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Un bravo sceneggiatore e regista non basta a tirare fuori un filmone dalla materia che ha per le mani. Le pellicole vivono di una sottile alchimia tra contenuti, attori, storie, troupe, regia, post-produzione, finanziamenti e momento di approdo sul grande schermo. Incastrare tutti questi elementi in maniera veramente efficace non capita poi così spesso nella carriera di tantissimi talentuosi, perché è fisiologico che a ogni nuova produzione pur qualitativamente degna si affacci un “ma”, un lato negativo rilevato da qualche parte in questi complicatissimi intrecci.
Trovare un “ma” a Nella Casa di François Ozon è piuttosto arduo, così come è arduo trovare un film che fili via così privo di sbavature dall’inizio alla fine, dicendoti con tanta ironia nerissima quel che c’è da dire senza commettere mai un solo passo falso. Anche per Ozon però si tratta di un’alchimia faticosamente replicabile, almeno a giudicare da “Giovane e Bella”, di cui ho già parlato QUI.


Sarei curiosa di constatare quanto del libro originale di Juan Mayorga (purtroppo non ancora disponibile in lingue a me accessibili) sia stato usato nel film e quanto sia stato rimaneggiato dallo stesso Ozon. Non pago del forte messaggio che la nitidissima scena finale suggerisce allo spettatore dopo un’ora e mezza di raffinato gioco del gatto col topo, credo di poter sbilanciarmi nel dire che Ozon abbia inserito un’ulteriore riflessione di carattere “meta” sul cinema, in un film che fa del continuo rimando a vari livelli meta-narrativi il suo punto di forza.

Un anziano professore disilluso e marito distratto di una gallerista sull’orlo del licenziamento scorge nel tema di un suo studente la scintilla del talento narrativo da lui sempre desiderata ma mai posseduta. Così sprona il ragazzo a coltivare il suo talento, anche se per farlo il giovane sembra aver bisogno di continue incursioni voyeuristiche nella casa di un suo compagno di scuola e della sua famiglia borghese.
La trama sembra quella del classico rapporto docente-studente pieno di elementi problematici nella vita del ragazzo e di rimpianto nell’animo dell’adulto, ma dopo poche scene è evidente che il film giochi sul ribaltamento di questa convenzione.

A condurre il gioco infatti è Claude, interpretato da un incredibile Ernst Umhauer, capace di tenere continuamente sulle spine il professore e il pubblico nel suo oscillare senza sosta tra ingenuità adolescenziali e manipolazioni al limite del sadismo. Con il suo sguardo ora sognante, ora strafottente, ora genuinamente inquietante, s’indaga nelle intercapedini emotive della “famiglia normale”, la famiglia borghese, scoprendo la polvere sotto il tappeto, ma mantenendo sempre vivo il dubbio di quanto quella polvere sia stata generata dal talento di narratore e manipolatore di Claude stesso. Il confine tra realmente accaduto e narrativamente fittizio è in continuo movimento, per la delizia e la disperazione di chi è in sala.

Il passaggio da buono a magistrale avviene però quando, a fronte di un ulteriore ribaltamento, Claude penetra con i suoi scritti nell’altra casa, quella del professore, minando di suggestioni e implicazioni i rapporti umani del docente, profondamente destabilizzato dall’esperienza di un talento che si muove tra le sue mani ma che forse sta manipolando la sua stretta.

Tutto intorno viene tessuta una metafora molto più lieve e decisamente più terribile, quella del potere del racconto, sia letterario (abbastanza palesi i riferimenti e la loro assonanza con la vicenda narrata) sia cinematografico, con Ozon che in un paio di occasioni irrompe nel racconto e rende testimone lo spettatore della sua stessa costruzione a distanza, finendo per suggerire un paio di appigli sul valore del cinema e sulla manipolazione di chi sta dietro la cinepresa ai danni dello spettatore che si crede voyeur, mentre è a sua volta manipolato.

Direi di più sarebbe un sacrilegio. Accontentatevi di sapere che il salto di qualità lo fa un cast assolutamente in parte, in cui sarebbe un peccato non citare qualcuno. Immenso come sempre Fabrice Luchini, Kristin Scott Thomas, Emmanuelle Seigner, ma soprattutto i due mirabili giovani protagonisti, Bastien UghettoErnst Umhauer. Il protagonista è praticamente la versione maschile e proletaria dell’inquietudine adolescenziale della “Giovane e Bella” Marine Vatch, con una dose aggiuntiva di ambiguità e talento che lo rendono uno degli adolescenti più riusciti sullo schermo degli ultimi anni, quantomeno nella categoria di quelli che ti lasciano un brivido sotto pelle.

Lo recupero? Assolutamente sì.
Ci shippo qualcuno? Data la biografia di Ozon e la sottile tensione che intercorre sempre nel rapporto maestro-pupillo, sì, anche senza considerare gli espliciti riferimenti della stessa sceneggiatura.
Rimpianto da “questo film potevamo farlo anche in Italia”? Nullo, perché ha delle svolte smaccatamente francesi che possono nascere e crescere solo lì, senza contare che c’è dietro una montagnola di soldi considerevole, da noi praticamente impensabile.

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