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pontespie1Il 2015 delle spie al cinema si sta per chiudere e lo fa con il nuovo film di Steven Spielberg, grande nume tutelare del cinema americano, assistito dai fratelli Coen alla sceneggiatura e da Tom Hanks nel ruolo di protagonista istrionico di una vera storia di trattative e sotterfugi tra URSS e Stati Uniti durante i freddissimi rapporti diplomatici negli anni ’60. Difficile immaginare un’espressione più alta dell’establishment hollywoodiano, pronta a confrontarsi con un filone in grande spolvero.
Il ponte delle spie arriva in un momento di carriera più che positivo per Spielberg, in cui pur non dettando più da decenni la linea espressiva del cinema tra il commerciale e l’artistico negli Stati Uniti, rimane comunque tra i pochi registi in grado di scomodare un tale parterre di stelle, di farsi finanziare grandi produzioni di genere più disparati (dall’animazione e infanzia con TinTin e il futuro G.G.G. fino alla retronostalgia fantascientifica con Ready Player One) ma soprattutto si mantenere una solida critica positiva ai suoi lavori, a differenza di firme altalenanti come Ridley Scott. Con cui però condivide un’importante caratteristica senile: entrambi hanno bisogno della sceneggiatura giusta al loro servizio. Deve essere la storia a funzionare per una regia di gran classe ma ormai incapace di mettere una pezza ad eventuali buchi della sua narrativa.

James Donovan (Tom Hanks) è un avvocato di un importante studio legale di Brooklyn, il ritratto dell’americano borghese del periodo, con moglie amorevole, figlioli ubbidienti e una graziosa villetta in città. All’indomani della cattura di un generale russo entrato clandestinamente nel Paese, viene scelto per assicurare una difesa di facciata a Rudolf Abel (Mark Rylance), un generale del KGB dall’aspetto più che ordinario, l’uomo più odiato d’America, arrestato mentre nel suo picco appartamento con uguale mestizia dipinge vedute newyorkesi e distrugge messaggi cifrati dei suoi capi. Assicuratore di professione e di indole, Donovan cerca di assicurargli un giusto processo ed evitargli la sedia elettrica, convinto che sia una buona polizza per il futuro di tensioni tra potenze atomiche.
Timore che si concretizza con la cattura di un giovane pilota americano di U-2 e uno dei più straordinari e complessi negoziati per lo scambio di prigionieri, affidato alla responsabilità di Donovan e organizzato nella pericolosa Berlino Est. Catapultato nel freddo, pericoloso e spesso incomprensibile blocco comunista, Donovan comincerà una partita su due fronti (quello sovietico e quello della DDR) per tentare di salvare anche un secondo prigioniero statunitense, uno studente arrestato durante le ore concitate della costruzione del muro.

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Salutato con un’ovazione della critica americana, Il Ponte delle Spie è un ritorno al cinema classico holluwoodiano, indietro e indietro nei decenni fino a tornare ai film con protagonisti integerrimi e rassicuranti come Gary Cooper o Cary Grant, a mantenere alta la banderia del orgoglio patriottico tutto prim emendamento e pragmaticità. Non stupisce quindi che quest’onere oggi tocchi a Tom Hanks, un tale marchio di fabbrica nel rappresentare i lati positivi dell’essere e sentirsi americani che pur interpretando un ricco ma dopo tutto indistinto avvocato borghese, non smette mai per un secondo di essere Tom Hanks, neppure nei momenti di maggiore pathos del film. Ben più interessante la perfomance di Mark Rylance, allo stesso livello (se non superiore) del ben più noto collega, capace di esaltare nell’interazione dei due personaggi con il suo aspetto ordinario e sconosciuto anche ai cinefili non solo il carattere di uomo tutto d’un pezzo e senza ambiguità di Tom Hanks ma anche e soprattutto l’umorismo mordente che i Coen concentrano sul suo personaggio. Sarà sicuramente interessante rivederlo con Spielberg alle prese con il celebre G.G.G., capolavoro della letteratura d’infanzia di Dahl. Con Hanks protagonista assoluto ed eroe senza macchia dei valori del capitalismo e delle libertà costituzionali americani, al cast di giovani e caratteristi non rimangono che le briciole e in verità nessuno fa qualcosa per rubare la scena al protagonista.

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Il resto della produzione è ovviamente all’altezza dei nomi coinvolti e perciò di grande livello: lo humour inaspettato e capace di stemperare i toni thriller (per la verità già piuttosto annacquati) è chiaramente made in Coen e regala al film un po’ di brio di cui ha decisamente bisogno. Non che però la sceneggiatura sia eccelsa: dov’è finita, ad esempio, la tensione che uno si aspetterebbe da un thriller ambientato durante la guerra freda, a Berlino Est? Non c’è un solo instante in cui ci si possa veramente preoccupare per l’incolumità di Donovan, men che meno degli ostaggi statunitensi. A ben vedere manca anche una certa incisività, una vena più nera che normalmente non manca mai nella scrittura dei Coen e che avrebbe dato la profondità necessaria un film abbastanza semplicistico.
Che Steven Spielberg conosca per bene il suo mestiere lo sapevamo già e un paio di scene perfette di questo film (il parallelo dei passaggi in sopraelevata a Brooklyn e a Berlino, l’intera sequenza di cattura della spia russa che apre il film) sono davvero da annuario del cinema. Tuttavia rimangono momenti fantastici in un film che sorprende più che altro per la sua ordinarietà.

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Lo vado a vedere? Pur essendo una realizzazione di grande livello, Il Ponte delle Spie è un grande film solo in senso lato, perché si rifà alle caratteristiche peggiori del cinema della Hollywood di un tempo. Certo, c’è grande classe, per esempio sul lato processuale (con ampi passaggi nelle aule giudiziarie), ma avevamo veramente bisogno nel 2015 di un altro film garbato che ribadisce la superiorità del sistema capitalista statunitense come modello culturale, economico ed ideologico, con Tom Hanks che gabba i russi intransigenti ma mai veramente crudeli mettendoli in competizione con la DDR e rimettendoci a malapena un cappotto di Sach’s? La risposta è no, non se deve essere la classica cartolina dove le ipocrisie del sistema americano sono relegate ai burocrati di alto livello, dove i torti e le violenze risiedono solo ad est di Berlino e le donne solo a casa, a produrre frivole richieste mentre i mariti salvano il mondo.
Ci shippo qualcuno? In mano ad un altro regista magari sì, ma insomma, questo non è La Talpa. Purtroppo.

 

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