personaggio femminile non definito dal matrimonio o dalla maternità, già nella fascia a rischio “anzianità”, che si gode immensamente l’alcol, il fumo e la propria solitudine significa risalire una corrente che scorre ostinatamente verso il fondovalle della semplificazione e degli stereotipi.

Marielle Heller ha semplicemente visto un’opportunità laddove altri non hanno probabilmente nemmeno valutato la fattibilità di un adattamento, fornendo a due capacissimi attori ai mondi della star system un paio di ruoli con cui mettersi alla prova. Copia originale è l’indubbio pregio di seguire un arco narrativo di presa di consapevolezza e miglioramento di sé molto classico, ma mettendoci la cura necessaria affinché ogni passaggio venisse affrontato e realizzato nel miglior modo possibile. La scrittura qui è precisa, si fa notare poco ma fa tutto molto bene, dando un taglio contemporaneo al come si racconta lasciando il cosa nella New York degli anni ’90. Una frase che chiaramente non si può accostare a una pellicola come Bohemian Rhapsody, che invece centra in pieno tutte le ingenuità e tutti i parossismi di quel decennio cinematografico.
I due protagonisti non hanno bisogno di definizioni o grandi rivelazioni, eppure forniscono uno spaccato queer ben più realistico, contemporaneo e palpitante delle altre due pellicole in quota arcobaleno dell’annata. Con grande saggezza Heller affronta la vita sentimentale della sua protagonista solo sul gran finale, affinché la truffatrice rimanga la protagonista della sua storia piena di sofferenza inespressa e infelicità non riconosciuta senza la diminutio delle tante etichette sentimentali che siamo abituati ad appiccicare su un personaggi per caratterizzarlo. Qui invece si racconta Lee Israel esplorandone i comportamenti ancor prima di tentare di limitarla all’interno di un recinto di definizioni.

In ultima istanza quella raccontata da Copia Originale è la storia di un crimine che diventa occasione di una tardiva rinascita dopo una devastante presa di coscienza. Ci vuole l’intero film a Lee Israel per rendersi conto dell‘immobilismo tossico in cui vive, perennemente rivolta al passato hollywoodiano e a capitoli ormai definitivamente chiusi della sua stessa vita. Anche la reazione positiva che infine riesce a dare, il colpo di reni che la riporta in carreggiata, non prevede nessuno dei passaggi previsti per una donna risoluta a “mettere la testa a posto”. La sua vita rimane al di fuori delle logiche sociali, ostinatamente misantropa e solitaria; solo che stavolta è una scelta consapevole, organizzata, concentrata su nuovi obiettivi e su un concetto tutto personale di felicità da realizzare.

Di persone così è pieno il mondo vero, mentre latitano in quello cinematografico; raramente infatti diventano personaggi di film. Marielle Heller ci sta costruendo una carriera tale da arrivare col secondo film agli Oscar e da regalare a un reietto da Hollywood come Richard E. Grant un ruolo così irresistibile da farlo riammettere nel paradiso delle stesse. C’è qualcuno o qualcosa che impedisce ai suoi colleghi di avvantaggiarsi di tanto materiale mai utilizzato, che garantisce di distinguersi immediatamente dalla massa? No. Eppure sembra proprio che Heller potrà continuare indisturbata a scrivere e dirigere storie di donne sgradevoli, senza concorrenza di sorta.

Lo vado a vedere? Tra le pellicole più meritevoli candidate quest’anno agli Oscar, con un ulteriore bonus se amate New York, la letteratura al cinema o i film che parlano di letteratura con sullo sfondo la New York delle librerie e delle feste di autori snob.

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