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pan_1Da grande cultrice delle ecatombi cinematografiche a-la-John Carter (ormai un vero e proprio case study che come sapete mi sta anche molto a cuore) e da grande amante degli adattamenti cinematografici di Joe Wright, mi duole sottolineare come i discorsi più interessanti su Pan non riguardano la sfera artistica, che è davvero poca cosa, purtroppo.
Costato 155 milioni di dollari, Pan nel primo fine settimana d’uscita statunitense ne ha portati a casa a stento 15, la metà del tremendo andamento di John Carter (che però era costato più del doppio: quello sarà un record negativo davvero duro da battere). Cosa è andato storto nel tentativo di Warner Bros di capitalizzare il recente successo dei remake live action dei classici Disney?

Chi ha memoria lunga potrebbe obiettare che forse è proprio il personaggio di Peter Pan ad essere nemesi della forma cinematografica, dato che l’elenco di sue trasposizioni è punteggiato di delusioni e disastri. Pan però segna il punto più basso del difficile viaggio del ragazzo che non voleva diventare adulto su grande schermo.

Le perplessità sono partite da subito, con Joe Wright alla testa di un film che pareva più una corvée per gli studios che un progetto sentito e voluto dal regista. Lo spreco in questo caso è abnorme, primo perché dà una spallata dolorosa alla carriera già in crisi del regista inglese, secondo perché se c’è in giro un regista di adattamenti letterari in grado di rendere giustizia in maniera fedele ai grandi classici letterari, quello è proprio Joe Wright.
Il punto dell’operazione a cui puntava Warner però non era una pellicola di medie dimensioni con ricostruzioni fedeli e curate, cast di pregio con le solite giovani promesse che ingrossano le seconde file dei film di Wright e un pubblico di età medio alta, bensì un film per famiglie che insegue le hit disneyane sia per soggetto (storia delle origini di un mito inventataper fare da prequel all’arco narrativo classico) sia per tono, scanzonato e avventuroso (alla Pirati dei Caraibi).
In questo particolare frangente si percepisce quanto Wright sia un pesce fuor d’acqua, tanto che per una volta riduce persino al minimo quelle inquadrature a ruota di pavone con cui sfoggiava la sua competenza tecnica. A parte una manciata di sequenze suggestive con la centro i pirati che rapiscono gli orfani della Londra in guerra e volano su maestosi galeoni sopra i tetti della città, il film funziona veramente solo nei pochi minuti in cui si rifà agli protagonisti adolescenti dickensiani e cita Oliver Twist. Per il resto è una massa confusa di colori e carrellate, che seguono l’azione come possono e rendono molti scambi comici impacciati e imbarazzanti.

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Questa volta il film non è vittima dell’ego strabordante di Joe Wright, che anzi fa quel che può per salvare una storia profondamente sbagliata a partire dalle premesse. Se il pasticcio informe, fastidiosamente retorico e raffermo di Jason Fuchs è finito su schermo però lo si deve alla volontà miope di seguire la scia (di successi altalenanti, a ben vedere) di Disney, pur non avendo tra le mani materiali di qualità.

La sceneggiatura si propone l’obiettivo di raccontarci come un orfano abbandonato dalla madre (Amanda Seyfried) in un istituto capeggiato da una suora malvagia e lurida (Kate Burke) venga rapito durante i raid aerei su Londra della guerra mondiale e portato sull’Isola che non c’è da una banda di pirati capeggiati dal temibile pirata Barbanera, diventando l’unico in grado di porre fine al suo sfruttamento degli orfani per estrarre dalle miniere la preziosa polvere di fata, con l’aiuto di Uncino (Garrett Hedlund) e Giglio Tigrato (Rooney Mara).
Potrebbe essere anche uno spunto interessante, se non fosse che ogni interesse dello spettatore viene prematuramente ucciso dalla riproposizione sgraziata e anacronistica del tema del prescelto e da un cattivo incolore, che vorrebbe essere rutilante e sopra le righe ma risulta goffo e imbarazzante, nonostante gli sforzi di Hugh Jackman. Non c’è davvero niente che funzioni in Barbanera, tra gli costumi raffinatamente eccessivi di Jacqueline Durran, un’anima musical e una storia che dovrebbe renderlo un villain ricercato, eccentrico e legato a doppio filo al piccolo protagonista, ma che lo fa sembrare scialbo, retorico e fuori luogo.

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Non va meglio con Levi Miller, un Peter vispo ma non certo dotato della naturalezza che in passato Wright sottolineò in una giovanissima Saoirse Ronan protagonista della sua pellicola. Miller si ritrova già tra le mani il ruolo ingrato del saccente bimbo volante, aggravato dal motivo dell’essere prescelto (e dal solito non sono io, ho paura, se mi convinco lo so, ehi sono io il prescelto!) e dalla sua propensione a sottolineare ogni svolta della trama con espressioni facciali marcatissime e innaturali.

Si salva qualcosa di un casting che ha sollevato un polverone di polemiche per via del white washing del personaggio di Giglio Tigrato e che sembra adottare criteri degni delle scelte degli studios negli anni ’90? Lo risposta è pochissimo, stretto com’è tra bionde mozzafiato per ruoli del tutto accessori (c’è veramente bisogno di scomodare Amanda Seyfried e la modella Cara Delevingne quando in due non raggiungono i cinque minuti di minutaggio? E la bionda a capo della contraerei inglese come la spieghiamo?) e attori di calibro come appunto Kathy Burke non opportunamente valorizzati. Contando che i film di Wright sono sempre stati un’ottima piattaforma per i giovani emergenti (tra gli altri, un ancora sconosciuto Benedict Cumberbatch, Alicia Vikander al suo primo ruolo internazionale, l’esordiente Saoirse Ronan) non si può che rimanere delusi di fronte a un cast così miope e guidato dall’apparenza estetica. Due sole eccezioni: la volitiva Rooney Mara, che però non è più una sorpresa, incubata da David Fincher e lanciatissima con Carol verso la seconda nomination, e Garrett Hedlund (uno che ha già una discreta carriera di tentativi di lancio non andati a buon fine), un bel vedere sia a livello fisico che recitativo, purtroppo intrappolato in un ruolo che manca di rispondere alla domanda principale (perché Peter e Uncino sono diventati rivali?), per il ridicolo proposito di tenere da parte qualcosa per un sequel pur avendo pochissimo da proporre allo spettatore.

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Lo vado a vedere? Pan cade sotto la più laconica delle constatazioni: non è un brutto film perché esagerato, trash o sfuggito di mano, è un brutto film per contenuti e noia che sono in grado di generare, oltre a una pagina retrograda e stantia del fare cinema. Ignorarlo non solo è la strategia migliore: è una gentilezza nei confronti di quanti ne sono rimasti coinvolti. Mi duole ricordarvi che Jason Fuchs è lo sceneggiatore dell’imminente Wonderwoman, ora in corso di riprese.
Ci shippo qualcuno? No, non sotto questa coltre di bruttezza.

 

 

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