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Dopo Vincenzo Mollica e Anna Praderio, è arrivato il momento che anche io prenda posizione sulla tradizionale querelle cinematografica natalizia italiana: che film andare a vedere nel post pranzo, pre cena o in un altro momento dell’eterno processo digestivo che scandisce le festività?Assodato che se avete un cinema a portata di mano ci sarà sicuramente Star Wars:Gli ultlmi Jedi e che probabilmente l’avete anche già visto, ecco un paio di punti fermi delle uscite dicembrine: consigli, sconsigli e uno spettro di film per accontentare tutti, dai bimbi ai nonni. Hashtag suggerita: #ifilmchenondiconoalTg1

The Void

Una nottata che si preannuncia noiosissima per un poliziotto di pattuglia nei pressi di un bosco viene interrotta dall’apparizione di un giovane tra gli alberi, ferito e terrorizzato. Accompagnandolo nella vicina clinica per le cure mediche necessarie, il poliziotto rimane in trappola all’interno della stessa: fuori dei loschi figuri incappucciati accoltellano chiunque tenti di scappare e dentro i malcapitati medici e pazienti devono fare i conti con orrende creature che cominciano a manifestarsi.

Non emozionatevi troppo. Non è che veramente qualcuno ha pensato fosse una buona idea far uscire un buon horror sotto Natale. Anche il termine “uscire” è un po’ sproporzionato, dato che è apparso fugacemente in un pugno di sale questo dicembre e cara grazia che tra rinvii e ritardi, una delle hit horror del 2016 è approdata nelle sale italiane.

Essendo una fifona patentata pratico il genere horror solo quando la fama di questo o quel lungometraggio travalica il circolo degli appassionati. The Void ha fatto un po’ lo stesso giro di It Follows e The VVitch prima di arrivare a me ed è più o meno lo stesso tipo di film: di genere ma con una mano dietro (anzi quattro) di notevole professionalità e con un tocco autoriale, o comunque molto rispettoso del genere.
Jeremy Gillespie Steven e Kostanski hanno detto a più riprese che l’horror contemporaneo fa schifo e vedendo la loro creatura si capisce cosa critichino: la smaccata commercialata senz’anima e senza cura, il jump scare fine a sé stesso senza radici nella tradizione del genere e senza amore per i suoi stilemi.

The Void invece le sue radici nel cinema degli anni ’80 di genere e meno blasonato di quello che fa scattare la nostalgia al grande pubblico le mostra orgogliosamente, forse anche un po’ troppo.
Teso, adulto, spaventevole il giusto per un survival horror crudo ma non stomachevole. Ho ammirato ma non amato il rilancio esistenzialista finale della trama, ma quante volte sarà capitato negli ultimi anni di poter usare l’espressione “un finale alla Lucio Fulci”? Preferisco la fighetteria di It Follows, ma tutto sommato l’ho trovato ben più maturo del blasonatissimo Get Out e meno artistoide di The VVitch. [RECE]

Wonder Wheel / La Ruota delle Meraviglie

Una cameriera di Coney Island (Kate Winslet) che si è incastrata da sé in un matrimonio e in una quotidianità squallida e senza vie d’uscita trova la felicità in una relazione extraconiugale con un giovane bagnino aspirante drammaturgo (Justin Timberlake), almeno fino a quando questi non s’innamorerà della figlia fuggitiva del marito di lei (Juno Temple).

Il nuovo film di Woody Allen non è decisamente natalizio, anche se ormai è un appuntamento tradizionale a cadenza annuale, quasi una festività cinematografica consacrata. Cambiano gli studios (qui Amazon), cambia il cinema con l’arrivo dello streaming, ma nulla sembra poter fermare Allen. Neanche accuse decennali di comportamenti più che controversi, che si avvicinano paurosamente alla trama di questo film; una mossa che nell’anno dello scandalo Weinstein non è proprio di buon gusto e che ben ci racconta quanto fino a poco tempo fa questo tipo di comportamento non venisse proprio percepito come problematico, specie se a metterlo in atto era un artista.

