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Quello di Marco Balzano – insegnante di liceo, saggista e firma del Corriere della Sera – è l’unico romanzo che è stato in grado di impensierire il vincitore del Premio Strega 2018, La ragazza con la Leica di Helena Janeczek. Arrivato secondo con Resto qui, Balzano potrebbe essere ritratto come il grande sconfitto dell’edizione, per quanto possa essere considerato “perdente” uno scrittore approdato a un gigante come Einaudi, con già in tasca il Premio Campiello 2015.
Il suo romanzo agile e dalle sfumature storiche aveva l’identikit ideale per l’ennesima vittoria di un uomo e di un potere editoriale forte in un premio storicamente dominato da logiche spartitorie e non certo letterarie.
Dopo anni di dissidi, polemiche e una profonda revisione del regolamento, lo Strega è andato però in una direzione diversa, moderatamente nuova. Quando una copia del romanzo si è palesata nelle mie vicinanze, complice l’agilità estrema dello stile e la lunghezza più che contenuta, ho deciso di farmi un’idea sul secondo classificato, che in altri anni si sarebbe scolato senza colpo ferire la tradizionale bottiglia di Strega.

Chi parla di contemporaneità per Resto qui mi fa sorridere, perché se sono d’accordo con questa valutazione, è per ragioni probabilmente molto diverse dal parlante. Il romanzo infatti è un lungo excursus storicamente accurato e puntuale della travagliata storia altoatesina del primo Novecento. È stato detto che non esiste luogo migliore in Europa per raccontare i totalitarismi di quel periodo drammatico, perché la popolazione ha avuto esperienza diretta sia del nazismo sia del fascismo.
Tutto nasce con il drammatico paradosso della Prima guerra mondiale: gli altoatesini combattono in qualità di austriaci contro gli italiani, ne uccidono a migliaia, salvo poi ritrovarsi a fine guerra connazionali dei loro nemici. Seguono anni di relativa pace, fino alla prova generale della Marcia su Roma: quella su Bolzano, nel 1921, in cui i fascisti prendono il potere e danno via a una italianizzazione forzosa, violenta ma maldestra di una popolazione che l’italiano nemmeno lo parla.

Proprio in quegli anni la giovane Trina – la voce narrante del romanzo – s’invaghisce di un ombroso pastore di nome Erich e, grazie all’interverto dal padre, lo sposa. Lei che ha studiato per diventare maestra viene allontanata in quanto altoatesina, pur essendo tra le pochissime che in paese parla e legge l’italiano. Al suo posto e in tanti altri impieghi pubblici arrivano frotte di italiani, mandati dal fascismo a popolare la zona in una logica colonialista. Il tedesco viene bandito, gli altoatesini perseguiti e discriminati, comandati da quelli che sono stranieri, che parlano loro in una lingua odiosa, che impongono a scuola ai figli.

Curon in una cartolina d’inizio Novecento

Gli altoatesini confidano nel Terzo Reich e in Hitler e la tanto attesa proposta finalmente arriva: lasciare l’Alto Adige per diventare austriaci o rimanere sotto la podestà fascista. Resto qui è una presa di posizione già nel titolo, un richiamo delle radici che scorre potentissimo in Erich e che trattiene al suo fianco Trina. Il drammatico dubbio che attraversa le famiglie del paesino di Cuaron – optanti o restanti? – percorre tutto il romanzo e i suoi protagonisti, costretti continuamente a decidere se restare o partire.
Succede al primogenito Michael agli albori della Seconda grande guerra e ai suoi genitori negli anni drammatici seguiti all’Armistizio e infine una scelta viene presa anche dalla piccola Marica, la secona figlia di Trina a cui la donna si rivolge raccontandole la sua storia e quella di Curon. È la scelta di Marica a imprimere una svolta drammatica al romanzo e alla vita di Trina, in una successione di lutti e momenti difficili che culmina nella pugnalata finale, che campeggia sulla copertina del romanzo: Curon viene sommersa dall’acqua per costruire una diga, la popolazione tradita da Mussolini, Hitler, dal Papa e dai ministri verrà ingannata anche nel dopoguerra dalla Montecatini (ora Edison) che comunicherà in italiano (lingua che loro continuano a non parlare essendo fallito miseramente il tentativo di assimilazione forzato) le decisioni cruciali sul destino del paese.

