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dawn qSe è un sogno, vi prego, non svegliatemi.
Un’estate cinematografica che presenta un Godzilla con una regia enorme (haters gonna hate chi? Io sono una fan all’ultimo stadio di John Carter, cocchi, ci vuol ben altro!), un The Edge of Tomorrow che ci regala un bel film SF con dentro Tom Cruise (il binomio ossimorico per eccellenza), un Xmen: Days of Future Past tanto bello e SF quanto è lungo il titolo e adesso fottute scimmie a cavallo. No, dico, ma che stiamo ancora qui a parlare? Scimmie a cavallo che ghermiscono mitra! In un film distopico dai toni shakesperiani, per giunta!
Roba che il 2014 possiamo pure chiuderlo qui, tutti a casa.
Non so a quali santi, demoni o entità soprannaturali si sia appellata la FOX, ma sicuramente è gente potente, perché questa sorta di reboot-genesi-prequel di uno dei franchise cinematografici SF più memorabili di sempre, nato per batter cassa, non fa che migliorare capitolo dopo capitolo.
Certo, dopo quella cosa di Tim Burton ci è voluto un bel coraggio a tornare sulle scimmie che mettono i piedi in testa al genere umano, fatto sta che il successo commerciale è stato tale da aprire il sentiero a questo film e a un ulteriore terzo capitolo. Il punto è che non solo questo prequel dedicato al carismatico Cesare non ha mai compiuto un passo falso, ma non fa che migliorare, dando l’impressione che sia piuttosto semplice prendere una storia iconica e tirarci fuori qualcos’altro, utilizzando uno scorcio molto moderno e un approccio narrativo radicalmente differente, ma rispettando il cuore metaforico caro alla saga. Se in questi anni abbiamo imparato qualcosa è che resuscitare un franchise classico spesso dà vita ad autentici mostri, mentre qui stiamo assistendo all’ascesa di un prodotto che acquista sempre più motivo d’esistere indipendentemente da quel piccolo capolavoro del 1968.

Nonostante i titoli lunghissimi e confusionari (anche senza scomodare le caotiche traduzioni italiane), Apes Revolution si rivela concentrato, sobrio, asciutto come il suo predecessore, tornando a concentrarsi sulle vicende di un Cesare ormai adulto, concedendo pochissimo alla spettacolarizzazione da blockbuster e solo sul gran finale, quando il risultato sfocia nel teatrale. Se al primo film si potevano imputare due grandi limiti – James Franco e un certo distacco emotivo – qui le vicende del carismatico capo delle scimmie finiscono per assumere tratti marcatamente shakespeariani. Difficile non vedere in Cesare un tipico re da teatro greco o play inglese, circondato da meschinità e tradimenti, maturato nella consapevolezza eppure ancora capace di meraviglia e fiducia, soprattutto quando le dinamiche si fanno via via più familiari, con il difficile rapporto con il figlio e le scimmie del suo primo gruppo d’assalto.
Il film funziona splendidamente anche a livello allegorico, accostando il tramonto dell’umanità all’ascesa della civiltà delle scimmie, primitiva ma già gravida di culti e stratificazioni, rendendo l’alba dei primati l’ennesimo cambio storico di potenza che domina il pianeta. Cambio ovviamente non indolore per gli umani ma parecchio traumatico anche per Cesare e i suoi, costretti ad assistere al corrodersi delle barriere tra uomini e scimmie, a interrogarsi se le differenze, più che alla specie, siano da ricondursi all’indole dei singoli.

la posa omaggio ai Nazgul.

la posa omaggio ai Nazgul.

Cesare personaggio funziona quanto nel passato perché è un personaggio classico ma graziato da una tecnologia che finalmente può renderlo con un realismo che esalta l’inquietudine dello spettatore umano, riducendo all’osso i green screen per non perdere mai la credibilità visiva del racconto. Franchise come questo o Robocop sono alla fine approdati in un epoca all’altezza delle sfide che comportano. Grazie alla CG è finalmente possibile un realismo che rende autentica l’inquietudine di cui si fanno portatori, ma oltre la tecnologia c’è un uomo, Andy Serkis, che meriterebbe quel riconoscimento che si chiede da tanti anni per il suo lavoro in motion capture. Se è facile scordarsi della ricostruzione a computer non è solo per la notevole resa finale, ma anche e soprattutto per l’enorme carico di autorevolezza e sentimento che Serkis dona al personaggio, protagonista assoluto della scena, ben più della compagine umana.

Ahi noi, la compagine umana e le sue vicende sono il tallone d’Achille di un film vittima del fascino che prova per la società delle scimmie, tanto da dimostrarsi distratto e sciatto in fase di scrittura della controparte umana. Storie anonime scorrono sullo schermo, commentate dalla faccia grigia di Jason Clarke, così monocorde ed instupidito da rendere vano l’enorme regalo che l’addio di James Franco comporta. Per fortuna altri innesti, Keri RussellKodi Smit-McPhee, rendono sopportabili le parti umane. Assistendo a quanto riesce a fare il tormentato Gary Oldman con due brevissime scene significative in un intero film, viene da chiedersi cosa sarebbe successo se fosse stato lui il campione umano nel confronto con Cesare, forse l’unico in grado di tenere testa alla tragicità dell’esemplare perfomance di Serkis. Se è vero che teoricamente sappiamo già come andrà a finire e che la specie umana non può che essere sottomessa, quello che manca a un film più che buono per competere con la grande pellicola del 1968 è appunto un capo degli umani ispirato come fu Charlton Heston, qualcuno che ci renda partecipi e non solo spettatori della rovina della specie.
Purtroppo il film fa altre scelte, che tendono a ridicolizzare la scarsa perspicacia umana e ad evidenziare passaggi di scrittura poco brillanti (chiedere il permesso di transitare nella foresta al primo incontro con Cesare avrebbe risparmiato un quarto d’ora abbastanza inutile di film, per esempio). Il risultato è spudoratamente a favore delle scimmie, per cui risulta impossibile non parteggiare, e una riduzione dell’inquietudine generata nei portatori di pollici opponibili glabri.
Ultime righe dedicate alla regia di Matt Reeves, menzione meritatissima per un lavoro preciso, sobrio, capace di farsi notare (la costruzione delle inquadrature durante l’assalto all’autobus) ma anche di rendere con naturalezza la costante maestria con cui la cinepresa segue lo scontro tra civiltà. Dopo l’impressionante prova di Gareth Edwards, un altro nome da tenere d’occhio.

dawn 2

Lo vado a vedere?
Data la moria di pellicole del periodo, uno si avventerebbe praticamente su qualunque cosa, ma qui siamo su un livello d’eccellenza che non chiede giustificazioni di sorta, posto che il genere non vi sia indigesto, ovviamente. Se poi il primo vi aveva convinto, sappiate che questo è anche meglio.
Ci shippo qualcuno? Domanda che potrebbe rasentare la blasfemia ma direi di no.
Fottuto cervo metaforico – La metafora di una civiltà culturalmente ricca si palesa finalmente anche per le scimmie e proprio in apertura! Adesso Cesare e i suoi possono tranquillamente aspirare alla leadership mondiale.

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