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blackmassBoston, 1975. James “Whitey” Bulger è un criminale di piccolo taglio che difende con i denti il suo territorio, quel Southie dove vive la comunità di origine irlandese di cui fa parte. Boston, 2014: cominciano in città le riprese del film di Scott Cooper dedicato a un nome che ancora oggi non lascia indifferenti i cittadini, ricordato come il più grande principe del crimine bostoniano.
Come ha potuto una mezza tacca sbaragliare la concorrenza di comunità radicate e dedite al crimine organizzato come quella italiana e diventare il Re di Boston per quasi un ventennio? La risposta è un gangster movie di stampo classico, figlio di una corrente che si rifà giocoforza a un capolavoro come Il Padrino, corredato da una storia interessante e da un ottimo cast. A volte basta questo: un film ben fatto su basi già consolidate.

Black mass è sostanzialmente questo: un gran bel gangster movie che si affida a una storia vera e già articolata di suo, la mette in mano a un gran bel gruppo di interpreti e la gira in maniera ineccepibile. Ne esce un gangster movie senza fronzoli (anzi, l’intento sembra essere quello di mantenere un tono più quieto e dimesso possibile, lasciando che sia la stessa storia di Whitney a parlare), che non punta né alla spettacolarità cinematografica che un progetto del genere ispirerebbe a grandi registi “criminali” (vedi alla voce Martin Scorsese) né ad essere strettamente documentaristico. Non si fa notare come il precedente Out of Furnace, certo, si prende pochi rischi ma non sbaglia nulla, regalando un film che delizierà gli appassionati e che rimane una bella visione per i restanti.

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Il punto che ha suscitato più scalpore però non è l’effettivo valore del film, ma l’operazione di restyling che ha effettuato sulla stelle sbiadita di Johnny Depp, cannibalizzato da una serie di ruoli freak sopra le righe e da almeno un paio di pellicole disastrose.
Un rischio che Cooper in fin dei conti non aveva bisogno di prendersi ma che ha pagato: pur non essendo esaltante quanto i media americani tentano di farci credere, è innegabile che Depp tiri fuori la miglior prova degli ultimi anni. Rimane però il rammarico dato dal fatto che parte della sua rabbia silenziosa, del continuo senso di minaccia che emana il suo sguardo venga ridimensionata da un trucco e una serie di protesi purtroppo ben visibili nel corso del film, che aggiungono un tocco artificiale al suo aspetto, smorzandone la carica interpretativa.

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Chi invece è stato ingiustamente dimenticato è un Joel Edgerton in grande spolvero (questa settimana lo vedrete anche in LIFE), perfetto come contraltare emotivo a Depp e come punto di vista in cui è istintivo identificarsi per lo spettatore. Se Depp riesce ad emanare un’aura costante di pericolo è anche perché l’agente del FBI originario dello stesso quartiere interpretato da Edgerton incarna alla perfezione tutta la parte emotiva che a lui manca, esprimendo il crescente senso di angoscia di chi rimane intrappolato nel tentativo distorto di fare qualcosa di buono nella propria città.

Tra l’altro è proprio questo il valore aggiunto di Black Mass, quello di non puntare eccessivamente sul geniale carisma del criminale protagonista, bensì di evidenziare la rete di connessioni politiche (il fratello senatore interpretato da Benedict Cumberbatch, perché immagino fosse impossibile trovare un attore con l’accento americano che potesse interpretare il fratello di Depp somigliandoci di meno) e istituzionali, con l’FBI che diventa complice più o meno consapevole di Whitney, giocando il pericoloso gioco del male minore e risultando assolutamente incapace di prevenire le mosse del criminale per avvantaggiarsi di questa situazione.
Infine Black Mass e Spotlight, un altro dei film statunitensi che hanno scelto la vetrina di Venezia, costituiscono un dittico ideale per raccontare il carattere peculiare di Boston, forse meno connotata cinematograficamente di altre città americane, associata a un’immagine bon ton un po’ retrò ma con un senso di comunità molto vivido, quasi classista, spesso rispettato fino a causare vicende grottesche.

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Lo vado a vedere? Black Mass è un’ottima risposta a chi sente la mancanza di un gangster movie fatto come si deve. Non è Martin Scorsese, non è Il Padrino e non vuole esserlo, è un film che con un ottimo cast racconta una storia vera senza cadere nella trappola della romanticizzazione, limitandosi a creare un ottimo racconto cinematografico.
Ci shippo qualcuno? Non direi, anche se non mi stupirei se qualcuno pensasse un po’ maliziosamente di questa suddistanza psicologica che Edgerton manifesta nei confronti di Depp. Mi ha fatto molto ridere il tentativo di rendere Cumberbatch credibile nei panni del classico senatore americane con le mani in pasta. Dakota Johnson invece non sembra una donna degli anni ’70 manco per sbaglio: ha dei lineamenti e una gestualità davvero troppo moderni.

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