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Il fatto che io continui imperterrita a recensire film di Cannes 70 la dice lunga sulla rilevanza delle uscite settimanali in sala in questo inizio astronomico d’estate.
Meglio quindi concentrarsi su alcuni del recuperi che sono riuscita ad assestare grazie a Cannes e dintorni, l’iniziativa del Comune di Milano che permette alla sottoscritta di recuperare un manipolo di film di Cannes a poco meno di un mese dal passaggio in Croisette (in pratica una sorta di lusso per poracci che non vanno a Cannes).
Oggi è il turno dei francesi, con la pellicola che ha aperto fuori concorso la 70esima edizione e due lungometraggi che si sono contesi la Palma d’Oro (e uno l’ha quasi vinta). Contando che siamo anche nel mese del Pride, direi che non poteva esserci tempistica migliore. Iniziamo!

120 BATTEMENTS PER MINUTE

Classico caso di film conclamatamente superiore alla concorrenza che perde la Palma per estrema ovvietà della scelta per una giuria che vuole essere imprevedibile e sorprendere. Tra i film visti finora dalla Croisette non solo è tra i più solidi e meglio eseguiti, ma Robin Campillo è stato (per ora) l’unico in grado di introdurre quell’elemento di innovatività e sperimentazione cinematografica che mi rende così appassionata di questo festival.
Una Palma a 120 Battements Per Minute sarebbe stata interpretata come l’ennesima vittoria per il cinema che parla delle realtà LGBT, ma è una visione di comodo, perché innanzitutto questo è un gran bel film a livello registico, con soluzioni visive meravigliose e accattivanti. Ancor di più, è un film che lo guardi che percepisci immediatamente che è figlio del 2017, che parla la lingua contemporanea del cinema. È un film di lotta e cast collettivo in cui un’interprete di razza come Adèle Haenel sa mettersi da parte quando necessario, è una pellicola che parte incalzante e sa diventare quasi agonizzante quando è necessario esprimere l’irrisolvibile disperazione di chi sta morendo di AIDS e si scontra con la lentezza di quanti non capiscono davvero l’irrevocabilità di questa condanna.
È anche un film contemporaneo nel parlare della comunità gay, ritratta sì nelle sue particolarità e in un momento storico ben preciso (gli anni ’90), ma estremamente calata nel quotidiano, che interpreta il proprio dolore in maniera pragmatica.
120 Battements Per Minute è un film con le maniche arrotolate fino al gomito nella sua concretezza, capace però di brevi attimi di autentica poesia (quella contrapposizione che dura giusto un battito di ciglia tra stanza piena di gente / muro / corpo solo sdraiato sul letto), ma davvero mai compiaciuta.
A voler essere pignoli e a voler mancare completamente il punto, è un film dalla durata importante e forse eccessiva, ma è davvero uno di quei casi in cui fa bene a prendersi il tempo che impiega a raccontare la sua storia.
Teodora film lo ha già acquistato per il mercato italiano: con un occhio alla stagione del premi, dove secondo me potrebbe dare una buona prova, non fatevelo sfuggire.

LE REDOUTABLE

Non avrei mai detto che Michel Hazanavicius fosse quel tipo di cineasta capace di buttarsi nella fossa dei leoni non con la polemica facile facile da cui è semplice svicolarsi, ma con un film iconoclasta e davvero caustico rispetto uno dei beniamini della Croisette: Jean-Luc Godard.
L’idea strepitosa è quella di prendere allegramente a picconate l’iconico regista della Novelle Vague con un film che scivola spesso nella commedia (talvolta grottesca), per rivelare le pochezze di un uomo che ha dato il via una rivoluzione cinematografica ma non riesce a cambiare se stesso, a scrollarsi di dosso la sua essenza borghese.
Se la tua fiamma geniale arde il doppio di quella dell’uomo comune, è possibile che a 37 anni ti ritrovi a vivere la crisi dell’uomo di mezza età, che ammira i giovani e ne teme il giudizio, con tanto di giovanissima amante al fianco.
L’importanza di mostrare il lato umano spesso detestabile di santi pagani del cinema (a cui spesso di perdonano vicende personali tutt’altro che redimibili) è dimostrata da quanti si sono sentiti urtati da un film che non incensa il mito di Godard regista, come se quel tipo di materiale mancasse. Peccato che questa opera di demolizione meritasse un film all’altezza della sua ambizione, mentre c’è un senso di irrisolto costante in una pellicola che alterna qualche alto e molti bassi, incapace di uscire dalla sensazione di artificiosità che la sua scimmiottatura dello stile di Godard provoca.
In particolare ho trovato molto deludente il personaggio di Anne Wiazemsky, la voce narrante e giovane moglie di Godard. Dovrebbe essere attraverso il suo punto di vista di giovane non troppo culturale e molto borghese che si evidenzia la similare vacuità di Godard, invece bisogna passare dalla tappa obbligatoria del male gaze, facendola circolare svestita per poco più del semplice piacere edonistico, con la scusa che il Maestro faceva così. La sensazione è che si voglia distruggere l’icona di Godard sì, ma non prima di aver conclamato la limitatezza intellettuale delle donne che lo circondano. Secondo me Jessica Chastain ce l’aveva anche con questo film qui.
Su Louis Garrel invece non mi esprimo, perché non ho così tanta familiarità con Godard per giudicarne la rassomiglianza: come personaggio su cui si fa della comicità però funziona. Sarebbe interessante vedere una cosa simile su Bertolucci e i suoi trascorsi non proprio cristallini.

Les Fantômes d’Ismaël

Il film d’apertura francese che doveva riscattare la figuraccia fatta l’anno scorso a rivelato impietosamente che forse forse è meglio chiedere agli studios hollywoodiani di prestare un blockbusterone atto allo scopo.
Arnaud Desplechin i suoi annetti li ha ma si è dimostrato di recente ancora incisivo e vivido, con il notevole My Golden Days, presentato a Cannes qualche annetto fa.
Il problema forse è che è troppo arzillo, troppo vulcanico nel tentare di frullare almeno tre film in una pellicola, senza avere una vaga idea di come concluderne almeno uno, figuriamoci il risultato dell’addizione.
Avevo percepito molta confusione e sconcerto all’indomani della proiezione e confermo: siamo di fronte a un autentico caso di se capisce e non se capisce, con una pellicola confusionaria che mischia una spy story senza né capo né coda a un intrigo amoroso alla Du Maurier, con una Marion Cotillard che potrebbe essere un personaggio pericoloso ed esplosivo invece alla fin fine è solo una povera pazza che agisce senza una logica precisa, sintesi perfetta di Les Fantômes d’Ismaël. Come se non bastasse c’è un terzo filone narrativo, che vede Mathieu Amalric come regista del film che racconta la parte dedicata a spie e talpe (con un conclamato omaggio a Tinker Taylor Soldier Spy). Se vi sentite confusi, pensate cosa significhi ricevere questo diluvio di input talvolta incoerenti, tra flashback, gente morta che è viva, persone vere che diventano personaggi fittizi e Alba Rohrwacher che parla francese. Un applauso a Amalric che si è dovuto pure fare il soliloquio del pazzo alcolizzato e artistoide e tante altre scempiaggini, portate a casa con umiltà e spirito di sacrificio. Poi la regia non manca di ricercatezza e di momenti brillanti, ma dalMathieu Amalricsi passa al pastrocchio vero e proprio. Evitatelo.

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