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Il canto del cigno del giornalismo d’inchiesta lo sta raccogliendo, amplificando e plasmando il cinema d’autore. Nella realtà quotidiana dei quotidiani indicizzazioni, SEO, link sponsorizzati e la frenesia ad acchiappare il click del lettore il più presto e il più a lungo possibile stanno rendendo quasi accessorio quello che gli si vuole dire, o peggio lo stanno trasformando in un velato annuncio commerciale.
Difficile oggi sentire nel giornalismo quell’ardore irriverente e quell’afflato morale delle grande inchieste di un tempo. Quei reportage facevano davvero tremare i potenti perché non erano una frettolosa secchiata di fango che, una volta seccato, il diretto interessato si ripuliva facilmente di dosso, no: erano una condanna a morte agli occhi dell’opinione pubblica. Il cinema statunitense autoriale sembra essersi fatto carico dell’onere e l’onore di far sopravvivere almeno su grande schermo il volto più nobile del giornalismo, coniugandolo a soluzioni stilistiche lontane da quelle che si utilizzano negli anni d’oro dello stesso.

Con il compassato distacco di Spotlight e con il tono brillante e ironico di The Post si prendono le distanze dalla tensione rigorosa di un Tutti gli uomini del presidente e si tenta, per contrapposizione diretta, di dire qualcosa d’importante sul nostro presente.
Quella narrata da The Post era una vicenda quasi irrilevante o anacronistica quando Obama sedeva alla Casa Bianca. Con il nuovo inquilino e le sue rassomiglianze caratteriali con il controverso Nixon, la presidenza di quest’ultimo è tornata ad essere una miniera d’oro per chi vuol colpir in punta di fioretto l’attuale Casa Bianca, irriderla divertendo il pubblico.
L’aspetto più sorprendente di The Post è come questo impianto colossale e cementificato nella Hollywood di un tempo (Spielberg-Hanks-Streep, quale combinazione potrebbe essere emanazione più diretta del canone hollywoodiano?) sia innanzitutto una sorta di crowd pleaser. Infatti The Post è un thriller in cui si tentano di trafugare documenti del Pentagono riservatissimi e di evitare la galera a chi li pubblicherà, eppure il suo occhieggiare all’oggi e all’adesso – con tanto di ironica sul sequel storico dei Pentagon Papers – lo rende innanzitutto una divertita e brillante ricostruzione storica.
Non c’è certo bisogno di soffermarsi sulla strepitosa squadra che circoda Spielberg da John Williams in giù, né sulle performance brillanti che i due protagonisti (e in particolare una Meryl Streep più sfumata e convinta del solito) regalano.
Sarebbe interessante invece scomporre il film e capire come Spielberg sia riuscito a trasformare una vicenda tanto drammatica e dalle componenti tanto dense in un film mai leggero e superficiale, ma comunque veloce, spedito, molto più di alcuni action o cinecomics mal costruiti e appesantiti da troppe premesse iniziali.
C’è il giornalismo certo, ma c’è anche una donna in una posizione di comando. The Post racconta di come riuscirà a scovare un modo tutto suo per smettere di essere il pupazzo nelle mani degli uomini che la circondano, senza danneggiare troppo la sua occupazione di perfetta padrona di casa nella Washington che conta. Nel nuovo, ironico Spielberg c’è persino una dolorosa riflessione di quanto possa essere pericoloso rimanere in rapporti amichevoli e acritici con il potere, quando questi indossi il volto di una persona che troviamo umanamente vicina e ammirevole.
Come si raggiunge questo piccolo miracolo in un film così smaliziato, che per giunta non tradisce mai il suo essere stato messo in piedi in soli 9 mesi dall’acquisto del copione alla corsa agli Oscar? La risposta è antitetica alla domanda: con un approccio che più canonico non si può, ricorrendo a modelli, professionalità e metodologie di lavoro della vecchia Hollywood degli studios e delle star.
Facendoli con perizia, film come The Post rivelano impietosamente quali siano i limiti della nuova di Hollywood e dei player della Silicon Valley che vorrebbero sostituirvisi, per motivi che con questo rigore e amore per il fare cinema hanno spesso poco a che vedere. Così come il giornalismo odieno che la loro indicizzazione delle notizie e la raccolta pubblicitaria online sta plasmando ha davvero poco da spartire con i cronisti inarrestabili dei Pentagon Papers.

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