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kubo1È di nuovo ora di fare mea culpa, è di nuovo ora di tornare a parlare entusiasticamente di un film della Laika dopo averla quasi dimenticata, sommersi come siamo film dei grandi studi d’animazione occidentale. Certo che con 4 film all’attivo in 10 anni forse siamo anche un po’ giustificati, ma la domanda rimane sempre quella: perché quando si parla di grande animazione, di stato dell’arte e di Oscar viene sempre in mente Pixar o Disney, nella annate buone Dreamswork?
Sarà che amo particolarmente il folklore giapponese, per cui la trama di Kubo e la Spada Magica per me cade a fagiolo, ma uscendo dalla sala l’impressione è stata di non vedere da molto, molto tempo un film d’animazione così bello e ineccepibile, anche pescando tra i titoli più riusciti della Pixar post fusione Disney. Dato che sono fermamente convinta che il cambio di status societario abbia lasciato un’impronta anche sulla fase cinematografica 2.0 della Pixar, non sarà mica che Laika tira fuori film così spettacolari in virtù della sua conformazione?
E allora diamolo qualche numero e guardiamo in faccia a una realtà che compie con Kubo il primo anniversario decennale. La società ha base lontano dai grandi centri cinematografici (d’animazione e non), a Portland, dove in circa 60 studi di posa una 30ina di animatori crea e muove set e personaggi tutto il giorno, per poi creare l’animazione stop motion con un minimo intervento di CGI non invasivo. Ogni giorno ciascuno di loro realizza circa 5 secondi di film, il che significa un minuto scarso alla settimana montato, sistemato e editato, il che risponde all’implicita domanda sul perché di questi tempi biblici tra un film e l’altro, ma non al perché. Perché ostinarsi romanticamente ma anche sconsideratamente a scegliere la stop-motion, anche se significa mettere a rischio l’intero studio di fronte a un solo film andato male?

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Se un accordo di distribuzione più solido con Universal ha di fatto garantito un incasso al box office a Kubo impensabile per i suoi predecessori, la risposta rimane complessa e comunque da ponderare.
Certo che oltre ad avere una forte valore identitario, la stop motion per Laika non è mai stata un vezzo, così come non lo è in Kubo, così ricco di dettagli e soluzioni figlie del mezzo espressivo scelto che per cogliere appieno i foreshadow e le suggestioni della sua storia sarebbe necessaria una seconda visione (pensate bene a dove è nascosto l’elmo, ad esempio).

Stavolta però a una sceneggiatura e una regia (firmata dall’esordiente Travis Knight, da sempre dietro le quinte di animazione e produzione dei film Laika) di prim’ordine si affianca un cast tecnico impressionante, che va a pescare nel gotha del cinema contemporaneo. Basta dire che la notevole colonna sonora è ancora una volta firmata da Dario Marianelli, ma la struggente canzone sui titoli di coda la canta Regina Spector, senza elencare un diluvio di star in sala di doppiaggio: Charlize Theron, Rooney Mara, Ralph Fiennes, Matthew McCounaghey e tanti altri, che fanno più che bella presenza. Purtroppo l’impressione dal trailer in italiano, per me che ho visto il film in originale, è che si perda un po’ della sottigliezza delle interpretazioni originali.

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Se Boxtrolls è un film “solo” buono per gli standard astronomici di Laika, Kubo & The Two Strings se la gioca con ParaNorman per la palma di miglior produzione, vincendo sicuramente per respiro e ambizioni. Questa fiaba che pesca a piene mani nel folklore giapponese (cfr. Kaguyahime, Momotaro e la Pesca Gigante) infatti non si trattiene, anzi, ricerca orizzonti più ampi, vicende più avventurose, twist narrativi più arditi, riuscendo a piazzare le sue idee, le sue sorprese e i suoi messaggi in maniera strepitosa, per giunta senza mai tradire il pubblico di riferimento dei più piccoli.

 

Kubo è un piccolo saltimbanco che anima origami magici con lo shamisen per sbarcare il lunario. La notte si nasconde in una grotta con la madre per sfuggire alle mire del nonno che, con l’aiuto delle perfide zie, ha sottratto al piccolo un occhio e vorrebbe portargli via anche l’altro. Quando gli scomodi parenti riusciranno a scovarlo, Kubo partirà alla ricerca di un’armatura magica composta di tre pezzi, l’unica in grado di proteggerlo dalla violenza del nonno. Il ragazzino sarà accompagnato nel suo viaggio avventuroso da 2 figure che sembrano condividere numerosi ricordi e interessi con i di lui genitori. 

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Cosa manca a questo film? Cinematograficamente parlando, assolutamente nulla. La trama ha il respiro del kolossal e una costruzione così complessa da sembrare molto più di un semplice film per bambini (a fine proiezione provate a pensare a quanto, sin dall’apertura, ricorrano dei motivi centrali nella parte finale) c’è molta azione, una dose notevole ma mai stucchevole di folklore giapponese e, vivaddio, zero necessità di tormentoni o scene furbuffe inserite al grido di “merchandise in arrivoooo!”. In campo extracinematografico a Laika manca solo un’imponente macchina pubblicitaria che per un film del genere gli assicurerebbe quell’Oscar che ancora scandalosamente manca. Certo Kubo è una bella ipoteca sul risultato finale, il genere di film di puro genio narrativo e consapevole del mezzo che Pixar non sforna da anni (pur essendo andataci vicino un paio di volte) e che costringe a guardarsi le spalle anche ai giganti.

In tutto questo però rimane una questione insoluta: Kubo e le due corde per strumenti musicali forse è un tantino lungo, cari titolisti italiani, ma la spada magica?!? Nel film (e nella locandina) c’è una spada, ed è magica, circa, ma dannazione, il punto del film è che, nonostante la classica ricerca di proppiana memoria, il punto NON è la spada magica, che poi è solo uno dei tre pezzi di cui è composta l’armatura magica e quindi…perché andare in fissa solo con la spada? Siamo cinici e sinceri: non avete nemmeno visto il film partendo in quarta con la sinossi rimediata su wiki o avete deciso di ignorare sistematicamente il messaggio finale perché con questo anonimo titolo vi pareva più commerciabile in un Paese che ignora sistematicamente la Laika?

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Lo vado a vedere? Uno dei film del 2016, che riporta l’animazione di una dimensione innovativa, esplorativa, ambiziosa e autentica. Un sì grosso come una casa, insomma.
Ci shippo qualcuno? No, vorrei esprimere una considerazione romantica ma è uber spoiler, per cui mi limiterò a precisare che adoro le zie malvage.

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