Con la dovuta premessa ormai anch’essa usurata che Woody ciò che di meglio lo doveva dare teoricamente l’ha già dato tutto (anche perché un film l’anno più progetti vari ed eventuali è un ritmo forsennato anche per un regista ben più giovane e non certo conciliabile con lo sfornare capolavori) Wonder Wheel è decisamente sopra la media dell’ultima produzione del regista newyorkese, anche se gioca la carta abbastanza facile del cinismo più impattante e di una strepitosa Kate Winslet, che salva da sola tutto il film. Sarei poi curiosa di capire nelle imponenti scene in spiaggia con centinaia di comparse e nei passaggi più ambiziosi quanto sia di fatto un lavoro di Vittorio Storaro (di cui però non ho apprezzato la fotografia così smaccatamente ondivaga, per gusto personale) e quanto di Allen stesso, per quella che al netto delle grandi scene di massa a Coney Island non è poi lontana dall’essere una piece teatrale.

Aurore /50 Primavere

Aurore (Agnes Jaoui) è una neocinquantenne francese che oltre alla menopausa si ritrova a fare i conti con un periodo di cambiamenti destabilizzanti: il marito l’ha lasciata, la figlia maggiore incinta reclama il suo supporto e la minore va tutelata dai suoi colpi di testa, mentre un nuovo capo giovane e arrogante le fa pesare la sua età. Dal passato più recondito degli amori adolescenziali potrebbe però arrivare il nuovo inizio positivo di cui ha disperato bisogno.

La commedia sentimentale francese così indolore che scivola via quando ancora scorrono i titoli di coda. Siamo in pieno territorio gerontocinema, ma se tutti a Natale debbono trovare un film per sé, è giusto che anche gli anziani (soprattutto quelli con qualche decennio in più dei 50 della protagonista) trovino un titolo propositivo sul loro momento agiografico. Trascurabile e dimenticabilissimo, ma comunque un passo avanti a buona parte della produzione nostrana, che ti si imprime nella memoria per il suo grado di bruttezza dolosa.

Wonder

Gravemente sfigurato dalla nascita, Auggie (Jacob Tremblay) viene spinto dalla madre (Julia Roberts) a cominciare a frequentare la scuola media. Tra prevedibili episodi di bullismo e momenti di speranza, Wonder racconta un anno scolastico del ragazzino e della sua famiglia, indagando entrambe le facce della normalità e della discriminazione. 

A voler essere davvero cinici si potrebbe dire che affrontare una patologia come quella di Auggie in una New York ricca e propositiva, con al fianco mamma coraggio Julia Roberts e padre simpatia Owen Wilson è comunque un vantaggio non trascurabile, ma Wonder rimane comunque un film che sa scaldare il cuore ed emozionare senza essere fastidioso. Il che è un grande traguardo, considerato che inanella un record storico di momenti piangerone (uno ogni 10/15 minuti) e spunta tutte le caselle del propositivamente corretto dello young adult contemporaneo. È idealizzato e idilliaco? Sì. Ciò non toglie che adottando l’approccio del romanzo e raccontando anche la quotidianità dei “normali” la cui vita è toccata dalla straordinarietà di Auggie – spesso non in senso positivo – fa un bel balzo in avanti. Quando poi il film mostra come la straordinarietà di Auggie lo renda talvolta egoista e autoriferito, bisogna riconoscere a Stephen Chbosky che è forse l’adulto più capace di guardare alle vite degli adolescenti attraverso la macchina da presa senza filtri paternalisti. O forse è che sono ancora in debito di gratitudine con lui per aver lanciato la carriera di Ezra Miller con Noi siamo infinito. [RECE]

Coco

Un ragazzino messico è costretto a sviluppare il suo amore per la musica e per il suo idolo musicale Ernesto de la Cruz di nascosto dalla sua famiglia, una stirpe di calzolai in cui vige un severo divieto contro la musica. Nel Día de Muertos Miguel tenterà di partecipare a una competizione canora locale e scoprirà molte verità nascoste della sua stirpe.

