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love1A ventiquattro dalla fine di marzo eccoci di nuovo a parlare di possibili candidati all’Oscar (anche se poi è arrivata solo la meritatissima nomination per Paul Dano ai Golden Globes). Per un film del 2014. Uscito negli Stati Uniti nel 2015. Che arriva da noi non solo dopo l’uscita home video, ma probabilmente (e strategicamente) dopo la scadenza dei link per il live streaming…ok, cosa vi dicevo un paio di settimane fa circa il periodo tra marzo e maggio e gli avanzi di magazzino?
E infatti eccoci qui a recensire Love & Mercy, un film che è piaciuto tantissimo alla critica ma che alla fin fine si è rivelato irrilevante a livello di critica e premi…e per la maggior parte, a ragione.
E se percepite una punta in più di acidità in me è perché non riesco a capacitarmi di come basti piazzare lì l’ennesima storia del genio bianco incompreso e bistrattato per farla franca…più o meno, considerato che comunque parecchi avranno reagito a titolo e locandina con un “cheeee?”.

Anni ’60. I Beach Boys sono sulla cresta dell’onda (pun intended) e si contendono il cuore della fan con i Beatles. All’origine del loro successo c’è soprattutto il talento del loro leader e cantautore Brian Wilson, rispettato dall’establishment musicale ma a disagio con la vita da super star e con il rapporto il limite del masochismo col padre.
Incapace di uscire dalla sfera d’influenza nefasta delle figure maschili e familiari attorno a sé, Brian finisce in un’autentica spirale autodistruttiva e in una dipendenza da una figura ancora più pericolosa, quella del dottor Eugene Landy (Paul Giamatti). L’incontro con la venditrice di auto la venditrice di Cadillac Melinda Ledbetter (Elisabeth Banks) potrebbe forse risolversi in una via d’uscita, ma la strada per tornare padrone di se stesso sembra davvero impervia.

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Love & Mercy è un film tecnicamente indiscutibile: ha una buona regia, un’ottima fotografia, una soundtrack che giocoforza fonde grandi pezzi orecchiabili ad autentici capolavori e una sceneggiatura focalizzata nel rimediare agli errori dei film precedenti dedicarti a questa figura incredibilmente drammatica. Quello che sembra aver colpito e convinto di più il pubblico è quanto il film sia esplicito sui modi e i metodi con cui Brian cola a picco, diventando via via più instabile. Sesso, droga (tantissima droga), allucinazioni, voci nella testa, sali e scendi umorali tipici della depressione: insomma, niente è glissato o smorzato, anche se sarebbe interessante capire quanto non ci sia anche una certa cupa soddisfazione nel portare su schermo con precisione storica tutto il male che hanno fatto e si è fatto il protagonista. Insomma, il dubbio è che il film, che spesso non appare particolarmente simpatetico, rispetto a pellicole simili sia solo più raffinato nel godere un po’ della distruzione del personaggio attorno a cui ruota tutto.

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Già a livello di casting però le scelte virano nettamente sul tradizionalismo hollywoodiano. John Cusack e Paul Dano sostengono alla perfezione una prova importante e impegnativa, anche se forse solo il secondo riesce veramente a raggiungere il cuore dello spettatore. Peccato che attorno a loro non ci sia altrettanta attenzione verso quanti hanno salvato letteralmente il leader dei Beach Boys dalla morte o quantomeno ne hanno favorito la liberazione, perché il film deve ovviamente utilizzare gran parte del minutaggio disponibile a spiegarci quanto Brian fosse eccezionalmente geniale e incompreso. Un uomo che accetta di sparire dalla vita di moglie e figli a cui viene dedicata più di un’ora e mezza di celebrazione di genialità e non c’è un minuto e mezzo di tempo per soffermarsi sul dramma della sua famiglia, perché lui è geniale ma debole, quindi vale tutto.

Non so se sia quindi più desolante assistere alla perfomance di Elizabeth Banks, una fidanzata che più che altro veste i panni della crocerossina perché le viene dedicato così poco tempo che l’unico modo per spiegarsi l’attaccamento di lei al protagonista è la suddetta sindrome, o Paul Giamatti nei panni del cattivo. Anzi no, lo so: mi irrita di più Paul Giamatti che torna a interpretare Paul Giamatti aka il malvagio uomo bianco affarista arrivista sadomasochista che intesse una relazione morbosa di dipendenza con il genio incompreso di turno per poi sfruttarlo economicamente e anche emotivamente. È lo stesso ruolo che aveva in Straight Outta Compton, identico!

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Lo vado a vedere? La maggior parte di quanti hanno visto Love & Mercy l’hanno giudicato un film sopra la media, salvo poi testimoniare con la loro noncuranza in stagione di premi quanto il film di fondo scorra solo superficialmente davanti agli occhi degli spettatori. Paul Dano è portentoso, la parte tecnica è davvero buona, ma mi rimane l’impressione che l’aver rimediato agli eufemismi delle pellicole precedenti che raccontavano la stessa storia con un maggior grado di scene esplicite sia solo uno strato intermedio e non il cuore del film che batte sempre a ritmo del geniale artista bianco maschio incompreso a cui il mondo si deve inchinare.
Ci shippo qualcuno? Paul Giamatti non ha comunque abbastanza spazio.

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