Quella di Resto Qui non è una vicenda attuale perché non è una scoperta di un capitolo oscuro della storia italiana, perché di acqua ne é passata dalla nascita del concetto di “italiani brava gente” (il cui buon cuore è opposto alla presunta malvagità attiva dei tedeschi divenuti nazisti). È un versante magari meno esplorato a scuola, ma in anni recenti non sono mancati romanzi e saggi in questo senso; la giornalista Lilly Gruber (che altoatesina lo è) ha raccontato questi stessi anni attraverso la storia della sua famiglia.
Non è contemporaneo nemmeno nella logica del NIMBY (not in my backyard, l’osteggiare di gruppi locali di qualsiasi opera ricada nel loro vicinato) perché la storia di Curon non è letta in chiave particolarmente politica, non richiama le controversie attuali di TAV e TAP. Il romanzo non si focalizza tanto sulla validità dell’opera (anche se tra le righe un giudizio lo dà), bensì su metodo ingannevole e crudele con cui viene messa in atto, senza alcuna considerazione degli abitanti della Valle.

La vera forza di Resto Qui è senza tempo e risiede nella ricostruzione dettagliata di una vicenda storica, riletta attraverso il filtro narrativo di una finzione familiare. Il messaggio che a Balzano preme di più nasce dal suo primo approccio alla tragica vicenda di Cuaron, durante una gita nei pressi del campanile sospeso sull’acqua, che richiama decine di turisti. Turisti che Trina farà in tempo a vedere e apostroferà con parole sprezzanti, rendendo Resto qui un forte monito contro l’incomunicabilità dei tempi storici, il loro perdere di immediato senso quando si palesa una generazione che non li ha vissuti. In questo senso Resto qui è un romanzo compiuto, capace di essere scorrevole e semplice mantenendo una sua forza erosiva.

Dove forse un po’ pecca è nell’estrema semplicità e linearità della storia. Non scade mai nel semplicismo, ma forse letterariamente risulta un po’ impalpabile, soprattutto considerando quanto ricada nelle immaginarie ma infrangibili linee guida del romanzo italiano contemporaneo ambientato in montagna. Potete copincollare quanto detto su questi lidi per lo scorso premio Strega, Le otto montagne di Paolo Cognetti.
La montagna è un luogo di vita ardua ma quindi intrinsecamente autentica contrapposta all’artificialità malevola e ingannevole dei nuclei urbani industriali? Certo, anche se qui il nucleo urbano è la piccola Bolzano.
Il protagonista maschile ha un’interiorità molto più profonda della controparte femminile, così spirituale da avere un conflittuale rapporto con Dio e da essere inesprimibile a parole, tanto da renderlo ombroso e schivo, quasi inconoscibile? Ovvio che sì.
Il suo rapporto simbiotico con la montagna diventa in qualche modo così radicale da divenire mortale? Anche qui ci siamo.
Un altro romanzo che ricorda molto da di vicino – vedi processo di solitario insevatichirsi della protagonista e incapacità di lei di conoscere davvero l’uomo che ama – è Divorare il Cielo, altro romanzo Einaudi a firma di Paolo Giordano, che non mi stupirei di vedere tracannare lo Strega l’anno prossimo. Se questo non è un trend o un filone, ditemi voi cosa sia.

Resto qui rimane una lettura capace di coniugare potenza emotiva, rigore storico e fluidità narrativa, ma manca un po’ della lampante letterarietà necessaria a favorirlo alla vittoria dello Strega. Forse il suo limite vero è che Balzano in persona sa essere molto più convincente e appassionante del romanzo nel raccontarne la storia: per questo motivo, soprattutto se avete già letto il romanzo o vi ispira, vi consiglio caldamente di vedere la puntata di Quante Storie – l’antologico programma pomeridiano di Rai 3 condotto da Drama King Corrado Augias con i suoi outfit dalla palette cromatica esternamente declinata sui toni del docente universitario di una sinistra altolocata e color blind – con ospite lo scrittore. È andata in onda il 4 maggio 2018 e la trovate QUI.

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