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the zero theorem_posterIn questa settimana di uscite d’antan è spuntato persino un film che forse avrebbe fatto meglio a rimanere tra quelli inediti nel nostro Paese. Non me ne voglia Minerva Production (a cui comunque si deve l’arrivo di una delle pochissime uscite fantascientifiche di quest’estate) però per una volta il sostanziale dimenticatoio in cui è caduto nel resto del mondo The Zero Theorem, accolto con un’alzata di spalle a Venezia 2013 e nel frattempo mai divenuto oggetto di una riscoperta/rivaluzione postuma, era esattamente il posto dove poteva rimanere.
Data la mia sostanziale vena di paladina delle cause perse e la mia mania di completismo in campo SFF (che non vi consiglio, si scoprono delle perle eccezionali solo dopo essersi sottoposti a delle ciofeche inenarrabili) ho comunque diligentemente affrontato il recupero di questo film che non aggiunge assolutamente nulla alla cinematografia di Gilliam, rimanendo un doppione di scarsa rilevanza.
Ci sono registi che raramente sbagliano un colpo ma, quando lo fanno, il risultato è clamorosamente errato e davvero senza possibilità d’appello. Gilliam non è di certo tra questi, dato che la sua carriera recente è costellata di film tutti al chiaroscuro, nessuno davvero mai completamente buono ma ognuno ricco di qualche spunto interessante o di qualche spezzone sorprendentemente migliore del resto. The Zero Theorem si inserisce appieno in questa lunga scia di pasticci creativi.

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Il risultato finale di questa sorta di aggiornamento di Brazil è travagliato tanto quanto il suo inizio, progetto scritto da Pat Rushin e diretto da Terry Gilliam, naufragato un paio di volte prima di vedere la luce, girato interamente in Romania.
Dopo l’addio di Billy Bob Thorton sembrava che tutti fossero passati ad altro, ma a Gilliam questa distopia su base matematica continuava a ronzare in testa e,  arruolato Christoph Waltz – in uno dei suoi pochissimi ruoli da protagonista e non antagonista malvagissimo perché c’ha l’accento teutonico – è tornato alla carica.

Per molti azzeccare davvero un film significa poi tornare sul luogo del delitto anni più tardi e anche Terry Gilliam sembra non essersi mai completamente liberato dalla fascinazione di uno dei suoi lavori più riusciti, Brasil. Riaggiornare un’icona però è un’operazione rischiosa, perché la sua valenza è fortemente legata al momento della sua nascita, così come avviene per ogni visione futurista, che risulta sempre incredibilmente figlia del presente della sua creazione.
Se nel 1985 un universo colorato, corporeo, figlio del reciclo creativo di materiali e dall’immagine ultra pop consumata era qualcosa di coerente e strabiliante, oggi il mondo colorato ma sporco e sbiadito in cui continua ad ambientare le sue visioni futuriste Terry Gilliam sa terribilmente di nostalgia ingiustificata.

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Certo non sarebbe più innovativo optare per il classico ambiente sterile dalle linee nette e dalle palette di bianchi e bianchissimi (a occhio e croce quello che ci toccherà con Equals quando sbarcherà da noi), ma dietro ai completi zebrati di Matt Damon e alla casa ex convento in rovina dove abita il protagonista Qohen Leth si nasconde una banalità d’intenti sconcertante, basta vedere come viene ritratta di malagrazia la fantomatica Chiamata, metafora sbozzata con l’accetta della religione oppio delle genti.

Davanti alla solita prostituta dal cuore d’oro con parrucca e divisa da crocerossina e al ragazzino geniale che spingono il protagonista misantropo e disadattato verso i suoi primi legali sociali, sentivo me stessa mormorare “davvero?”.
La parte matematica del film legata al teorema zero sarebbe invece decisamente più interessante se da una parte la sua rappresentazione visiva non fosse così chiaramente illogica (risolvere un’equazione impossibile su un paddone stile Wii U con un vecchio gioco a poligoni…perché esattamente?) e tutto sommato confusionaria e nebulosa.

Al povero Waltz tocca al solito un personaggio stereotipato (uomo disadattato ai limiti dell’autismo ma geniale con i numeri che non comprende di essere usato dal suo capo e dalla bella prostituta che gli piazzano davanti, oh my) con cui lui cerca di dare il meglio di sé e bisogna ammettere che non è nemmeno la cosa peggiore che gli sia toccata in questi anni, citofonare Tim Burton. In definitiva però è un guazzabuglio le cui poche idee efficaci sono annegate in un mare di confusione.

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Lo vado a vedere? The Zero Theorem è davvero un titolo riservato ai completisti di Gilliam (o a quelli di Ben Wishaw, che compare per ben un minuto e mezzo) o a chi davvero si trova in crisi di astinenza fantascientifica. La presentazione del mondo pressapochista e mal giostrata prende la prima parte del film noiosa e cavillosa. Se verso la metà si comincia ad appassionarsi, ogni sforzo viene disperso dallo stanco, banalissimo finale. Di idee, fantascientifiche o cinematografiche poi ce ne sono davvero pochine.
Ci shippo qualcuno?No, ma ben Wishaw col ciuffo strano era comunque delizioso.