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disconnect locandinaPer dovere di completezza, per mettervi in guardia e per togliermi la soddisfazione di massacrare un film senza l’angoscia di fare torto a qualcuno. Perché diciamolo, Disconnect è una porcata fatta e finita. Un film con un cast amplissimo in cui almeno un nome che vi interessa lo trovate, votato a una storia composta da tante microtrame che finiscono per intrecciarsi tutte insieme in un messaggio che più o meno suona com’è solitario e triste il mondo in cui Internet mina i rapporti umani, signora mia!
Nell’anno in cui gente del calibro di Spike Jones indaga la sfera più intima e personale condivisa con un sistema operativo in “Her”, in Italia approda con tutta calma una pellicola che per profondità riflessiva e intento moraleggiante potrebbe tranquillamente essere scritta dagli autori di un contenitore pomeridiano di cronaca spiccia sulla tv generalista italiana. Paura eh?

Invece “Disconnect” se lo è scritto tale Andrew Stern, un quasi esordiente assoluto che ha piantato lì sto pappone di storie (una truffa finanziaria via internet, una storia di bullismo giovanile, sesso a pagamento online con minorenni, un detective che combatte il cybercrimine, una giornalista che indaga la sfera sociale del web) ed è riuscito persino a farselo produrre. Questa storia è un inno all’ottimismo: scrivetela la vostra bella sceneggiatura, che se ce l’ha fatta Stern anche voi potreste trovare dei produttori, un documentarista di seconda fascia come Henry Alex Rubin che vi curi una regia appena sufficiente e una marea di attori di seconda fascia pronti a spendersi per il messaggio della vostra pellicola.

Che già se nel tuo film Paula Patton è sposata con un Alexander Skarsgård costantemente vestito c’è qualcosa di fortemente sbagliato, che tu abbia o meno un Jason Bateman da sbandierare a tua difesa. Personalmente ci sono arrivata per colpa di Andrea Riseborough, quella che forse ne esce meglio, sia per l’impegno personale sia per aver pescato nel mazzo l’unico ruolo che non ha il lieto fine posticcio appiccicato con lo sputo nella parte finale del film.

disconnect alexander e paula patton

Se infatti le riflessioni che il film costruisce intorno ai propri personaggi solitari e iperconnessi non fossero già banali e stantie alla stregua di quanto può offrire il primo talk televisivo, il particolare davvero squalificante è come ogni risvolto drammatico o quasi costruito nelle singole vicende venga purgato dall’ultimo incredibile quarto d’ora in cui, messi da parte cellulari e tablet, tutti i protagonisti ritrovano la loro umanità e vengono salvati in maniera grossolana dai loro stessi errori. Appunto, la giornalista della Riseborough, rientrando nello stereotipo della donna in carriera arrivista e senza cuore, si salva da quest’ondata di sentimentalismo e ne esce un filino meglio. Rimane il fatto che Disconnect mostra storie tutto sommato quotidiane in un realtà ormai pervasa dall’interattività e al momento di dare la propria morale (o rifiutarsi di farlo) suggerisce una propria risposta bacchettona, per nulla sfumata ma soprattutto così superficiale da non allontanarsi mai dalla chiacchiera da bar.

disconnect andrea riseborough

Lo vado a vedere? Gli unici che potrebbero godere davvero di un prodotto del genere sono quei giornalisti che da ogni film devono tirarci fuori una crociata sociologica contro la modernità. A loro piacerebbe tantissimo.
Ci shippo qualcuno? Non è nemmeno buono per farci gif per un AU che coinvolga un fandom con uno degli attori coinvolti. Rimane un mistero come abbiano convinto certi nomi a partecipare.