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gp_-onlytheend4Se Xavier Dolan sbaglia un film non è la fine del mondo, o forse sì. Eppure il giovane prodigio del cinema canadese dovrà rassegnarsi, prima o poi, al fatto che il suo ultimo film è un’opera divisiva, incapace di generare quell’unanime accoglienza trionfale che ha caratterizzato quasi tutti i suoi lavori precedenti.
Xavier Dolan non ha fatto mistero di essere rimasto ferito e mortificato dall’accoglienza polemica riservata a È solo la fine del mondo a Cannes e non sembra che nemmeno la vittoria del Grand Prix della Giuria e la candidatura come rappresentate del Canada agli Oscar del 2017 abbiano saputo ripagarlo a dovere.
Se rimane verissimo l’assunto che quando ci si siede a vedere un film di Dolan non si sa mai cosa aspettarsi, stavolta è difficile capire cosa pensare a riguardo anche all’uscita dalla sala.

Louis (Gaspard Ulliel) è un geniale artista di 35 anni, affermato a livello internazionale e coinvolto in una solida relazione amorosa. Quando scopre di avere una malattia incurabile, decide di tornare nel piccolo paese canadese da cui è più o meno fuggito 12 anni prima, per dare la notizia alla madre affettuosa (Nathalie Baye), alla sorellina che a stento lo ha conosciuto (Léa Seydoux) e al fratello maggiore con cui ha sempre avuto un rapporto burrascoso (Vincent Cassel), accompagnato dalla sua affascinante moglie (Marion Cotillard). Il pranzo in famiglia (l’ultima cena di una passione personale e segreta) potrà essere un successo o sarà solo la fine del mondo?

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Per tornare a calcare il palco che più ama, quello delle famiglie disfunzionali forte, Xavier Dolan si affida al testo teatrale di Jean Luc Lagarde e alla fotografia di André Turpin, che con le sue ombre insistenti e i suoi tagli di luce polverosa rende questo film “il più oscuro e blu che abbia mai fatto”, letteralmente.
È solo la fine del mondo è un film disorientante e caotico, anche considerando gli standard del suo rutilante creatore. È una pellicola talmente densa dei rapporti tra i suoi protagonisti da sembrare un corto di 90 minuti, eppure alle volte nei suoi voice over molesti si dilata all’infinito e sembra quasi scollarsi da quanto sta raccontando.

Il film si regge narrativamente su due poli contrapposti: Gaspard Ulliel è il punto di vista attraverso cui affrontiamo la storia, una sorta di specchio di cui (al pari dei suoi parenti) non vediamo oltre, se non la crescente angoscia nel ripercorrere quanto sia stato odioso per lui crescere in mezzo a queste persone. Dall’altro lato dello spettro abbiamo Marion Cotillard, moglie dolorosa e personaggio di mariano ascendente, che silenziosamente raccoglie tutte le emozioni segrete che colano fuori dai tormenti degli altri, diventando depositaria empatica dei loro segreti, che siano rivelati o meno allo spettatore.

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Nel mezzo si agitano i tre riflessi di Louis, attraverso cui conosciamo questo tormentato personaggio, con tre performance degne di nota. Qui Dolan fa il lavoro migliore, il suo consueto tirar fuori cose sorprendenti da attori da cui cui sappiamo cosa aspettarci. Nathalie Baye è la classica madre ingombrante ma affettuosa di dolaniana memoria, Léa Seydoux riflette un amore incondizionato per il fratello che conosce solo attraverso i sentimenti degli altri familiari, ma soprattutto occhio a un immenso, portentoso Vincent Cassel. Sarebbe alle prese con il solito personaggio rozzo, violento, abusivo, se non fosse che il suo odio per Louis è agitato da un amore forse superiore a quello di tutti gli altri protagonisti e a un disperato, dilagante bisogno di un feedback emozionale che è destinato solo a intuire nelle persone che ama di più, la moglie e il fratello.

La questione si fa problematica quando si passa ad analizzare il ruolo di Xavier Dolan nell’equazione di questo melodramma in cui il “dramma” è sempre ricercato, ad ogni scena e ad ogni svolta narrativa. Niente di nuovo sotto il sole dolaniano, se non fosse per la discutibile scelta di porsi verso i propri personaggi dal punto di vista di Louis e della moglie silenziosa Catherine. Che sia il primo segno di una maturità stilistica di Dolan, che emerge dalle violente ondate emozionali dell’adolescenza? Se sì non va nella direzione più emozionante possibile, anzi, qua e là oltre al simpatetismo si nota quasi una velata irrisione, un prendere le distanze dalla propria storia. La scollatura è così evidente che talvolta i personaggi, più che essere all’interno di una data scena ed emozione, finiscono per spiegarla e contestualizzarla, come se parlassero conto terzi.

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Lo vado a vedere?  È solo la fine del mondo è un film quantomeno problematico, almeno se si considera la firma prestigiosa che porta. Il voltaggio emozionale è sempre altissimo, ma talvolta più che produrre le solite scintille va in corto circuito, o fa entrambe le cose, come avviene in un finale sì potente ma anche irrimediabilmente posticcio, involontariamente simboleggiato alla perfezione nei suoi pregi e nei suoi difetti dal piccolo abitante dell’orologio a cucù. Dolan potrà dirsi anche scontento, ma le sue lamentele per quanto raccolto (e per un film dalle recensioni così altalenanti è tanto) lo fanno somigliare alla chiassosa famiglia che racconta, mentre il melò più riuscito dei questa Croisette, Frantz, rimane defraudato di un premio festivaliero che meritava e di una candidatura agli Oscar negata dopo vicissitudini linguistiche abbastanza sconfortanti.
Ci shippo qualcuno? Non proprio, ma si sa che Xavier Dolan significa queer drama a palate. Io Vincent Cassel volevo abbracciarlo, anche a costo di farmi coprire di pugni.

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