Non è che che Coco manchi di qualità tecnica o ispirazione, ma in questo racconto familiare e familista all’esasperazione succedono avvenimenti impensabili fino a pochi anni fa per un film Pixar. Per esempio per quanto tecnicamente ben realizzato e visivamente brillante, è un film con un chiaro target infantile, che ruota attorno a una trama prevedibilissima e ansiosa solo di dispensare facili morali ai bimbi in sala. Coco raramente instaura un dialogo con gli adulti in sala, rifuggendo quella che era stata la cifra stilistica che rese celebri i film della prima Pixar.
Il momento più sorprendente e incisivo di Coco rimane insomma Disney che tenta di mettere sotto copyright l’espressione Día de Muertos, scatenando le ire del Messico e rivelando quali siano i motivi veri dietro questa ambientazione “esotica”. Si guarda con un certo piacere, concesso, talvolta è emozionante, andata, ma ridotto brutalmente al suo nucleo è un film su un ragazzino messicano che aspira ad essere un concorrente di X Factor.

The Greatest Showman

Un uomo di modeste aspirazioni (Hugh Jackman) mette su uno spettacolo di fenomeni da baraccone, trasformando una classica parata da circo di “mostri” in una possibilità di riscatto per i diversi che acconsento ad esibirsi nel suo spettacolo. Roso dal desiderio di essere approvato e accolto dall’alta società, metterà a rischio la sua famiglia e i suoi compagni di produzione in cerca del successo.

Con un doppio balzo carpiato qualcuno è riuscito a scrivere in locandina La La Land, quando The Greatest Showman è sì un musical, ma si rifà a tutto quello che stava prima del film musicale dei Millenials, a tutto quello che Damien Chazelle ha tentato di smantellare.
Con una trama di rappresentanza sottile come carta di riso, The Greatest Showman punta chiaramente a passare il suo semplicissimo messaggio (non avere paura del diverso! ma anche il vero scandalo è che un povero sposi una ricca e non che Hollywood consideri un matrimonio standard quello tra un 49enne e una 37enne) attraverso numeri musicali e danzerecci spettacolari e un gruppo di attori noti per i loro trascorsi più o meno canterini, da Zac Efron a Zendaya.
L’incipit del film sembra essere la celeberrima esibizione degli Oscar in cui Jackman dimostrava di essere nato per il musical, facendoci chiedere perché non gliene avessero ancora fatto fare uno. Dopo Les Mis, già che c’erano potevano anche scrivergli qualcosa di meglio di quella che sembra la versione non autorizzata di Eurovision Song Contest – il film. Soprattutto considerando che sembra quasi un passaggio di testimone tra Jackaman e Efron, di gran lunga la scena più palpitante del film.

Napoli Velata

Durante una rappresentazione teatrale in una delle ville della Napoli bene, Adriana (Giovanna Mezzogiorno) incrocia lo sguardo di un aitante sconosciuto (Alessandro Borghi) e si concede una notte di passione senza precedenti, che le sconvolge la vita. Travolta e risvegliata dalla passione, la donna dovrà decidere tra la solitudine in cui vive con i fantasmi del passato, un amore sicuro ma poco eccitante e il mistero dell’uomo che le ha sconvolto la vita in una sola notte. 

Se come me avete avuto la sventura di vedere tutti gli ultimi film di Ozpetek sappiate che Napoli Velata è un deciso colpo che il regista batte per farci sapere che è artisticamente ancora vivo e lotta con noi. Certo i tocchi noir e i classici del thriller come il tema del doppio e del trauma sembrano una saggia scopiazzatura di idee altrui, ma Napoli Velata riesce a stuzzicare lo spettatore e a reggere il gioco a un mistero d’identità che dura tutto il film. Da qui a celebrare il ritorno del regista de Le Fate Ignoranti ne deve ancora passare di acqua sotto i ponti, anche se Ozpetek ha il grandissimo merito di aver girato l’unico dei tantissimi film ad ambientazione napoletana di quest’anno che non gigioneggi con gli attributi del partenopeismo. Lungi dall’essere perfetto, questo film tiene quantomeno vivo l’interesse dello spettatore. Personalmente sono rimasta abbastanza sorpresa dalla performance di Alessandro Borghi (da cui mi aspettavo pochissimo), mentre proprio non mi ha convinto Giovanna Mezzogiorno, che forse non ha la giusta vibrazione per un film con queste atmosfere. Complimenti anche a Warner Bros che ci assicura un film per le feste che si apre con una notevole scena di sesso; 4 minuti di esplorazione sensuale non velata e piuttosto ardita per la media italiana, che hanno monopolizzato l’attenzione mediatica e direi anche abbastanza comprensibilmente. [L’INTERVISTA AL CAST]

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